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	<title>Il Refuso - il blog delle Edizioni Trabant &#187; divagazioni</title>
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	<description>il blog delle Edizioni Trabant</description>
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		<title>Benigni e quella lezione dal palco di Sanremo</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 12:27:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ricostruzione di Benigni non fa che ripetere, sulla leva delle emozioni, una serie di luoghi comuni riconducibili più alla propaganda dell'epoca che a una riflessione storica [...] abbiamo l'Italia che era “un corpo dilaniato, posseduto, stuprato, saccheggiato”, dominato da gentaglia come i Borboni che erano “un po' terrificanti ... una cosa spaventosa, uno a un certo punto dice: basta!”. Poi per fortuna sono arrivati i buoni, vale a dire la Santa Trinità Cavour-Mazzini-Garibaldi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right; font-size: 11px;">“- Voi amate l&#8217;Italia?<br />
- No — dissi adagio — non l&#8217;Italia. Gli Italiani.”<br />
Cesare Pavese, <em>La casa in collina</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">G</span>iorni fa, nel presentare <a title="Edoardo e Rosolina, Giuseppe Buttà" href="http://www.edizionitrabant.it/edoardo-e-rosolina" target="_blank">il nuovo libro</a> delle Edizioni Trabant, avevo dichiarato al Quotidiano “Puglia” i miei timori che l&#8217;anniversario del 2011 portasse con sé un fiume di retorica nazionalista. Mi spiace essere stato un buon profeta.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, noi italiani a cantarcele e suonarcele da soli siamo secondi a nessuno. Quanto alla sostanza, quella troppo spesso ci fa difetto.</p>
<p style="text-align: justify;">E così è avvenuto che Roberto Benigni ha tenuto banco al Festival di Sanremo parlando per quasi un&#8217;ora dell&#8217;inno di Mameli, con un record di ascolti – pare – di quasi 20 milioni di spettatori.</p>
<p style="text-align: justify;">Intendiamoci: Benigni è bravissimo. Ci sono in circolazione pochi affabulatori della sua portata. Dategli una platea e un qualsiasi argomento, e conquisterà il pubblico in meno di un minuto. Sono il primo ad aver riso in molti momenti del suo discorso.</p>
<p style="text-align: justify;">E però c&#8217;è un però. Sentire la platea applaudire davanti a così tante semplificazioni storiche, se non proprio errori, fa male. Come vedere della gente che omaggia un professore di italiano dopo che ha sbagliato un congiuntivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma la gente – si sa – ama sentirsi dire ciò che più piace, piuttosto che la verità. La quale, citiamo pure Caterina Caselli, fa male.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Garibaldi Skywalker contro l&#8217;Impero</h3>
<div style="float: left; margin-top: 4px; margin-right: 20px; margin-bottom: 8px;"><img src="https://lh3.googleusercontent.com/_bz7NX5LqVbQ/TXewA3ZQU3I/AAAAAAAAAQY/1MjY38hAUpA/s288/benignisanremo.PNG" alt="" /></div>
<p style="text-align: justify;">Stringi e stringi, la ricostruzione di Benigni non fa che ripetere, sulla leva delle emozioni, una serie di luoghi comuni riconducibili più alla propaganda dell&#8217;epoca che a una riflessione storica. D&#8217;altra parte, la dice lunga quando ammette tra le sue fonti le opere di Dumas padre, vale a dire l&#8217;Emilio Fede di Garibaldi. Il risultato è un racconto in cui manca soltanto la presenza del maestro Yoda per farne la riedizione di Guerre Stellari.</p>
<p style="text-align: justify;">E quindi abbiamo l&#8217;Italia che era “un corpo dilaniato, posseduto, stuprato, saccheggiato”, dominato da gentaglia come i Borboni che erano “un po&#8217; terrificanti &#8230; una cosa spaventosa, uno a un certo punto dice: basta!”. Poi per fortuna sono arrivati i buoni, vale a dire la Santa Trinità Cavour-Mazzini-Garibaldi, personaggi “entrati in politica e usciti più poveri di come ci erano entrati” che hanno combattuto gli “stranieri” e i “mercenari” e hanno attuato la “ricomposizione amorosa di un corpo fatto a pezzi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mah. E&#8217; l&#8217;unico commento che mi viene: mah&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; curioso sentire ancora accostare come un corpo unico Mazzini, Cavour e Garibaldi, tre personalità profondamente differenti e spesso in conflitto tra loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Cavour ha fatto l&#8217;Italia essenzialmente per impedire che Garibaldi se la facesse da sola, col rischio di trovarsi una Repubblica Socialista tra i piedi. Mazzini ha cercato fino all&#8217;ultimo di convincere Garibaldi a non fidarsi di Cavour, e non riuscendoci si è tirato indietro e si è accontentato di essere l&#8217;“ispiratore” della Patria, ma senza alcun ruolo effettivo. Dopo l&#8217;unificazione continuerà a essere trattato come un criminale, con tanto di condanna a morte in contumacia; Garibaldi (assieme ad altri illustri garibaldini) tenuto costantemente d&#8217;occhio dalla polizia. Intoccabile a causa della sua popolarità, ma di fatto ritenuto un fastidioso agitatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto al Conte di Cavour, nobile proprietario terriero e industriale rampante, che “esce dalla politica povero come ci era entrato”, nutrirei i miei dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">E stendiamo un velo pietoso sulla qualifica di “mercenari” attribuita a chi ha combattuto contro i Mille. Bollare con un marchio di infamia così grave la memoria di persone che hanno dato la vita per difendere quello che in quel momento era il loro Paese è un gesto di una volgarità indicibile, soprattutto se pensiamo che Garibaldi per primo dimostrò sempre profondo rispetto per i suoi avversari.</p>
<p style="text-align: justify;">Va bene le celebrazioni, ma a distanza di 150 anni non possiamo prestare ancora fede alle frottole raccontate dalla propaganda unitaria dell&#8217;epoca. Sarebbe come se qualcuno nel 2011 credesse ancora alle “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein. Addirittura, nel discorso di Benigni i borbonici vengono quasi messi sullo stesso piano dei nazisti, come se fossero due fenomeni storici anche lontanamente paragonabili.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Il Paese Allegro</h3>
<p style="text-align: justify;">Personalmente, più studio la creazione dell&#8217;Italia unita, più resto stupito da un fatto: il paese che nasce nel 1861 è una terra in cui alla fin fine non è contento nessuno, né quelli che la volevano né quelli che la osteggiavano.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure Benigni non fa che ripetere, come un mantra, il concetto dell&#8217;allegria dell&#8217;Italia, l&#8217;immagine di un paese di balli e canzoni. Prima c&#8217;era l&#8217;inferno sulla terra; dopo il 1861 l&#8217;Allegria. L&#8217;Unità per lui è – come già citato – la “ricomposizione amorosa di un corpo fatto a pezzi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Vediamoli, allora, questo amore, questa allegria.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena compiuta l&#8217;Unità, per prima cosa il Regno lancia una leva di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stati pre-unitari, come il Regno delle Due Sicilie, facevano quasi tenerezza per la loro voglia di isolazionismo. Non una sola guerra di espansione è stata dichiarata dai Borboni di Napoli in 126 anni di governo: soltanto guerre difensive. Ai sudditi era richiesto un minimo contributo, una media di 1 soldato di leva ogni 1000 abitanti, e con diverse possibilità di esenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Regno d&#8217;Italia è differente: deve redimere le terre irredente, espandere i confini, rendere il proprio stato forte e temuto; a un certo punto si metterà pure in testa di partecipare al saccheggio dell&#8217;Africa compiuto dalle altre potenze. Per fare questo ha bisogno di carne da cannone, e ovviamente sarà la povera gente a dover dare il proprio contributo: migliaia di contadini, pastori e artigiani strappati alle loro case e mandati a morire in terre lontane, per cause a loro sconosciute.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, per chi si rifiuta c&#8217;è il plotone di esecuzione: gran parte dei cosiddetti briganti prende la via dell&#8217;illegalità per sottrarsi al servizio militare. E quindi viene in aiuto una Legge Marziale, che permette ai militari di incarcerare e fucilare a piacimento e senza processo non soltanto i renitenti, ma anche gli eventuali complici (leggi: un padre o una madre che li nascondono). Tra il 1861 e il 1865 paesi interi vengono messi a ferro e fuoco per punire chi si rifiuta di dare il sangue per la Patria Allegra.</p>
