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	<title>Il Refuso - il blog delle Edizioni Trabant &#187; Ipse Scripsit</title>
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	<description>il blog delle Edizioni Trabant</description>
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		<title>Ipse Scripsit: Storia delle Due Sicilie</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 12:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Cavedagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ipse Scripsit]]></category>
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		<category><![CDATA[storia delle due sicilie]]></category>

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		<description><![CDATA[Solendo i popoli tornar sempre agli errori medesimi, le lezioni della storia parrebbero non riuscire a niuno ammaestramento per l’umanità; nondimeno chi studia i fatti avvenuti vi trova in azione verità eterne e imperiture [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a title="Categoria: Ispe Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/"><img class="aligncenter" title="Ipse Scripsit" src="http://www.edizionitrabant.it/immagini/ipse.png" alt="Ipse Scripsit" width="228" height="176" /></a></p>
<div id="ipsescripsit">
<p style="text-align: justify;">Solendo i popoli tornar sempre agli errori medesimi, le lezioni della storia parrebbero non riuscire a niuno ammaestramento per l’umanità; nondimeno chi studia i fatti avvenuti vi trova in azione verità eterne e imperiture; perchè siccome in natura tornan le piante e gli animali stessi riprodotti dal seme primiero, così nell’ordine morale, sendo una l’indole umana, si rinnovellano l’opere ne’ tempi, benchè con altri riscontri d’eventi. Il passato è quello che avverrà. La storia insegna questo vero, quando pinge la seguenza dell’esperienze involontarie che l’uman genere va facendo ne’ secoli; laonde ella esercita sua potenza nelle opinioni contemporanee e posteriori, nelle opere governative, nelle sorti delle nazioni; dà norme di principii, di modi, di leggi; e mena le genti ver la perfezione sociale.<br />
Pertanto chi scrive storia s’alza a giudice delle nazioni e de’ loro reggitori, se ne fa ministro di biasimo e di lode, s’erge quasi a interprete de’ santi giudizii di Dio: balda impresa che vuol magnitudine di mente e coscienza, e animo impavido e forte. Per questo i grandi narratori stan più su de’ grandi operatori; e il magno Alessandro invidiò Achille, non per Ettore ucciso, ma pel canto d’Omero. Sebbene il dire sia men del fare, pur sovente il fare nasce da circostanze e fortune che spinsero in atto il valore; laddove il dire è parto di volontà, che, innamorato del vero, lo dichiara a malgrado di tempo avverso e di vendicative passioni. Il fare è più magnifico e lucente ne’ suoi perigli; il dire è in bui perigli più gagliardo per intrinseca virtù; il fare abbisogna di speciali condizioni umane; il dire in quantunque tempo può spiegare sua forza. Senza il ratto d’Elena non saria stato Achille; ma Omero, pur non cantando l’Iliade, avria dato altro poema divino.</p>
<p style="text-align: justify;">
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>Giacinto De Sivo</em>, <a title="Storia delle Due Sicilie" href="http://www.edizionitrabant.it/storia-delle-due-sicilie" target="_blank">Storia delle Due Sicilie 1847-1861</a>, <em>Edizioni Trabant 2009</em></p>
<p style="text-align: justify;">{ <a title="Ipse Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/">altro da Ipse Scripsit</a> }</p>
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		<item>
		<title>Ipse Scripsit: Modesta proposta per prevenire</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 09:24:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ipse Scripsit]]></category>
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		<description><![CDATA[Nel secolo scorso, quando uno sparuto gruppo di borghesi italiani s'era messo in testa di fare del 'bel paese dove il sì suona' uno stato nazionale unitario, vi fu chi osò affermare che l'Italia era 'un'espressione geografica', con questo significando che, secondo lui, la penisola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a title="Categoria: Ispe Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/"><img class="aligncenter" title="Ipse Scripsit" src="http://www.edizionitrabant.it/immagini/ipse.png" alt="Ipse Scripsit" width="228" height="176" /></a></p>
