7 settembre: quando Garibaldi entrò in Napoli

di Marcello Donativi | 7 settembre 2012 | Archiviato in Almanacco del giorno dopo
Entrata trionfale di Garibaldi in Napoli

Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi entrava a Napoli, sfilando per le strade della città. Un risultato che aveva dell’incredibile, viste le poche forze con cui nel maggio precedente era sbarcato in Sicilia. La presa della città, si sa, fu incruenta: il giorno prima re Francesco II aveva lasciato la capitale, essenzialmente per risparmiare la popolazione dall’eventualità di una battaglia per le strade. Un gesto che, maliziosamente, fu interpretato come un’abdicazione.

A distanza di 152 anni, vogliamo ricordare l’avvenimento riportando la ricostruzione di due testimoni dell’epoca, del tutto opposte e inconciliabili: una di Alberto Mario, garibaldino tra i più ferventi, la seconda di Giuseppe Buttà, sacerdote al seguito dell’esercito borbonico. Un segno di come, dello stesso avvenimento, si possano dare, ricordare o riportare versioni opposte.

Partiamo da Alberto Mario. La presa di Napoli è per lui un evento gioioso, con folle festanti ad accogliere i volontari in camicia rossa. L’occhio dell’autore ricorda per certi aspetti uno dei luoghi comuni del romanzo d’avventura, la guerra in paesi esotici: agli avvenimenti bellici si mescola infatti l’aneddotica sulle stranezze delle terre lontane, la bellezza dei paesaggi, non ultime le strane abitudini degli autoctoni, in questo caso la strabiliante scoperta dei frutti di mare.

Era il 7 settembre del 1860. Il conflitto delle diverse violente ineffabili emozioni provate in quel giorno del nostro ingresso trionfale in Napoli, immezzo a trecentomila persone che piangevano di gioia, che deliravano d’entusiasmo, all’improvviso e incruento passaggio dalla schiavitù alla libertà, e alla vista della figura raggiante e simpatica di Garibaldi emancipatore, aveva esauste le mie forze. Sentii, all’avvicinarsi della notte, che il mio cervello non reggeva oggímai ad alcuna reazione, quando al largo del palazzo d’Angri, ove Garibaldi prese stanza, e in via Toledo, l’onda popolare riagitandosi come in tempesta, migliaia di carrozzelle montate confusamente da donne, frati, soldati, cittadini, correndo su e giù fra gli ululati di Viva l’Italia una, un immenso carro in forma di bastimento, che tiravano sedici bovini fantasticamente bardati, trasse con grande strepito davanti al palazzo, pieno di cantori e di suonatori i quali eseguivano per la prima volta l’Inno indi famoso. […]
Scesi, apersi la finestra che dava in un poggiuolo e rimasi come uomo stupefatto davanti ad uno spettacolo inatteso. La tenue luce dell’alba non toglieva alle lave ardenti, che solcavano in due linee parallele e orizzontali il Vesuvio a due terzi del suo dorso, l’apparenza di grandi masse rutilanti di carbonchio. Sarebbesi creduto il cono del vulcano semiaperto da un punto fisso a guisa di coperchio, e scorrente dall’immensa fessura un fiume di gemme colate. Quel rosso cinabro intenso, ondulante, contrastava decisamente con la tinta di calcedonio, la quale come velo diafano involve la natura nei pochi minuti che precedono la comparsa del sole. Gradualmente le lave sembravano disinfiammarsi e impallidire, e il golfo di Napoli venivasi disegnando magnifico, voluttuoso e inenarrabile. Ond’io poetando proruppi: -Splende così la prima aurora della libertà! – Mentre mi cullava in cosiffatte contemplazioni, erasi accalcata sotto il poggiuolo una turba da me non avvertita di popolani che mi affisavano in silenzio. Appena rinvenuto dalla mia estasi mi chinai a guardare la contrada e tuonò un Viva Garibaldi! Avvedutomi che la camicia rossa causò l’assembramento, feci una riverenza e mi ritrassi tirandomi dietro la persiana. Non veduto, vidi che la folla tosto si diffuse e si confuse nell’ondulatorio e perpetuo movimento di gente sulla spiaggia di Santa Lucia. E lungo codesta spiaggia sorgevano in fila più di cento enormi leggii, a quattro palmi l’uno dall’altro, e da tergo verso il muricciuolo, a mare, tavoli e panche. Sorto il sole, ciascun leggio venne scoperchiato da un personaggio scalzo, scollato, in farsetto e berretta frigia; spartivasi in caselle a scacchiera, ed entro ogni casella parevami ravvisare un pezzo cristallizzato a colori vivacissimi. – Un museo mineralogico, pensai, sulla pubblica via! e i curiosi naturalisti che ci sono in questo paese!
– Riseppi che ell’erano frutta di mare, e lazzaroni pescatori i seminudi Linnei. La sera a quei tavoli s’accosta numerosa gente che, alla brezza del golfo, cibasi con delizia grande di quei molluschi aperti, rose e giacinti e fiordalisi marini mollemente natanti in un umore di porpora. Ghiotta grazia di Dio onde ogni sera mi confermai lo spirito e lo stomaco, assiso sulla panchetta al chiaro di luna col Vesuvio all’ovest, il leggio all’est, a settentrione il Castello dell’Uovo e a sud il piatto di molluschi. E a quella mensa degli Dei trassi parecchi de’ miei commilitoni, e si combinò per la sera del 12 settembre un’imbandigione in tutta regola. Io m’impegnai per le frutta di mare, le ostriche, il pane; Nullo pel vino di Capri e i maccheroni, altri pel Lacrima-Christi e le angurie.