<p style="text-align: justify;">Messo insieme un esercito sufficiente, questo Regno redento e ricomposto così opera in successione:</p>
<p style="text-align: left;">- nel 1866 dichiara guerra all&#8217;Austria<br />
- nel 1870 invade lo Stato Pontificio<br />
- nel 1895 invade l&#8217;Abissinia<br />
- nel 1911 invade la Libia<br />
- nel 1915 entra nella Prima Guerra Mondiale attaccando l&#8217;Austria<br />
- nel 1936 invade l&#8217;Etiopia<br />
- nel 1940 entra nella Seconda Guerra Mondiale attaccando prima la Francia, poi in successione Egitto, Grecia, Unione Sovietica</p>
<p style="text-align: justify;">Sette guerre nel giro di 80 anni e, badate bene, sempre dalla parte dell&#8217;aggressore.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto questo non ha soltanto un costo di vite umane: richiede denaro. Ma denaro ce n&#8217;è poco, anche perché nel nome dell&#8217;Amore è stato unificato il Debito Pubblico, mandando all&#8217;aria la buona amministrazione del bilancio statale che c&#8217;era in alcuni stati pre-unitari. E se non ci sono soldi, chi li metterà? Ancora una volta la povera gente, che da un giorno all&#8217;altro si trova vessata da tassazioni sempre maggiori, sconosciute al tempo in cui la penisola era “un corpo dilaniato, posseduto, stuprato, saccheggiato”.</p>
<p style="text-align: justify;">Col risultato che incomincia, nella seconda metà dell&#8217;ottocento, quella fuga di massa dall&#8217;Italia che verrà chiamata “fenomeno dell&#8217;emigrazione”. Il popolo italiano è così contento del nuovo stato di cose che inizia a fare le valigie e andare a cercare fortuna altrove, in qualunque posto purché lontani dal Paese amorevolmente ricomposto.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Qualche domanda</h3>
<p style="text-align: justify;">Si potrebbe continuare a lungo. Sottolineare per esempio che abbiamo dovuto aspettare il 1948 per trovare scritto nero su bianco frasi come “l&#8217;Italia ripudia la guerra”. O far notare che i Savoia prendono nel 1861 un Regno “amorevolmente ricomposto” e consegnano indietro nel 1946 un paese devastato dalle guerre e bollato – questa volta sì – da marchi di infamia come colonialismo e leggi razziali.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta il fatto che, davanti alle certezze esibite da Benigni sul palco di Sanremo, sono dell&#8217;idea che al contrario siano ancora tante le domande irrisolte della nostra storia.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; tanto assurdo pensare che i movimenti unitari e liberali del XIX secolo contenessero in sé anche i germi del fanatismo? E che dunque quando i fascisti si definivano gli eredi di Garibaldi non era del tutto una appropriazione indebita? E&#8217; lecito ritenere il nazionalismo più un male che un bene, alla luce anche dei terribili conflitti che ha scatenato tra 800 e 900, al confronto dei quali le guerre dei monarchi <em>ancient régime</em> appaiono come delle allegre scampagnate? Siamo in grado noi italiani di renderci conto del fatto che sotto il mantello di alcune parole chiave (Risorgimento, Brigantaggio, Resistenza) di altro non parliamo che di una preoccupante serie di guerre civili?</p>
<p style="text-align: justify;">Sono domande a mio avviso lecite. Certo, non mi aspetto che vengano sollevate durante un anniversario. Gli anniversari si fanno per celebrare gli Eroi, e quelli, come cantava Francesco Guccini “<em>son tutti giovani e belli</em>”.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto a Benigni&#8230; Roberto, ti voglio bene, ma riprendi pure il tuo libretto. E ripresentati al prossimo appello.</p>
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		<title>Il Premio Strega e la vittoria di Antonio Pennacchi</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 05:14:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Cavedagna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il mestiere del libro]]></category>
		<category><![CDATA[angiola codacci pisanelli]]></category>
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		<description><![CDATA[Giochi di potere, rapporto di forze industriali, pacchetti di voti: il Premio Strega non è un semplice premio letterario nel quale vengono proposti dei titoli e la giura dichiara un vincitore.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" title="torta" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/torta.jpg" alt="torta" width="580" height="265" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">G</span>iochi di potere, rapporto di forze industriali, pacchetti di voti: il <strong>Premio Strega</strong> non è un semplice premio letterario nel quale vengono proposti dei titoli e la giura dichiara un vincitore.</p>
<p style="text-align: justify;">A tal proposito vogliamo segnalare un interessante articolo di <strong>Angiola Codacci Pisanelli</strong> apparso su <a href="http://espresso.repubblica.it/" target="_blank">L&#8217;Espresso</a> nella giornata di ieri (chi ci segue su <a title="@edizionitrabant" href="http://twitter.com/edizionitrabant" target="_blank">Twitter</a> l&#8217;avrà probabilmente già letto).</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;">Antonio Pennacchi ha vinto il Premio Strega. È una notizia? Non dovrebbe esserlo.<br />
1. Pennacchi è un autore con un curriculum solido, e la caratteristica dello Strega è di essere più un premio alla carriera che al romanzo. Come tutti sanno e ripetono, nel palmares del premio ci sono tutti i maggiori autori italiani, ma mai loro romanzi migliori. 2. &#8220;Canale Mussolini&#8221;, oltretutto, è un buon romanzo. Ben costruito, ben scritto, racconta la saga di una famiglia trapiantata dal Nord alle Paludi Pontine, e lo fa in un modo che può piacere sia agli addetti ai lavori che ai lettori &#8220;veri&#8221;&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="L'Espresso - Perché ha vinto Penancchi" href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/perche-ha-vinto-pennacchi/2130170/9" target="_blank">Continua a leggere l&#8217;articolo originale&#8230;</a></p>
</blockquote>
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		<title>Antonio Pennacchi e quella splendida intervista</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 15:09:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Cavedagna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ora che ha vinto il Premio Strega col romanzo Canale Mussolini (Mondadori), Antonio Pennacchi è (quasi) sulla bocca di tutti. Molti forse l'avranno conosciuto grazie allo splendido romanzo Il Fasciocomunista (o almeno indirettamnte grazie al film), altri lo consocevano già, altri ancora proveranno a leggerlo adesso, forza e fine dei premi letterari. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" title="Antonio Pennacchi" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/antonio-pennacchi.jpg" alt="" width="500" height="339" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">O</span>ra che ha vinto il Premio Strega col romanzo<strong> Canale Mussolini</strong> (<em>Mondadori</em>), <strong>Antonio Pennacchi </strong>è (quasi) sulla bocca di tutti. Molti forse l&#8217;avranno conosciuto grazie allo splendido romanzo <em>Il Fasciocomunista</em> (o, almeno indirettamnte, grazie al film), altri lo consocevano già, altri ancora proveranno a leggerlo adesso, forza e fine dei premi letterari. Letture sicuramente consigliate, ma non mi va di fare recensioni: voglio raccontare come l&#8217;ho scoperto.