13 ottobre: muore Gioacchino Murat

di Marcello Donativi | 13 ottobre 2012 | Archiviato in Almanacco del giorno dopo
La fucilazione di Gioacchino Murat

Nacque da oste, crebbe da soldato, visse da re e morì da brigante.

La parabola di Gioacchino Murat è forse uno dei rari casi in cui la storia assume le sembianze di un romanzo d’appendice. L’umile origine, la carriera militare, l’avventura delle imprese di guerra al fianco di Napoleone, fino al coronamento del sogno impensabile: il figlio di un albergatore della provincia francese diventa Re di Napoli.

Infine, come in una racconto shakespeariano, la caduta, la prospettiva di un ritorno alla normalità a cui, venendo dalla polvere, non vuole rassegnarsi. E così tenta l’impresa disperata di riconquistare il Regno con un improbabile sbarco in Calabria. Catturato come un delinquente comune, il 13 ottobre 1815 è fucilato – ironia della sorte – in base a un articolo del Codice Penale da lui stesso promulgato. Sic transit…

Ripercorriamo allora le vicende della sua morte attraverso la penna di Giuseppe Buttà, il quale, nonostante le sue simpatie borboniche e tradizionaliste, non riesce mai a nascondere una punta di simpatia nei confronti del generale francese.

All’annunzio dell’arresto di Murat, che non tutti voleano credere, il generale Vito Nunziante, che allora comandava le Calabrie, trovandosi in Monteleone, spedì al Pizzo il capitano Stratti con pochi soldati. Quel capitano si recò al castello per iscrivere i nomi dei prigionieri e rimase maravigliato quando domandò del nome al terzo prigioniero, e si intese rispondere: Gioacchino Murat re di Napoli. Con rispettoso contegno lo fece passare in una stanza più comoda e gli prodigò ogni possibile favore. Quando giunse il generale Nunziante, provvide a tutto il bisognevole dei detenuti, e si comportò tanto bene, in quella difficilissima circostanza, che lo stesso storico Pietro Colletta dice: ” Quel generale nella prigionia di Gioacchino conciliò (difficile opera) la fede al re Borbone e la riverenza all’alta sventura del re Murat “.
Il governo di Napoli seppe i casi del Pizzo per telegrafo e per corrieri, ed ordinò al general Nunziante, che trattasse i prigionieri, qualunque si fossero, secondo la legge, cioè di nominare una commissione militare e giudicarli. […]
Quando il general Nunziante, composto a dolore, annunziò all’illustre prigioniero, che dovea essere giudicato da un subitaneo consiglio di guerra, Gioacchino, avendo capito che già era stato condannato a morte, chiese ed ottenne dal medesimo Nunziante di scrivere una pietosa e straziante lettera a sua moglie ed a suoi figli, eccola: ” Mia cara Carolina — L’ultima mia ora è suonata: tra pochi istanti io avrò cessato di vivere, e tu di aver marito. Non obbliarmi giammai, io moro innocente, la mia vita non è macchiata di alcuna ingiustizia. Addio mio Achille, addio mia Letizia, addio mio Luciano, addio mia Luisa, mostratevi al mondo degni di me. Io vi lascio senza regno e senza beni, tra numerosi nemici. Siate uniti e maggiori dell’infortunio, pensate a ciò che siete, e non a quel che foste, e Iddio benedirà la vostra modestia. Non maledite la mia memoria. Sappiate che il mio maggior tormento in questi estremi di vita è il morire lontano da’ miei figli. Ricevete la mia paterna benedizione, ricevete i miei abbracciamenti e le mie lagrime. Ognora presente alla vostra memoria sia il vostro infelice padre. Gioacchino. Pizzo 13 ottobre 1815. ” Si recise una ciocca di capelli e l’accluse in quella lettera, che consegnò allo stesso general Nunziante. Il quale con tutta sollecitudine la mandò in Trieste a Carolina Murat, unita al ritratto di Gioacchino ed a quelli che costui avea nelle mani quando venne fucilato. [...]
Gioacchino Murat, con sentenza del 12 ottobre 1815, fu condannato a morte dalla Commissione militare straordinaria riunita nel castello del Pizzo. Sarebbe troppo lungo trascrivere tutti i considerandi di quella fatale sentenza; egli fu giudicato e condannato col solo titolo di generale francese, e gli fu applicata quella stessa legge da lui fatta nel 1810, con la quale condannava a morte tutti coloro che fossero sbarcati in questo Regno, ed avessero eccitato i popoli alla guerra civile per rovesciare il governo costituito, senza fare distinzione di titoli o di persone reali. Quel decreto era stato fatto a bella posta, in que’ tempi quando il principe ereditario Francesco di Borbone e suo fratello D. Leopoldo si trovavano in Calabria alla testa delle popolazioni in armi. Quella legge si applicò contro di colui che l’avea fatta, non già per maggiore scherno di fortuna, come asserisce il Colletta, ma perchè Ferdinando IV, con plauso degli stessi rivoluzionarii e gallofili, avea mantenuto in vigore le leggi del decennio, pubblicate da’ Napoleonidi.
Murat morì da cattolico, essendo stato assistito dal sacerdote Mesdea; a richiesta di costui, scrisse in idioma francese: Dichiaro di morir buon cristiano. G. M. La sentenza di morte fu udita dall’illustre condannato con calma e disdegno. Indi fu condotto in un piccolo recinto del castello, e colà trovò un pelottone di soldati divisi in due file. Non volle che gli si bendassero gli occhi, e si atteggiò in modo da ricevere i colpi al cuore, tenendo nelle mani i ritratti de’ suoi figli e di sua moglie. Osservò freddamente l’apparecchio delle armi, che doveano finirlo; e prima che i soldati gli avessero fatto fuoco addosso, disse a’ medesimi: Salvate il viso, mirate al cuore: indi cadde!…

(Giuseppe Buttà, I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli, vol. I cap. XXIX)

   
   
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