<div id="ipsescripsit">
<p style="text-align: justify;">Nel secolo scorso, quando uno sparuto gruppo di borghesi italiani s&#8217;era messo in testa di fare del &#8216;bel paese dove il sì suona&#8217; uno stato nazionale unitario, vi fu chi osò affermare che l&#8217;Italia era &#8216;un&#8217;espressione geografica&#8217;, con questo significando che, secondo lui, la penisola poteva anche avere dei bei confini naturali cantati da Dante, ma, quanto al resto, c&#8217;era ben poco da poter mettere ragionevolmente insieme: neppure il suonante sì, poiché la realtà linguistica italiana era, ed è ancor oggi, in piena epoca di mass media e di pressioni radiotelevisive, una realtà dialettale. Ad ogni modo, pur tra contrasti e contrattempi, l&#8217;Italia fu fatta, e da espressione geografica si trasformò in espressione retorica. Per stare alla bell&#8217;e meglio in piedi, cioè, il nostro paese ebbe subito bisogno di appoggiarsi all&#8217;esteriorità, alle finzioni, alle commozioni, e questo s&#8217;ottenne usando, soprattutto, le iniziali maiuscole: Patria, Famiglia, Stato, Popolo, Nazione, Religione, Risorgimento, Fascismo, Resistenza, Scuola, Casa e via dicendo. Quando ci accorgiamo che qualcosa difetta di sostanza, noi la scriviamo con l&#8217;iniziale maiuscola, in questo modo conferendole una specie di garanzia immunitaria, che la mette al riparo dal buonsenso e dalla critica. Bisogna proprio dire ch&#8217;è mirabolante questa perdita di contatto con la realtà in un paese ch&#8217;ebbe alle sue origini uomini come Dante, Machiavelli, Guicciardini. Conviene ammettere che l&#8217;ha avuta vinta, alla lunga, il Petrarca: la vuota e compiaciuta celebrazione del nulla o del poco è diventata la nostra costante nazionale, una qualità che dal risorgimento in poi una generazione passa in eredità all&#8217;altra, arricchendola di sempre maggiori perfezionamenti.</p>
<p style="text-align: justify;">
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>Giuseppe Berto</em>, Modesta proposta per prevenire, <em>Milano 1971</em></p>
<p style="text-align: justify;">{ <a title="Ipse Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/">altro da Ipse Scripsit</a> }</p>
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		<title>Ipse Scripsit: The fuck machine</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Jun 2010 10:22:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Cavedagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ipse Scripsit]]></category>
		<category><![CDATA[charles bukowski]]></category>
		<category><![CDATA[la macchina da fottere]]></category>
		<category><![CDATA[storie di ordinaria follia]]></category>
		<category><![CDATA[the fuck machine]]></category>

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		<description><![CDATA["che c'è di nuovo, Tony?" gli domandai. "oh, merda," disse Tony. "mica na' novità." "merda," disse Tony [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a title="Categoria: Ispe Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/"><img class="aligncenter" title="Ipse Scripsit" src="http://www.edizionitrabant.it/immagini/ipse.png" alt="Ipse Scripsit" width="228" height="176" /></a></p>
<div id="ipsescripsit" style="text-align: justify;">&#8220;che c&#8217;è di nuovo, Tony?&#8221; gli domandai.<br />
&#8220;oh, merda,&#8221; disse Tony.<br />
&#8220;mica na&#8217; novità.&#8221;<br />
&#8220;merda,&#8221; disse Tony.<br />
&#8220;oh, merda,&#8221; disse Indian Mike.<br />
bevemmo qualche sorso di birra.<br />
&#8220;cosa ne pensi della luna?&#8221; domandai a Tony.<br />
&#8220;merda,&#8221; disse Tony.<br />
&#8220;sì,&#8221; disse Indian Mike, &#8220;uno ch&#8217;è stronzo su &#8217;sta terra, stronzo è anche sulla luna, nessuna differenza.&#8221;<br />
&#8220;dicono che probabilmente non c&#8217;è vita su Marte,&#8221; dissi io.<br />
&#8220;e con questo?&#8221; domandò Tony.<br />
&#8220;oh, merda,&#8221; dissi io. &#8220;un altro paio di birre.&#8221;</div>
<p><em>Charles Bukowski</em>, The fuck machine, <em>trad. di Pier Francesco Paolini</em></p>
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		<title>Ipse Scripsit: Non è successo niente</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 14:36:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Cavedagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ipse Scripsit]]></category>