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sono avvicinato a Pennacchi parecchi anni fa, otto per l&#8217;esattezza, grazie a una splendida intervista di <strong>Claudio Sabelli Fioretti</strong> apparsa su <strong>Sette</strong>, magazine del <strong>Corriere della Sera</strong>, nel marzo del 2002. Al termine della lettura ero estasiato: finalmente un non-intellettuale, uno che si è spezzato la schiena in fabbrica e che ora scrive. Quanto i romanzi fossero buoni l&#8217;avrei scoperto dopo. Ma uno che manda tutti a quel paese non può non attirare la mia attenzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Riporto qui l&#8217;intervista apparsa su Sette:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">A</span>ntonio Pennacchi pone dei problemi di deontologia. È uno scrittore operaio. Quello che allo Stenditoio, in mezzo al fior fiore dell&#8217;intellettualità di sinistra, ha dato una scossa a un sonnacchioso dibattito. Ha cominciato presentandosi come «leninista-marxista-stalinista». Ha proseguito dicendo che «i giudici so&#8217; &#8216;na massa de fiji de &#8216;na mignotta». Alle rimostranze del filosofo Vattimo, ha detto: «Ah Vattimo, vedi d&#8217;annattela a pijà &#8216;n der culo». Quindi, dopo avere difeso D&#8217;Alema «perché è er mejo che ci avemo», ha concluso: «Tanto lo so che fate come cazzo ve pare». Immaginate il parapiglia. Fratello di Gianni (ex Servire il popolo, giornalista prima della Stampa e adesso del Giornale), fratello anche di Laura (ex sottosegretario al Tesoro con Prodi, diessina così dura da essere considerata la Thatcher Ds), Antonio usa un italiano piuttosto colorito. Che fare? Come tradurre il suo linguaggio in maniera da eliminare rischi di querele e non disturbare i lettori sensibili? Innanzitutto l&#8217;ho tradotto quasi tutto in italiano. Poi ho cassato il 99 per cento delle parolacce sostituendole con BIP, capirete perché. Quell&#8217;uno per cento che rimane, vi prego, sopportatelo. «Lei lo sa vero che io non sono molto entusiasta che lei sia qui a rompermi i BIP», ha esordito. Me ne vado? «No. Queste cose servono. Uno scrive libri e non se lo fila nessuno. Poi un giorno manda affanculo Vattimo e te vengono a cercà tutti». Pennacchi, mi sembra un po&#8217; agitato. «Sabelli, che pretende?! Ognuno fa il mestiere suo! Lei fa l&#8217;intervistatore e io faccio l&#8217;intervistato. Avrò il diritto d&#8217;esse un po&#8217; agitato, no?». Basta che cominciamo. «Cominciamo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché ha lasciato l&#8217;editore Donzelli per Mondadori?</strong><br />
«Perché Mondadori mi paga e Donzelli no. Mi sarei aspettato un&#8217;altra domanda».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pennacchi, ognuno fa il mestiere suo. Io l&#8217;intervistatore e lei l&#8217;intervistato.</strong><br />
«Che mi chiedesse come mai Berlusconi e non Feltrinelli».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come mai Berlusconi?</strong><br />
«Gli altri non m&#8217;hanno voluto. Feltrinelli manco mi risponde al telefono. La sinistra non me vò? E BIP! E adesso lei se presenta qua e me chiede perché ho mandato affanBIP Vattimo. E uno non se deve BIP?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No, perché io non gliel&#8217;ho chiesto. Però ho letto una sua frase: «Quando vado a un convegno, non riesco a star zitto. A un certo punto devo per forza alzarmi e dire il contrario di quello che è stato detto fino a quel momento».</strong><br />
«Mia madre diceva che parlo a vanvera. Mia moglie che sono un incontinente verbale. Ma allo Stenditoio io ero andato per parlare. Ho 28 anni di lavoro in fabbrica, ho fatto lotte politiche e sindacali. M&#8217;hanno espulso dal Msi, dalla Cgil, dal Pci. Sono stato in Servire il popolo con Brandirali, nel Psi, nella Uil. Mi sono iscritto all&#8217;università a 40 anni, mentre ero in cassa integrazione. Avrei voluto fare l&#8217;esame di letteratura italiana con Asor Rosa. Pensavo: &#8220;Scrive sull&#8217;Unità, bravo compagno&#8221;. Poi ho sentito la prima lezione ho detto: &#8220;Ma vaffanBIP!&#8221;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cos&#8217;è che non le era piaciuto?</strong><br />
«Il fare di quello che sa tutto lui e l&#8217;altri non sanno un BIP. Gli assistenti gli annavano dietro co&#8217; le borse e co&#8217; la lingua de fora».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché è andato allo Stenditoio?</strong><br />
«Quando Nanni Moretti ha urlato in piazza Navona ero perfettamente d&#8217;accordo con lui. Ma non mi convincevano i girotondi, i discorsi sulla giustizia, sul regime. Allo Stenditoio ho sentito vecchi tromboni come Ettore Scola, come Asor Rosa, come Giovanni Berlinguer. O come Furio Colombo che viene a di&#8217; che siamo in piena emergenza democratica. Si era portato la claque. Deriva bertinottiana».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che c&#8217;entra Bertinotti?</strong><br />
«Antagonismo, fondamentalismo. Intendiamoci: Berlusconi se l&#8217;è cercata. Quando autorizzi a parlare a nome tuo uno come Vito, non ti puoi aspettare altro che gente come Furio Colombo o Agnoletto o Casarini».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Torniamo allo Stenditoio.</strong><br />
«Facevano parla&#8217; solo quelli famosi. Sono andato incazzato da Fassino e j&#8217;ho detto: &#8220;Ahò, io so&#8217; l&#8217;unico scrittore operaio qua dentro. Se non parlo io, chi BIP deve parlà&#8221;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E ha parlato finalmente.</strong><br />
«Ho detto che se stavano a raccontà le fregnacce. Che Berlusconi ha vinto perché aveva un&#8217;idea di Paese, mentre noi no. Quello ha detto alla gente: faccio due autostrade e il ponte de Messina. Noi dovevamo rispondergli: &#8220;E noi facciamo pure il ponte di Cagliari&#8221;. Davanti a me Vattimo ha cominciato a strillà. E io: &#8220;Ah Vattimo, e statte zitto&#8221;. Quello continuava e allora j&#8217;ho detto d&#8217;annà affanBIP. Anche lui mi ha mandato affanBIP e io non ci ho visto più. Un vaffanBIP generale. C&#8217;era Miriam Mafai che pareva &#8216;na matta e urlava a Vattimo: &#8220;Statte zitto! C&#8217;ha ragione lui!&#8221; e poi faceva a me: &#8220;Vai! Vai!&#8221;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Vattimo è un filosofo stimato?</strong><br />
«Ho studiato Heidegger sulla sua introduzione. Il filosofo non si discute. Ma ha fatto l&#8217;errore di mettersi sul terreno mio, la rissa. A BIP sono più forte. J&#8217;avrei pure menato».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Morale della favola?</strong><br />
«Alla fine ho detto: &#8220;Io sono un marxista-leninista-stalinista. Sono per la dittatura del proletariato. Ma voi no: siete per la democrazia. E la democrazia dice che se Berlusconi ha pigliato i voti, voi non dovete rompere le palle. Se Berlusconi domani fa una legge che dice che tutti i suoi reati non sono più reati, quella è la legge. O no? È così o non è così? Che fa? Non me risponne?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È soddisfatto?</strong><br />
«Mica tanto. All&#8217;uscita ho incontrato Vattimo. Volevo chiedergli scusa. Ma non m&#8217;ha dato il tempo de parlà. È stato scherzoso e spiritoso. È uno che mi piacerebbe incontrare al bar. Che diventasse amico mio. Non come Asor Rosa. Sa che cosa è Asor Rosa?»</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Temo il peggio, non lo dica.</strong><br />
«BIP, BIP».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lo immaginavo.</strong><br />
«BIP, BIP. Come Giovanni Berlinguer. Criminali!!!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E poi?</strong><br />
«Poi ho incontrato Miriam Mafai che rideva. E mi ha detto: &#8220;Tu sei matto&#8221;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Altre reazioni?</strong><br />
«Minniti: &#8220;Bravo, hai detto quello che noi tutti pensiamo&#8221;. E che &#8216;tte possino. Dillo anche tu allora!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È stato difficile diventare scrittore?</strong><br />
«Per pubblicare il primo libro ci ho messo otto anni. L&#8217;ho mandato a 33 editori, ho avuto 56 rifiuti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non tornano i conti.</strong><br />
«A qualcuno gliel&#8217;ho mandato tre volte».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quante risposte?</strong><br />
«Una quarantina: &#8220;Ci piace moltissimo ma non rientra nella linea editoriale&#8221;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E adesso la Mondadori invece?</strong><br />
«Mi ha dato 25 milioni lordi di anticipo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanto ha guadagnato con i libri fino adesso?</strong><br />
«&#8217;Na miseria! Donzelli dice che Mammut ha venduto mille copie, Palude duemila e Nuvola rossa 800 copie. Da lui avrò preso 17 milioni lordi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché ha lasciato la fabbrica?</strong><br />
«Nel giro di un anno ho avuto due ernie al disco, un infarto e una resezione gastrica. Mi sono stufato. E anche loro si sono stufati di me. Mi hanno detto: &#8220;Te ne vai e te damo 200 milioni&#8221;. In questi tre anni ho vissuto con la liquidazione. Ho un anno ancora di autonomia. Ma sono disoccupato secco».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Scrive su Limes, la rivista di Lucio Caracciolo.</strong><br />
«Limes esce una volta ogni quattro mesi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le origini: papà trattorista, impegnato nella bonifica delle paludi pontine, mamma che fa la fame in Veneto?</strong><br />
«E poi fa sette figli».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tra i quali il famoso Gianni e la famosa Laura. Gianni, anche lui a Servire il popolo. Oggi al Giornale di Berlusconi. Lei ci andrebbe a lavorare al Giornale?</strong><br />
