Benigni e quella lezione dal palco di Sanremo

di Marcello Donativi | 6 marzo 2011 | Archiviato in divagazioni

“- Voi amate l’Italia?
– No — dissi adagio — non l’Italia. Gli Italiani.”
Cesare Pavese, La casa in collina

Giorni fa, nel presentare il nuovo libro delle Edizioni Trabant, avevo dichiarato al Quotidiano “Puglia” i miei timori che l’anniversario del 2011 portasse con sé un fiume di retorica nazionalista. Mi spiace essere stato un buon profeta.

D’altra parte, noi italiani a cantarcele e suonarcele da soli siamo secondi a nessuno. Quanto alla sostanza, quella troppo spesso ci fa difetto.

E così è avvenuto che Roberto Benigni ha tenuto banco al Festival di Sanremo parlando per quasi un’ora dell’inno di Mameli, con un record di ascolti – pare – di quasi 20 milioni di spettatori.

Intendiamoci: Benigni è bravissimo. Ci sono in circolazione pochi affabulatori della sua portata. Dategli una platea e un qualsiasi argomento, e conquisterà il pubblico in meno di un minuto. Sono il primo ad aver riso in molti momenti del suo discorso.

E però c’è un però. Sentire la platea applaudire davanti a così tante semplificazioni storiche, se non proprio errori, fa male. Come vedere della gente che omaggia un professore di italiano dopo che ha sbagliato un congiuntivo.

Ma la gente – si sa – ama sentirsi dire ciò che più piace, piuttosto che la verità. La quale, citiamo pure Caterina Caselli, fa male.

Garibaldi Skywalker contro l’Impero

Roberto Benigni

Stringi e stringi, la ricostruzione di Benigni non fa che ripetere, sulla leva delle emozioni, una serie di luoghi comuni riconducibili più alla propaganda dell’epoca che a una riflessione storica. D’altra parte, la dice lunga quando ammette tra le sue fonti le opere di Dumas padre, vale a dire l’Emilio Fede di Garibaldi. Il risultato è un racconto in cui manca soltanto la presenza del maestro Yoda per farne la riedizione di Guerre Stellari.

E quindi abbiamo l’Italia che era “un corpo dilaniato, posseduto, stuprato, saccheggiato”, dominato da gentaglia come i Borboni che erano “un po’ terrificanti … una cosa spaventosa, uno a un certo punto dice: basta!”. Poi per fortuna sono arrivati i buoni, vale a dire la Santa Trinità Cavour-Mazzini-Garibaldi, personaggi “entrati in politica e usciti più poveri di come ci erano entrati” che hanno combattuto gli “stranieri” e i “mercenari” e hanno attuato la “ricomposizione amorosa di un corpo fatto a pezzi”.

Mah. E’ l’unico commento che mi viene: mah…

E’ curioso sentire ancora accostare come un corpo unico Mazzini, Cavour e Garibaldi, tre personalità profondamente differenti e spesso in conflitto tra loro.

Cavour ha fatto l’Italia essenzialmente per impedire che Garibaldi se la facesse da sola, col rischio di trovarsi una Repubblica Socialista tra i piedi. Mazzini ha cercato fino all’ultimo di convincere Garibaldi a non fidarsi di Cavour, e non riuscendoci si è tirato indietro e si è accontentato di essere l’“ispiratore” della Patria, ma senza alcun ruolo effettivo. Dopo l’unificazione continuerà a essere trattato come un criminale, con tanto di condanna a morte in contumacia; Garibaldi (assieme ad altri illustri garibaldini) tenuto costantemente d’occhio dalla polizia. Intoccabile a causa della sua popolarità, ma di fatto ritenuto un fastidioso agitatore.

Quanto al Conte di Cavour, nobile proprietario terriero e industriale rampante, che “esce dalla politica povero come ci era entrato”, nutrirei i miei dubbi.

E stendiamo un velo pietoso sulla qualifica di “mercenari” attribuita a chi ha combattuto contro i Mille. Bollare con un marchio di infamia così grave la memoria di persone che hanno dato la vita per difendere quello che in quel momento era il loro Paese è un gesto di una volgarità indicibile, soprattutto se pensiamo che Garibaldi per primo dimostrò sempre profondo rispetto per i suoi avversari.

Va bene le celebrazioni, ma a distanza di 150 anni non possiamo prestare ancora fede alle frottole raccontate dalla propaganda unitaria dell’epoca. Sarebbe come se qualcuno nel 2011 credesse ancora alle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein. Addirittura, nel discorso di Benigni i borbonici vengono quasi messi sullo stesso piano dei nazisti, come se fossero due fenomeni storici anche lontanamente paragonabili.

Il Paese Allegro

Personalmente, più studio la creazione dell’Italia unita, più resto stupito da un fatto: il paese che nasce nel 1861 è una terra in cui alla fin fine non è contento nessuno, né quelli che la volevano né quelli che la osteggiavano.

