Abolizione delle tariffe agevolate: protesta l’Associazione Editori

di Fabio Cavedagna | 8 aprile 2010 | Archiviato in il mestiere del libro

Non sono mancate in questi giorni le reazioni alla notizia dell’improvvisa e discutibile abolizione delle tariffe agevolate per le spedizioni: da iniziative dal basso come i gruppi su Facebook, a una petizione online, dall’indignazione dell’Associazione Italiana Editori, alla nota dei sindacati confederali di categoria.

AIE e Sindacati

Marco Polillo, presidente dell’AIE (Associazione Italiana Editori) reagisce duramente:

Siamo profondamente indignati per un provvedimento improvviso, non annunciato e che per la sua applicazione immediata sconvolge tutte le pianificazioni commerciali del mondo dell’editoria libraria.

Al di là del merito e delle ragioni dell’iniziativa siamo allibiti del fatto che in nessuna occasione né Poste, né gli organi istituzionali competenti ci abbiano dato la minima indicazione di una decisione imminente e sconvolgente per il nostro settore. Le ricadute saranno pesanti non solo in termini economici per la vita delle case editrici, ma anche per la cultura e l’informazione del paese: il canale postale è infatti uno strumento fondamentale di diffusione dei libri, soprattutto in quelle zone d’Italia non servite da librerie.

Risulta quindi indispensabile un ripristino immediato delle tariffe agevolate e un’apertura del dialogo per l’individuazione di soluzioni sostenibili per tutti i settori interessati

Dello stesso tono è una nota congiunta delle segreterie di SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL, i sindacati confederali di categoria:

In Gazzetta Ufficiale è stato pubblicato il decreto, adottato dal Ministero per lo Sviluppo Economico di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, che a partire dal mese di aprile 2010 abolisce le tariffe postali agevolate per tutta l’editoria libraria, quotidiana e periodica. SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL esprimono la loro contrarietà alla misura che scarica sugli Editori l’onere della differenza tra la tariffa piena e quella agevolata finora a carico dello Stato

Le ricadute economiche del decreto andranno a colpire ulteriormente la filiera della COMUNICAZIONE (carta, stampa editoria) già sconvolta da una fortissima crisi caratterizzata da un calo notevole di fatturati e volumi, all’interno di una trasformazione strutturale del modo di fruire dei vari mezzi e supporti di informazione la cui evoluzione non è ancora prevedibile. E’ l’ennesima iniziativa che penalizza il settore dell’Editoria in assenza di un confronto fra le Parti interessate su un progetto di riforma sempre annunciato e mai realizzato.

SLC-CGIL, FISTEL-CISL e UILCOM-UIL, nell’esprimere la loro preoccupazione per i livelli occupazionali della filiera della Comunicazione già fortemente compromessi, chiedono al Governo e alle Associazioni imprenditoriali di categoria l’apertura immediata di un confronto sul decreto per l’adozione di soluzioni sostenibili per tutti i soggetti interessati e, contestualmente, la costituzione di un tavolo permanente che interessi tutta la filiera della Comunicazione

Prospettive

Chiaramente l’abolizione delle tariffe agevolate si ripercuote sull’intera filiera (editori, distributori, librai), ma ricade sull’elemento meno citato: il lettore. L’aumento delle spese di spedizione gonfierà inevitabilmente il prezzo di copertina, a prescindere che i libri siano venduti in libreria o vengano ordinati online. Nessun componente andrà a perdere, visti anche gli esigui guadagni per singola copia; tutto resterà invariato tranne il prezzo di copertina.

In un Paese dove si legge poco, dove l’alto costo dei libri è fra le scuse più gettonate per mascherare la mancanza di curiosità e la voglia di arricchimento personale, dove le piccole realtà editoriali, quelle che diversificano il mercato, faticano a terminare l’anno in pari, questo decreto no, non ci voleva proprio.

Il libro non è un prodotto come gli altri: ha un alto valore culturale e sociale e va salvaguardato. Le agevolazioni servono, anzi: servivano, proprio a questo, come l’Iva al 4% e non al 20%.

Povera, povera Patria.

   
   
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