«Ho chiamato Maurizio Belpietro sei volte. Niente. Io collaborerei volentieri col Giornale. Se fosse chiaro che dico quel BIP che mi pare. Sono disposto a vendere il culo ma non la lingua. Io me so fatto espelle dalla Cgil. A Sergio Cofferati je vojo bene ma un giorno je stavo pe&#8217; menà».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dibattito sindacale?</strong><br />
«Cose nostre. Io sono stalinista. L&#8217;unica morale della politica è la politica! Al funzionario sindacale che ce rompeva i BIP noi je menavamo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quanti ne ha menati?</strong><br />
«Eh che stamo a ffà i numeri?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Insomma l&#8217;hanno cacciata dalla Cgil perché menava?</strong><br />
«Ne dicevano tante: che ero d&#8217;accordo col padrone, che ero filobrigatista».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei ha detto una volta: «Io sto sempre dalla parte degli oppressi, ma alla rivoluzione non ci credo più».</strong><br />
«Quello che dico oggi non è lo stesso che dirò domani. Ma ho detto veramente quella frase?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Pennacchi. Lei è leninista, marxista e stalinista?</strong><br />
«Sì».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In che cosa?</strong><br />
«Nell&#8217;analisi. Il socialismo reale è fallito ma anche il capitalismo puro. Ne è uscito fuori un sistema sincretico fra i due».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Torniamo alla sua vita. Ai suoi fratelli potenti?</strong><br />
«A me non m&#8217;ha aiutato un BIP di nessuno. Tantomeno i miei fratelli. Mio fratello m&#8217;ha allungato soldi ma mai una parola con qualche giornale. Anzi, io j&#8217;ho raccontato le mie storie e lui me le ha fregate. Lassamo perde».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa ricorda da ragazzino?</strong><br />
«Ah Sabbé, se fa tardi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Abbiamo tempo.</strong><br />
«Mia zia che muore, le allucinazioni quando avevo la pleurite a tre anni».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Poi?</strong><br />
«Sono stato in seminario due anni».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ci mancava.</strong><br />
«Quando sono tornato dal seminario il problema era lo spazio. Mio fratello Gianni mi disse: &#8220;M&#8217;hai fregato il cassetto&#8221;. Con lui erano scazzottate continue. Ci menavamo ai giardini. La gente ci vedeva passare e urlava: &#8220;Ahò, ce so&#8217; i Pennacchi che vanno a menasse&#8221;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gianni di sinistra, lei di destra.</strong><br />
«Tutti i miei fratelli erano di sinistra. Io ero il ribelle. Mi chiamavano Antoniaccio».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E adesso? Chi le piace e chi non le piace a sinistra?</strong><br />
«Bertinotti, il capo del proletariato, è uno con la erre moscia? Ma vaffanBIP! O no?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No.</strong><br />
«Invece sì! BIP! Sta sempre in televisione. Lo invitano perché ci fa perdere voti. Come Agnoletto e Casarini. Ogni volta perdiamo 50 mila voti. Ma che stiamo a scherzà?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi sembra di capire che i no-global non le piacciono.</strong><br />
«Sono fuori dal mondo».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma sono tanti.</strong><br />
«E che mi frega? Sono tanti pure i buddisti come mio fratello».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E l&#8217;ottima Laura Pennacchi?</strong><br />
«È provocatoria la domanda?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>No.</strong><br />
«Laura sta col Correntone&#8230; è un&#8217;anti-dalemiana&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>A lei D&#8217;Alema piace invece.</strong><br />
«Avemo de mejo? Sabelli, me lo dica. C&#8217;è de mejo?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma a considerarlo uno statista?</strong><br />
«Statista è una parola grossa. Lei mi dica il nome di uno statista?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>De Gasperi?</strong><br />
«Ma non dica &#8216;ste BIPpate! Gli unici due statisti di questo secolo sono Mussolini e Togliatti! Statista De Gasperi! Deve ragionare quando parla delle cose! Abbia pazienza!».</p>
<p style="text-align: justify;">L<strong>ei ha chiara la differenza fra destra e sinistra?</strong><br />
«Destra è per l&#8217;uomo, sinistra per la collettività».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quindi?</strong><br />
«Quindi è ora di finirla di dire che Storace è di destra. Di destra sono Berlusconi e Bossi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>E Storace è di centro?</strong><br />
«Storace è di sinistra».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei è un adulatore?</strong><br />
«Ma io a chi devo adulà? Ah Sabbé. Lei non ha idea di quante volte mi sono detto: &#8220;Bono, bono&#8221;. Ma poi me scappano i BIP!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa è l&#8217;adulazione?</strong><br />
«Ha mai visto Giampiero Mughini? Un BIP totale!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei non conosce le mezze misure?</strong><br />
«È il più grande adulatore presente sulla scena televisiva in questo momento».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sembrerebbe il contrario.</strong><br />
«Incita la massa ad andare dove sta già andando. Come Maurizio Mosca, come Aldo Biscardi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Si parla di calcio?</strong><br />
«Stessa cosa per Bruno Vespa».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sergio Romano sostiene che Vespa non è un adulatore. Perché incalza l&#8217;intervistato.</strong><br />
«Mozzicare Mario Pirani è facile. Ricorda Vespa che smozzicava Berlusconi? Ma che ce stiamo a pijà per BIP davero?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che ha fatto nel &#8217;68?</strong><br />
«Servizio d&#8217;ordine: casco e bastone».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il massimo dell&#8217;illegalità?</strong><br />
«Qualche bomba-carta, ma quando ero fascio&#8230;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Cosa è stato il &#8217;68?</strong><br />
«Una guerra civile! Io non ho commesso reati di sangue. Ma ero disponibile. Mica io solo. Tutti quegli stronzi che adesso dicono: &#8220;Io venivo solo alle manifestazioni, ero contrario alla violenza&#8221;, dicono il falso! Quando passavamo noi della Volante Rossa, tutti &#8216;sti compagni battevano le mani!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei simpatizzava per le Br?</strong><br />
«Ero contro lo Stato borghese che faceva 10 morti al giorno in infortuni sul lavoro. Ho simpatizzato fino a che non hanno ammazzato Moro. Finché l&#8217;hanno rapito mi stava bene. Ucciderlo è stato da giustizieri della notte. Ma io sono cambiato davvero quando è arrivata la crisi in fabbrica. Da allora sono diventato socialdemocratico».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma come socialdemocratico! Stalinista-leninista-marxista?</strong><br />
«Stalinista-leninista-marxista che fa i conti col mercato».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È vero che sua madre ha bruciato le sue poesie d&#8217;amore perché pensava fosse roba compromettente?</strong><br />
«Dopo Piazza Fontana perquisirono casa dei miei. E mia madre ha bruciato tutto, anche le poesie. C&#8217;era abituata. Quante mazze ferrate e quante catene aveva buttato».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ha simpatia per Berlusconi?</strong><br />
«Io mi sento parte di questo Paese. Posso augurarmi che Berlusconi faccia sempre peggio? No! Mi auguro che faccia meglio. Poi noi prenderemo il suo posto».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Berlusconi è un avversario?</strong><br />
«Non mi piace la parola avversario. Sono uscito dalla visione antagonista quando ho capito che non era mio diritto uccidere la gente. Ho accettato le regole».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come direbbe?</strong><br />
«Competitor».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Berlusconi è un competitor?</strong><br />
«È uno che ha incrudelito il clima politico. Gli manca la professionalità. Meglio Fini».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Per chi vota?</strong><br />
«Chi devo votà? Ds!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Non lo avrei dato per scontato.</strong><br />
«Mi dicono: &#8220;Tu hai il cervello a sinistra e il cuore a destra&#8221;. Ma il mio cuore non è a destra. Sono i fascisti che stavano a sinistra. Ho avuto un&#8217;illuminazione: il fascismo era dittatura del proletariato».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>È un voltagabbana?</strong><br />