Eppure Benigni non fa che ripetere, come un mantra, il concetto dell’allegria dell’Italia, l’immagine di un paese di balli e canzoni. Prima c’era l’inferno sulla terra; dopo il 1861 l’Allegria. L’Unità per lui è – come già citato – la “ricomposizione amorosa di un corpo fatto a pezzi”.

Vediamoli, allora, questo amore, questa allegria.

Appena compiuta l’Unità, per prima cosa il Regno lancia una leva di massa.

Gli stati pre-unitari, come il Regno delle Due Sicilie, facevano quasi tenerezza per la loro voglia di isolazionismo. Non una sola guerra di espansione è stata dichiarata dai Borboni di Napoli in 126 anni di governo: soltanto guerre difensive. Ai sudditi era richiesto un minimo contributo, una media di 1 soldato di leva ogni 1000 abitanti, e con diverse possibilità di esenzione.

Il Regno d’Italia è differente: deve redimere le terre irredente, espandere i confini, rendere il proprio stato forte e temuto; a un certo punto si metterà pure in testa di partecipare al saccheggio dell’Africa compiuto dalle altre potenze. Per fare questo ha bisogno di carne da cannone, e ovviamente sarà la povera gente a dover dare il proprio contributo: migliaia di contadini, pastori e artigiani strappati alle loro case e mandati a morire in terre lontane, per cause a loro sconosciute.

D’altra parte, per chi si rifiuta c’è il plotone di esecuzione: gran parte dei cosiddetti briganti prende la via dell’illegalità per sottrarsi al servizio militare. E quindi viene in aiuto una Legge Marziale, che permette ai militari di incarcerare e fucilare a piacimento e senza processo non soltanto i renitenti, ma anche gli eventuali complici (leggi: un padre o una madre che li nascondono). Tra il 1861 e il 1865 paesi interi vengono messi a ferro e fuoco per punire chi si rifiuta di dare il sangue per la Patria Allegra.

Messo insieme un esercito sufficiente, questo Regno redento e ricomposto così opera in successione:

- nel 1866 dichiara guerra all’Austria
– nel 1870 invade lo Stato Pontificio
– nel 1895 invade l’Abissinia
– nel 1911 invade la Libia
– nel 1915 entra nella Prima Guerra Mondiale attaccando l’Austria
– nel 1936 invade l’Etiopia
– nel 1940 entra nella Seconda Guerra Mondiale attaccando prima la Francia, poi in successione Egitto, Grecia, Unione Sovietica

Sette guerre nel giro di 80 anni e, badate bene, sempre dalla parte dell’aggressore.

Tutto questo non ha soltanto un costo di vite umane: richiede denaro. Ma denaro ce n’è poco, anche perché nel nome dell’Amore è stato unificato il Debito Pubblico, mandando all’aria la buona amministrazione del bilancio statale che c’era in alcuni stati pre-unitari. E se non ci sono soldi, chi li metterà? Ancora una volta la povera gente, che da un giorno all’altro si trova vessata da tassazioni sempre maggiori, sconosciute al tempo in cui la penisola era “un corpo dilaniato, posseduto, stuprato, saccheggiato”.

Col risultato che incomincia, nella seconda metà dell’ottocento, quella fuga di massa dall’Italia che verrà chiamata “fenomeno dell’emigrazione”. Il popolo italiano è così contento del nuovo stato di cose che inizia a fare le valigie e andare a cercare fortuna altrove, in qualunque posto purché lontani dal Paese amorevolmente ricomposto.

Qualche domanda

Si potrebbe continuare a lungo. Sottolineare per esempio che abbiamo dovuto aspettare il 1948 per trovare scritto nero su bianco frasi come “l’Italia ripudia la guerra”. O far notare che i Savoia prendono nel 1861 un Regno “amorevolmente ricomposto” e consegnano indietro nel 1946 un paese devastato dalle guerre e bollato – questa volta sì – da marchi di infamia come colonialismo e leggi razziali.

Resta il fatto che, davanti alle certezze esibite da Benigni sul palco di Sanremo, sono dell’idea che al contrario siano ancora tante le domande irrisolte della nostra storia.

E’ tanto assurdo pensare che i movimenti unitari e liberali del XIX secolo contenessero in sé anche i germi del fanatismo? E che dunque quando i fascisti si definivano gli eredi di Garibaldi non era del tutto una appropriazione indebita? E’ lecito ritenere il nazionalismo più un male che un bene, alla luce anche dei terribili conflitti che ha scatenato tra 800 e 900, al confronto dei quali le guerre dei monarchi ancient régime appaiono come delle allegre scampagnate? Siamo in grado noi italiani di renderci conto del fatto che sotto il mantello di alcune parole chiave (Risorgimento, Brigantaggio, Resistenza) di altro non parliamo che di una preoccupante serie di guerre civili?

Sono domande a mio avviso lecite. Certo, non mi aspetto che vengano sollevate durante un anniversario. Gli anniversari si fanno per celebrare gli Eroi, e quelli, come cantava Francesco Guccini “son tutti giovani e belli”.

Quanto a Benigni… Roberto, ti voglio bene, ma riprendi pure il tuo libretto. E ripresentati al prossimo appello.

   
   
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