(Alberto Mario, La camicia rossa, cap. IV)

E veniamo a leggere invece le parole di un vinto, don Giuseppe Buttà. Il sacerdote descrive grosso modo le stesse scene di tripudio per le strade di Napoli, ne cambia però l’interpretazione. Quello che per Mario è un entusiasmo genuino, per Buttà è una sorta di delirio collettivo, misto di opportunismo e corruzione. Come scrive qualche riga prima del passo citato, Garibaldi era “più acclamato che udito”.

È indescrivibile il baccano che si fece all’entrata di Garibaldi in Napoli; qualunque penna non potrebbe darne un’idea approssimativa. Quel baccano superò l’altro di Palermo. Quelli però che applaudirono il Dittatore erano stranieri, camorristi, donne di cattivo odore in toletta di signore; gente avida di novità, sfaccendati speranzosi di ghermire una pagnotta, e gente prezzolata. Si disse che D. Liborio erogasse in quella giornata ventiquattromila ducati dello Stato per suscitare que’ saturnali indecentissimi. La nobiltà napoletana quasi tutta avea preso la via dell’esilio, il clero sparito per incanto, l’onesta borghesia serrata in casa propria, le botteghe chiuse: il campo restò libero a’ camorristi, alla comprata plebaglia. Tutta questa gente girava in armi la città, a piedi e in carrozza, gridando Italia una, con tutte l’altre appendici, costringendo i curiosi spettatori a gridare nel modo medesimo, se no busse e coltellate. Questa gente buttava fiori sopra Garibaldi redentore; e gridò tanto Italia una che perdette la voce, e fu costretta alzare il dito indice della mano destra per indicare quell’una senza neppure intendere cosa si fosse. D. Liborio fu ben servito da que’ gridatori, egli da uomo scaltro avea fissato il prezzo corrispondente a’ gridi ed ai chiassi di ciascuno.
Preti spretati e monaci apostati, irti d’armi e di crocifissi, faceano anche numero in quel baccano. Più di cento cinquanta uffiziali di artiglieria, del genio, e d’altri corpi, disertori chi per codardia, chi per non perdere l’impiego, tenendo perduta la causa del Re, faceano anche numero fra quel popolaccio scomposto e briaco.
Faceano numero in quell’orgie tanti stranieri venuti a Napoli a bella posta per far popolo ed applaudire Garibaldi. Anche antichi impiegati rimasti per amor del proprio bene in officio, sperando promozioni applaudivano. Questi ultimi si atteggiavano a liberali per quanto si erano mostrati assolutisti e provocanti: si vantavano, chi liberale del 1820, chi del 1848, raccontando persecuzioni che non aveano mai sofferte da’ Borboni. Anche le spie della polizia borbonica in quel giorno memorando vestivano aspetto di liberali, e si protestavano congiuratori e vittime del passato Governo.
Quel giorno, invece di essere il trionfo di Napoli, come lo chiamarono i così detti liberali, fu giorno che rivelò l’ingratitudine e la bassezza di non pochi napoletani, da far vergognare ogni anima onesta. Era rivoluzione: e non dobbiamo maravigliarci, se la feccia era venuta su. Così avviene in tempestosa marea, torna a galla ciò che in fondo giace.

(Giuseppe Buttà, Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, cap. XXIV)

   
   
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