«Ah Sabbé, ma sta a scherzà?».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fascista, gruppettaro, socialista, comunista, socialdemocratico?</strong><br />
«Un uomo deve fare quello che pensa».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quand&#8217;è l&#8217;ultima volta che ha fatto a botte?</strong><br />
«Nel 1990, all&#8217;università. Gli autonomi parlavano male di Lama. Lama non me lo dovete toccà. Mi salvarono i ragazzi della Fgci».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei è un bravo scrittore?</strong><br />
«Certo. L&#8217;unico che ha delle cose da raccontare».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli altri?</strong><br />
«Uno che scrive bene è Baricco, ma non dice niente di nuovo. Ricicla. Scrive bene Busi».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Gli scrittori sono adulatori?</strong><br />
«Tutti».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Facciamoci un nemico.</strong><br />
«De Carlo. Un conformista! Dice le cose che pensa che gli altri vogliono sentì!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I giornalisti?</strong><br />
«Bocca è una BIP!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Santoro?</strong><br />
«Arrogante, fazioso. Sa chi mi piace in televisione? I comici».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;ha visto Benigni?</strong><br />
«Mi ha commosso!».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Lei scrive per i critici?</strong><br />
«Scrivo per chi mi leggerà fra 400 anni».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le critiche le legge?</strong><br />
«Certo. E mi inBIPpo. Angelo Guglielmi ha scritto: &#8220;Troppe citazioni: come se l&#8217;autore volesse far vedere che ha studiato!&#8221;. E non ha capito che le citazioni erano false. Era un gioco. Gli ho mandato una lettera: &#8220;Guardi che le citazioni me le sono inventate&#8221;».</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che cosa si aspetta dalla vita?</strong><br />
«Vincere il Nobel. Ma prima vorrei anche fare i soldi, perché il Nobel lo danno ai vecchi. D&#8217;altra parte se non lo danno a me, a chi lo danno? Gli altri rifriggono aria».</p>
</blockquote>
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		<title>10 modi per fare soldi facili con l&#8217;editoria</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 08:24:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il mestiere del libro]]></category>
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		<category><![CDATA[autore a proprie spese]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Apro una casa editrice e mi dichiaro disposto a valutare romanzi e racconti inediti. Qualunque cosa venga spedita, la accetto. Dopo una sommaria lettura invio una lettera all'autore, dicendogli che è un'opera interessante e ben scritta come poche; ma purtroppo l'editoria è in crisi e bla bla bla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="10 modi per fare soldi facili con l'editoria" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/gatto_e_volpe.jpg?t=1257426267" border="2px" alt="10 modi per fare soldi facili con l'editoria" width="320" height="296" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>1.</strong><br />
Apro una <a href="http://www.edizionitrabant.it" target="_blank">casa editrice</a> e mi dichiaro disposto a valutare romanzi e racconti inediti. Qualunque cosa venga spedita, la accetto. Dopo una sommaria lettura invio una lettera all&#8217;autore, dicendogli che è un&#8217;opera interessante e ben scritta come poche; ma purtroppo l&#8217;editoria è in crisi e bla bla bla, quindi saremmo felici di pubblicarla ma solo se lui contribuisse alle spese. Si stila un contratto in cui l&#8217;autore si impegna ad acquistare un certo numero di copie (200? 300?) a un prezzo “scontato”. Lo sconto in realtà è una bufala: non essendoci né distributore né libreria di mezzo, in ogni caso io su quelle copie intasco fino anche l&#8217;80% del prezzo di copertina, e mi bastano non solo a coprire la stampa delle altre (poche) copie da mandare in libreria, ma anche a farmi un bel gruzzolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro è impaginato sommariamente: il testo, senza una vera correzione di bozze, è direttamente copiato nella gabbia con tutti i refusi e i caratteri non uniformati. La copertina, magari, la facciamo scegliere all&#8217;autore, così è più contento.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo un anno il libro, mal fatto e mal distribuito, viene ritirato dal catalogo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>2.</strong><br />
Variante della 1: quando il libro viene ritirato dal catalogo, contatto nuovamente l&#8217;autore. Mi dichiaro immensamente dispiaciuto che l&#8217;opera non abbia avuto successo e gli propongo di acquistare le copie in esubero; altrimenti verranno mandate al macero. Gli applico il solito sconto e altri soldi arrivano in cassa.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>3.</strong><br />
Altra variante della 1: in effetti stampo solamente le 200 copie che vendo all&#8217;autore. Per il resto, gli faccio credere di averlo distribuito in libreria. Occhio ché questa variante può essere illegale, se nel contratto è specificata la dimensione della prima tiratura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>4.</strong><br />
Questo accadeva nella casa editrice in cui lavorava una mia amica. Inauguro una collana che – mettiamo una volta l&#8217;anno – pubblica una raccolta di racconti di autori esordienti. I 20/30 racconti sono scelti un po&#8217; a caso tra le vagonate di proposte che arrivano. Solita lettera lusinghiera per attrarre l&#8217;aspirante scrittore, ma questa volta non c&#8217;è nessuna richiesta di soldi. L&#8217;opera viene pubblicata davvero a spese dell&#8217;editore. Dov&#8217;è il barbatrucco, allora? Semplice: ogni autore porta con sé almeno 10/15 copie, tra quelle che compra lui per regalarle in giro e quelle che fa comprare ad amici e parenti. 15 copie per 20 autori fanno già 300 copie vendute assicurate. Soliti giochi sulla tiratura ed è fatta&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>5.</strong><br />
Consueto appello agli autori esordienti a inviare le loro opere nel cassetto. Esiste solo una condizione: chi vuole sottoporre un romanzo, deve prima necessariamente acquistare un titolo del catalogo dal sito. Un furbata niente male: se tutti quelli che ti mandano un testo comprassero almeno una copia, potresti diventare la Mondadori nel giro di sei mesi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>6.</strong><br />
Quello che <strong>Umberto Eco</strong> chiamava <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Autore_a_proprie_spese" target="_blank">APS (Autore a Proprie Spese)</a><span style="color: #333333;"><sup>W</sup></span>, è molto spesso piuttosto un EPS (Ente a Proprie Spese). Divento cioè un editore specializzato nel pubblicare volumi su finanziamento di enti, università, fondazioni etc. Detto in poche parole, la Fondazione Vattelapesca mi contatta perché vuole pubblicare un interessante studio sui sassi lisci nel greto del fiume Fuffa. Invece di rispondere che una simile pazzia non troverebbe mai spazio in nessuna collana, mi offro di pubblicarlo in cambio di 6-7000 euro. Sapete, per coprire le spese&#8230; Dal momento che di solito questi enti hanno meno problemi di soldi degli esordienti, mi pagano senza battere ciglio. E via, si stampano 300 copie: quelle che non marciranno in magazzino, marciranno sulla scrivania di qualche assessore. Il tipico regalo di Natale indesiderato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>7.</strong><br />
Bandisco un<strong> concorso di scrittura</strong>. I partecipanti, dietro corrispettivo di una modica (modica?) cifra potranno inviare la loro opera nascosta nel cassetto ed essere valutati da una giuria selezionatissima. Premio: la pubblicazione dell&#8217;opera. Magari pubblicizzo il tutto con qualche slogan come: Esci dall&#8217;anonimato! Alla fine scelgo a casaccio il vincitore, tra le opere meno orrende, e lo pubblico davvero: con tutti i soldi che ho intascato di iscrizione, stampare una tiratura ridicola destinata al macero non mi costa nulla.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>8.</strong><br />
Variante che combina i punti 4 e 7: bandisco un concorso di scrittura, ma senza tassa di iscrizione. Il concorso però è dedicato ai racconti inediti, che verranno inseriti in una antologia. Per il resto si segue il percorso del punto 4.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>9.</strong><br />
Parallelamente all&#8217;attività della casa editrice, organizzo un <strong>Master per Redattori Editoriali</strong>. Preparo del materiale pubblicitario in cui faccio credere che: * questa è la professione del futuro; * nel settore ci sono enormi possibilità di trovare un lavoro; * lavorare nell&#8217;editoria è facile, bastano una scuola media fatta bene e il mio master. Il corso costa in media 10 euro l&#8217;ora, quindi si può chiedere dalle 700 alle 2000 euro, a seconda della durata. In alcune varianti, infatti, si ritiene sufficiente anche una sola settimana – però è full immersion. Pensateci bene: posso intascare in un colpo fino a 60.000 euro, solo per tenere occupate una trentina di persone parlando loro vagamente di quanto sia in crisi il mercato editoriale.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>10.</strong><br />
Variante della 9: alla fine del master è previsto come premio il periodo di stage. Si può scegliere di accogliere tutti i partecipanti al corso – il che attira più iscritti – o solo i migliori, scelti con un esame burla. I prescelti passeranno 3 mesi in redazione a svolgere la manovalanza più bassa, il tutto senza ricevere una lira. Però, se ci pensate bene, a suo tempo hanno pagato il corso: quindi, tirando le somme, c&#8217;è gente che ha pagato per avere il privilegio di lavorare gratis. Se questo non è genio, non so proprio cosa possa esserlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non dimenticate però un dettaglio importante. Ogni volta che inviate una lettera a un aspirante autore, a un aspirante studente, stagista o chi so io, ricordate di concluderla sempre con la seguente formula: <em>Aiutaci anche tu a portare avanti il nostro piccolo sogno</em>.</p>
<p><!-- WSA: context 'ref-secondo' not found --></p>
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		<title>A cena con Giacinto De Sivo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Nov 2009 07:27:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni volta che leggo un libro, in realtà mi occupa molto più tempo della giornata che non i soli momenti in cui ce l'ho davanti agli occhi. E' come se occupasse l'intero periodo in cui lo leggo. Mi capita di pensarci mentre sono fuori casa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="float: left; margin: 3px 16px 8px 0"><img class="alignnone" title="Giacinto De Sivo" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/gia.png?t=1259306477" alt="Giacinto De Sivo" width="160" height="233" /></div>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">O</span>gni volta che leggo un libro, in realtà mi occupa molto più tempo della giornata che non i soli momenti in cui ce l&#8217;ho davanti agli occhi. E&#8217; come se occupasse l&#8217;intero periodo in cui lo leggo. Mi capita di pensarci mentre sono fuori casa. Aspetto il momento di riprenderlo in mano. Ripenso a qualche passaggio che mi aveva colpito.</p>
<p style="text-align: justify;">Potete immaginare quanto tutto questo aumenta esponenzialmente da quando ho avuto l&#8217;insana idea di fare i libri.</p>
<p style="text-align: justify;">E già, perché preparare un&#8217;edizione va molto oltre la semplice lettura. Tra digitalizzazione, correzione, impaginazione, secondo giro di bozze, significa percorrere palmo a palmo un testo, diverse volte e per un lungo periodo. A volte anche per mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendete <a title="Storia delle Due Sicilie" href="http://www.edizionitrabant.it/storia-delle-due-sicilie" target="_blank">Giacinto De Sivo</a>. Curare la nuova edizione ha richiesto, tra una pausa e l&#8217;altra, quasi un anno e mezzo. Un periodo in cui ci siamo trovati ad assorbire totalmente lo stile dell&#8217;autore. Alla fine ti sembra quasi di averlo conosciuto, come se ci fossi andato a cena ogni sera per mesi. Delle volte ci sorprendevamo a parlare come lui; capitava che, per scherzo, facessimo il verso alle sue frasi più pepate: <em>dio, che lezzo di trivio!&#8230;</em></p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; successo lo stesso quando lavoravo a <a title="Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta" href="http://www.edizionitrabant.it/un-viaggio-da-boccadifalco-a-gaeta">Giuseppe Buttà</a>. Prendetemi per pazzo, ma a quel tempo nemmeno usavamo l&#8217;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Optical_Character_Recognition" target="_blank">OCR</a><em><sup>W</sup></em>: ho letteralmente ribattuto il libro in biblioteca, parola per parola, lettera per lettera. Due settimane in cui davvero con la mente ho viaggiato da Boccadifalco a Gaeta, e quasi mi sembrava di sentire il rumore delle bombe sopra la testa.</p>
<p style="text-align: justify;">E pensare che c&#8217;è ancora gente che afferma: non mi piace leggere, preferisco vivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Sciocco, non sai cosa ti perdi: se leggi, puoi vivere la tua vita e anche quella di molte altre persone. Davvero vuoi privarti di una simile opportunità?</p>
<p><!-- WSA: context 'ref-secondo' not found --></p>
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		<title>Piccolo vademecum di marketing editoriale</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2009 07:29:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il mestiere del libro]]></category>
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		<description><![CDATA[Com'è La trama?... Avvincente. L'esordio?... Sorprendente. Il Maestro?... Indiscusso. Il finale?... Inatteso. Il ritmo?...Incesessante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Com&#8217;è La trama?&#8230; <strong>Avvincente</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esordio?&#8230; <strong>Sorprendente</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Maestro?&#8230; <strong>Indiscusso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il finale?&#8230; <strong>Inatteso</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il ritmo?&#8230; <strong>Incessante</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia d&#8217;amore?&#8230; <strong>Travolgente</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La critica?&#8230; <strong>Serrata</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ironia?&#8230; <strong>Pungente</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il classico?&#8230; <strong>Grande</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sguardo?&#8230; <strong>Dissacrante</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">E adesso siete in grado anche voi di scrivere una quarta di copertina. Buon lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">(<em>chi di voi indovina la mezza citazione contenuta in questo articolo vince la nostra stima incondizionata</em>)</p>
<p><!-- WSA: context 'ref-secondo' not found --></p>
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		<title>Riflessioni sull&#8217;editoria</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 08:04:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno dei più interessanti fenomeni generati dalla Rete è quello di aver portato allo scoperto una forma di diffuso malessere nei confronti dell'editoria italiana, un disagio che probabilmente prima faticava a rendersi visibile. 
Navigando, è molto facile imbattersi in articoli in cui alcuni lettori si lamentano delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span id="big">U</span>no dei più interessanti fenomeni generati dalla Rete è quello di aver portato allo scoperto una forma di diffuso <strong>malessere nei confronti dell&#8217;editoria italiana</strong>, un disagio che probabilmente prima faticava a rendersi visibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Navigando, è molto facile imbattersi in articoli in cui alcuni lettori si lamentano delle linee editoriali delle principali aziende italiane e della qualità dei testi selezionati, soprattutto per quello che attiene la narrativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Sarebbe facile attribuire questo genere di critiche alla frustrazione di aspiranti autori che non sono riusciti a trovare spazio. C&#8217;è una parte di verità, ma sarebbe riduttivo.</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo, le accuse che più spesso vengono rivolte alle case editrici sono le seguenti: <strong>non danno sufficiente attenzione agli autori emergenti</strong>; hanno come <strong>unico scopo il guadagno economico</strong>;  sono appiattite su un conformismo che lascia spazio soltanto ai generi letterari più popolari; producono in serie <strong>libri tutti uguali</strong> e dal basso livello letterario; badano di più alla popolarità già consolidata dell&#8217;autore che alla qualità del testo. Corollario di tutto è <strong>una pesante accusa di “mancare di coraggio”</strong>: coraggio, si intende, di puntare su iniziative dal non sicuro successo commerciale.</p>
<p style="text-align: justify;">Personalmente mi sono prestato anch&#8217;io, in passato, a questo giochetto, quando esprimevo tutto il mio disagio nell&#8217;entrare in libreria e osservare i titoli sullo scaffale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma oggi vorrei cercare di analizzare il fenomeno a freddo. Invece di piagnucolare, sarebbe molto meglio <strong>cercare di capire cosa accade e perché</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia impressione è che in molti casi ci sia <strong>una distanza enorme tra il punto di vista dei produttori e quello dei fruitori della letteratura</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre il mondo editoriale, per la sua stessa sopravvivenza, si è evoluto adeguandosi alla società contemporanea, <strong>il pubblico dei lettori è invece spesso ancorato a una visione antiquata della scrittura</strong>, dell&#8217;arte e della pubblicazione. Detto in parole più semplici: l&#8217;editore pensa a ciò che libro, autore, romanzo significano al giorno d&#8217;oggi, mentre spesso il lettore intende quello che significavano ai tempi di Manzoni, Leopardi e compagnia bella.</p>
<p style="text-align: justify;">Badate bene che con questo non voglio dare giudizi di valore. Se parlo di “evoluzione” intendo semplicemente il cambiamento, né intendo condannare la nostalgia del bel tempo andato. Vorrei riuscire ad astrarmi, per una volta, dalle contrapposizioni “moderno=buono/antico=cattivo” e viceversa.</p>
<p style="text-align: justify;">Di chi è la responsabilità? Della scuola? E&#8217; probabile, visto che i programmi ministeriali, almeno fino ai miei tempi, faticavano ad arrivare agli anni &#8217;40 del XX secolo. Specialmente chi ha compiuto studi umanistici, viene imbottito di ottocento e non si accorge che fuori dalla finestra il mondo è diventato tutt&#8217;altra cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna considerare in primo luogo l&#8217;<strong>alfabetizzazione di massa</strong>. Noi ci lamentiamo che in Italia si legge poco, e questo è senz&#8217;altro vero se si fa il paragone con molti paesi stranieri; però è un fatto che <strong>in Italia si legge molto di più che in passato</strong>. Nel corso del &#8217;900 l&#8217;affermarsi dell&#8217;istruzione pubblica ha notevolmente allargato il pubblico dei lettori. Secondo le statistiche, la maggior parte di questi compra appena un libro l&#8217;anno: ma rendiamoci conto che questo dato apparentemente sconfortante è già un progresso notevole rispetto a un passato in cui l&#8217;alfabeto era conosciuto da appena il 2% della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo ha rappresentato un mutamento copernicano della società, <strong>cambiando la diffusione e la natura stessa dell&#8217;oggetto-libro</strong>. Di natura fisica innanzitutto: da oggetto costoso e destinato a pochi, quindi spesso di grandi dimensioni, fatto di materiali ricercati, illustrato, il libro è diventato un prodotto di massa: più spesso leggero, meno buono qualitativamente e soprattutto più economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il cambiamento ha riguardato anche i contenuti. Ed era inevitabile che fosse così: se<strong> il libro diventa un prodotto di massa</strong>, è consequenziale che diventi <strong>più accessibile</strong>, <strong>più semplice</strong>, anche <strong>più breve</strong>. E non prendete questa per un&#8217;affermazione snobistica. Non è che le “masse” siano più stupide: è che semplicemente non hanno tempo. Fino al XIX secolo, quelli che leggevano erano una ristretta casta di privilegiati, il più delle volte nobili, liberi dall&#8217;assillo del lavoro e con tanto ma tanto tempo da dedicare alla cultura. Ma se a leggere è l&#8217;operaio, l&#8217;impiegato, il precario che passa un terzo della sua esistenza a confrontarsi con problemi concreti e assillanti, pretendere che spenda il tempo libero speculando sulle monadi e le categorie dello spirito sarebbe puro sadismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Come mi disse il direttore editoriale di una casa editrice peraltro abbastanza famosa, “io quando la sera torno a casa stanco morto dopo un giorno di lavoro, prima di dormire mi metto a leggere <strong>Camilleri</strong>, mica <strong>Gadda</strong>&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; vero: un tempo si pubblicavano <strong>Manzoni</strong>, <strong>Leopardi</strong>, <strong>De Roberto</strong>; oggi tanta letteratura “di genere” e moltissimi libri-spazzatura (perché non venitemi a dire che non lo sono operazioni come gli aforismi di Taricone&#8230;). Ma Manzoni non era un best-seller. <strong>I Promessi Sposi se li pubblicò a sue spese</strong> e per poco non si riduceva sul lastrico. Testimoni raccontano di come tentasse penosamente di rifilare le copie invendute agli amici che lo venivano a trovare. Se dovessimo scorrere le tirature del tempo (termine già di per sé anacronistico), risulterebbero ridicole. Se riusciva a far parlare di sé non era soltanto per le qualità letterarie, di cui non discuto, ma anche perché apparteneva a una ristrettissima cerchia di intellettuali che, in quanto così pochi, si conoscevano praticamente tutti. <strong>Non esisteva al tempo un&#8217;industria editoriale</strong>; non aveva bisogno di arrivare alle masse; sennò ti saluto.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte, volendo continuare questo giochetto manicheo di distinguere tra letteratura “alta” e “bassa”, uno degli aspetti più interessanti della seconda metà del &#8217;900 è stato proprio l&#8217;abbattimento degli steccati tra i due generi. Oggi molta letteratura che, per così dire, si pone obiettivi più profondi del puro intrattenimento, spesso si riveste di forme mutuate dall&#8217;arte popolare. E non è detto che sia un male: già Lucrezio, in tempi non sospetti, suggeriva di cospargere di miele il bordo della coppa, così da rendere meno amara la medicina. <strong>Oggi la letteratura si rivolge a un pubblico più ampio</strong>: è normale che adegui il suo stile, più spesso per eccesso – è vero – e senza dubbio a scapito delle opere più complesse e sperimentali.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è poi il rovescio della medaglia: <strong>molta più gente al giorno d&#8217;oggi scrive</strong>. Questo è un fenomeno assolutamente inedito nella storia della civiltà. Fino a cento anni fa non sarebbe mai venuto in mente a così tanta gente di scrivere un romanzo, una poesia, un articolo, né di aspirare alla carriera di “scrittore”.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è senz&#8217;altro un bene, se preso in sé: non sarò certo io a ironizzarci su, come fanno certi snob convinti che debba essere una prerogativa per pochi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il problema però è che ciò provoca un cortocircuito tra la domanda e l&#8217;offerta. Troppa è la differenza numerica tra le opere in cerca di pubblicazione e quelle che effettivamente possono essere pubblicate, e questo anche a prescindere dalla qualità letteraria.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo ha fatto nascere un fenomeno inedito, degno di essere studiato dal punto di vista sociologico: la frustrazione dell&#8217;aspirante scrittore rifiutato. Ma ci vorrebbe un articolo apposito solo su questo argomento&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che fare, allora?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Piangere non serve a nulla. Per quanto le critiche e le accuse al mondo editoriale possano trovare una giustificazione (e anche a me ne vengono parecchie), non penso possa aiutare a trovare una soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che ci dobbiamo chiedere è <strong>quanto questo sistema attuale sia ancora in grado di soddisfare le esigenze di una pur grande fetta di pubblico </strong>di lettori “forti” e spesso a loro volta autori. Se cioè sia ancora il caso di insistere su questa organizzazione, questa distribuzione, questa promozione.</p>
<p style="text-align: justify;">Fenomeni come il <em>print on demand</em>, di cui abbiamo già parlato, offrono interessanti spunti di riflessione, anche se presentano secondo me diversi limiti. Ma sono già un segnale che la società non ha smesso di cambiare, e con essa forse cambierà ulteriormente anche l&#8217;editoria.</p>
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		<title>Frequently Asked Questions</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Nov 2009 09:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ma c'era proprio bisogno di un'altra casa editrice?
Come diceva Mao: boh!

Che significa la parola Trabant?
In tedesco significa “satellite”. Il riferimento però è un altro: la Trabant era l'auto di stato nella Repubblica Democratica Tedesca, in pratica la Germania Est. Una delle automobili più longeve della storia. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" title="FAQ" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/faq_cube.gif" alt="" width="235" height="257" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma c&#8217;era proprio bisogno di un&#8217;altra casa editrice</strong><strong>?</strong><br />
Come diceva Mao: boh!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che significa la parola Trabant?</strong><br />
In tedesco significa “satellite”. Il riferimento però è un altro: la <a href="http://www.edizionitrabant.it" target="_blank">Trabant</a> era l&#8217;auto di stato nella Repubblica Democratica Tedesca, in pratica la Germania Est. Una delle automobili più longeve della storia. Se volete delle informazioni a riguardo, vi consiglio <a href="http://www.autosoviet.altervista.org/automotorusse9-I(Trabant).htm" target="_blank">questo sito</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Sì, ma perché il nome Trabant?</strong><br />
E&#8217; una storia lunga e affascinante. Magari un giorno ve la racconteremo. Per il momento posso solo dire che un giorno è comparso un uomo su una torta fiammeggiante e ci ha detto: “Da oggi voi siete le <a href="http://www.edizionitrabant.it" target="_blank">Edizioni</a> <a href="http://www.edizionitrabant.it" target="_blank">Trabant</a>”. (chi coglie la citazione?)</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Fondare una casa editrice! Ma che idea strana! Come vi è venuta?</strong><br />
Perché siamo malati: ci piace leggere. Abbiamo provato a guarire, ma la terapia a base di diazepam e Italia 1 non ha funzionato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma le Edizioni Trabant sono di destra o di sinistra?</strong><br />
Perché piuttosto non ci chiedete se siamo guelfi o ghibellini? O magari chi sosteniamo tra Mario e Silla?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voi usate il print on demand. Quindi non siete un vero editore?</strong><br />
Eh, purtroppo no. Abbiamo provato a ottenere la patente di <a href="http://www.edizionitrabant.it" target="_blank">editore</a>, ma ci hanno bocciato all&#8217;esame di guida. Via, non scherziamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Già che ci siamo, mi spiegate come funziona il mercato editoriale?</strong><br />
E chi ha mai detto che funziona?!</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nella carbonara ci vuole l&#8217;aglio?</strong><br />
Pare di no. Consigliano di rosolare la pancetta con il solo olio.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Che significa “improcrastinabile”?</strong><br />
Che non può essere rinviato. Ma sconsiglio di usarlo in un sms.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ma l&#8217;uomo è davvero andato sulla Luna o era tutta una montatura?</strong><br />
Era chiaramente una montatura: è impossibile per l&#8217;essere umano superare le fasce di Van Allen. O almeno, così mi ha detto il cugino del mio barbiere.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Voi, invece, dove intendete andare?</strong><br />
Da nessuna parte. Intendiamo restare. Tutto qui.<br />
<!-- WSA: context 'ref-secondo' not found --></p>
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		<title>Ellin Selae</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 11:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[il mestiere del libro]]></category>
		<category><![CDATA[casa editrice]]></category>
		<category><![CDATA[franco del moro]]></category>
		<category><![CDATA[pier vittorio tondelli]]></category>
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		<description><![CDATA[Era il 1991 quando Franco Del Moro lesse l'enigmatico aforisma e pensò di chiamare così la rivista letteraria a cui andava pensando. Da allora molti anni sono passati, e oggi Ellin Selae è non solo una rivista, ma anche un'associazione culturale e una casa editrice.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="float: left; margin: 6px 13px 0 0"><img class="alignnone" title="Ellin Selae" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/th_image003.jpg" alt="Logo Ellin Selae" width="133" height="129" /></div>
<p><span style="text-align: justify;"><span id="big">U</span>na formula magica? Un&#8217;espressione aramaica? Lettere messe a caso? Niente di tutto questo: <strong>ellin selae</strong> è l&#8217;acronimo di: “<strong>esiste la luce in noi, siamo esseri legati all&#8217;eterno</strong>”.</span></p>
<p style="text-align: justify;">Una scritta graffita sul muro della caserma dei granatieri di Orvieto, secondo una voce mai confermata a opera di <strong>Pier Vittorio Tondelli</strong> durante il servizio militare.</p>
<p style="text-align: justify;">Era il 1991 quando <strong>Franco Del Moro</strong> lesse l&#8217;enigmatico aforisma e pensò di chiamare così la rivista letteraria a cui andava pensando.</p>
<p style="text-align: justify;">Da allora molti anni sono passati, e oggi <strong>Ellin Selae</strong> è non solo una rivista, ma anche un&#8217;associazione culturale e una casa editrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Parliamo della <strong>rivista</strong>, a cadenza bimestrale. Si presenta sotto forma di piccolo libricino in brossura di 80 pagine circa. È a tutti gli effetti un libro, non soltanto per il formato, ma soprattutto per la mole di informazioni e le ore (piacevoli, diciamolo subito) di lettura che offre.</p>
<p style="text-align: justify;">Si parla di <strong>arte</strong>, <strong>scienza</strong>, <strong>filosofia </strong>e quant&#8217;altro, ma soprattutto di <strong>letteratura</strong>. O meglio: secondo la definizione ufficiale, lo scopo è promuovere <em>la lettura consapevole e intelligente</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti che trovo più interessanti è <strong>il grande spazio che viene concesso ai racconti inviati dai lettori</strong>. Giovani o meno giovani aspiranti scrittori propongono i loro testi e ricevono non soltanto la possibilità di arrivare sulla carta stampata, ma anche una vera e propria scheda di lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella seconda parte della rivista, infatti, un&#8217;apposita <strong>rubrica accoglie un breve commento sui racconti inviati</strong>, spiegando le ragioni per cui sono stati – a seconda dei casi – accolti o scartati. E si tratta di <strong>valutazioni molto oneste</strong>, spesso al limite della brutalità: i membri del comitato di lettura &#8211; tutti volontari &#8211; cercano di porsi dal punto di vista del lettore comune (niente sofismi da critico, insomma) e non si fanno scrupolo di bollare con sarcasmo un racconto insoddisfacente. Ne consegue che un autore deve essere consapevole di ciò a cui va incontro: il responso sarà severo, e inappellabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non si pensi a un giudizio gratuito: come dicevamo, <strong>siamo lontani dal terreno della critica letteraria </strong>(lo dico come un complimento) e le valutazioni trasudano tanto ma tanto buon senso; è difficile non trovarsi d&#8217;accordo.</p>
<p style="text-align: justify;">Su <strong>Ellin Selae</strong> troviamo inoltre <strong>recensioni di libri</strong>, <strong>interviste </strong>e diversi <strong>articoli sul mondo dell&#8217;editoria</strong> a firma dello stesso Del Moro. Il quale, ricordiamolo, è autore di alcuni fra i più caustici libri sull&#8217;argomento: cito su tutti “<strong>Il libro è nudo</strong>” (<a title="Stampa Alternativa" href="http://www.stampalternativa.it/" target="_blank">Stampa Alternativa</a>), <strong>un ritratto impietoso del mondo editoriale </strong>e di quello che nasconde dietro gli altari. Lo consiglio vivamente a chi volesse sverginarsi da una visione idealistica del settore; magari ne parleremo un giorno in questa rubrica.</p>
<p style="text-align: justify;">La casa editrice si dedica in maggior parte ad argomenti come le <strong>filosofie orientali</strong>, l&#8217;<strong>ambientalismo </strong>e in misura minore la <strong>narrativa</strong>. Anche se tra i titoli pubblicati trovano spazio alcuni autori interessanti e – purtroppo – poco conosciuti come <strong>Maria Castronovo</strong>. Altro argomento su cui torneremo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a title="Ellin Selae" href="http://www.ellinselae.org/" target="_blank">Questo</a> è il sito internet ufficiale, dove poter trovare informazioni su come abbonarsi alla rivista o ordinare i libri. Per chi si trova a Roma, il prossimo dicembre si terrà la <a title="Fiera della piccola e media editoria" href="http://www.piulibripiuliberi.it/" target="_blank">Fiera della Piccola e Media Editoria</a> ed Ellin Selae – credo, spero – parteciperà anche quest&#8217;anno. Potrebbe essere una buona occasione per abbonarsi direttamente al loro stand.</p>
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		<title>Non si può insegnare a scrivere</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 09:19:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Cavedagna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si può insegnare a scrivere? Scrivere in maniera creativa? I corsi, i seminari, le scuole di scrittura creativa hanno un senso? Possono insegnare davvero qualcosa, e non solo quei trucchetti che ogni buon scrittore impara da solo col tempo (e in modo più immediato, più vero, sulla propria pelle), con l&#8217;esercizio, con le eterne revisioni, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span id="big">S</span>i può <strong>insegnare a scrivere</strong>? Scrivere in <strong>maniera creativa</strong>? I corsi, i seminari, le scuole di <em>scrittura creativa</em> hanno un senso? Possono insegnare <em>davvero</em> qualcosa, e non solo quei trucchetti che ogni buon scrittore impara da solo col tempo (e in modo più immediato, più vero, sulla propria pelle), con l&#8217;<strong>esercizio</strong>, con le <strong>eterne revisioni</strong>, con le nottate passate a <strong>rileggere </strong>e a <strong>riscrivere</strong>, a tormentarsi su un pagina o una singola frase?</p>
<p style="text-align: justify;">No, non si può insegnare a scrivere, <strong>non si può insegnare il talento</strong>. O lo si ha oppure no. Nessun corso potrà mai instillare il talento per la scrittura. Quella vera.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;unica cosa è <strong>leggere, leggere, leggere,</strong> come ben descritto nell&#8217;incipit di un film di <strong>Woody Allen</strong> del 1992, &#8220;<strong>Mariti e mogli</strong>&#8220;:</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="540" height="420" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://blip.tv/play/AYGOxTmY6Gk" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="540" height="420" src="http://blip.tv/play/AYGOxTmY6Gk" allowfullscreen="true"></embed></object><br />
<!-- WSA: context 'ref-secondo' not found --></p>
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