		<category><![CDATA[dylan dog]]></category>
		<category><![CDATA[non è successo niente]]></category>
		<category><![CDATA[tiziano scalvi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono quattro ingegneri su una macchina e la macchina all'improviso si ferma. Allora, l'ingegnere meccanico dice [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a title="Categoria: Ispe Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/"><img class="aligncenter" title="Ipse Scripsit" src="http://www.edizionitrabant.it/immagini/ipse.png" alt="Ipse Scripsit" width="228" height="176" /></a></p>
<div id="ipsescripsit">
<p style="text-align: justify;">&#8220;&#8230;ci sono quattro ingegneri su una macchina e la macchina all&#8217;improviso si ferma. Allora, l&#8217;ingegnere meccanico dice &#8220;E&#8217; senz&#8217;altro il carburatore, si capiva benissimo dal rumore&#8221;, e l&#8217;ingegnere chimico dice &#8220;No, è la benzina, quando abbiamo fatto benzina, quello ci ha fregati&#8221;, l&#8217;ingegnere elettronico dice &#8220;No, scusate, ma non ci sono dubbi, è un problema di centralina, è un chip che è saltato. L&#8217;ingegnere informatico sta un po&#8217; in silenzio e poi fa: &#8220;Proviamo a uscire e poi rientrare&#8221;.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>Tiziano Sclavi</em>, <a title="Non è successo niente" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/non-e-successo-niente/">Non è successo niente</a></p>
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		<title>Ipse Scripsit: I racconti della Kolyma</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 10:54:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ipse Scripsit]]></category>
		<category><![CDATA[i racconti della kolyma]]></category>
		<category><![CDATA[kolyma]]></category>
		<category><![CDATA[salamov]]></category>
		<category><![CDATA[varlam salamov]]></category>

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		<description><![CDATA[La sera di Natale di quell'anno eravamo seduti accanto alla stufa, i cui fianchi roventi, in occasione della festa, erano più rossi del solito. L'uomo percepisce immediatamente ogni mutamento di temperatura. Seduti dietro la stufa, ci sentivamo cogliere dal sonno, dal lirismo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a title="Categoria: Ispe Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/"><img class="aligncenter" title="Ipse Scripsit" src="http://www.edizionitrabant.it/immagini/ipse.png" alt="Ipse Scripsit" width="228" height="176" /></a></p>
<div id="ipsescripsit" style="text-align: justify;">La sera di Natale di quell&#8217;anno eravamo seduti accanto alla stufa, i cui fianchi roventi, in occasione della festa, erano più rossi del solito. L&#8217;uomo percepisce immediatamente ogni mutamento di temperatura. Seduti dietro la stufa, ci sentivamo cogliere dal sonno, dal lirismo&#8230;<br />
« Sarebbe bello, fratelli, tornare a casa. Può sempre succedere un miracolo&#8230; » disse il cavallante Glebov, ex professore di filosofia, noto nella nostra baracca perché il mese precedente aveva dimenticato il nome della propria moglie. « Ma veramente, sul serio ».<br />
« A casa? » .<br />
« Sì » .<br />
« Te la dico io la verità » risposi. « Sarebbe meglio tornare in prigione. Non sto scherzando. Adesso non vorrei tornare dalla mia famiglia. Là non mi capirebbero mai, non potrebbero capire. Quello che a loro sembra importante, io so che è una sciocchezza. Quello che per me è importante, quel poco che mi è rimasto, loro non possono comprenderlo né sentirlo. Porterei loro solo nuovo terrore, un altro da aggiungere ai mille terrori che già riempiono la loro vita. Nessuno deve vedere, e neanche sapere, quello che ho visto io.<br />
La prigione, invece, è un&#8217;altra cosa. È la libertà. È l&#8217;unico posto che io abbia conosciuto dove la gente, senza paura, diceva tutto quello che pensava. Dove poteva riposarsi l&#8217;anima. E anche il corpo, perché laggiù non si lavorava. Là ogni ora dell&#8217;esistenza aveva un senso » .<br />
« Bene, hai detto la tua » disse l&#8217;ex professore di filosofia. « Questo perché durante l&#8217;istruttoria non ti hanno picchiato. Ma quelli che hanno subìto il metodo numero tre la pensano diversamente&#8230; » .<br />
« E tu, Pëtr Ivanyč, che ne dici? » .  Pëtr Ivanovič Timofeev, ex direttore del trust degli Urali, sorrise e strizzò l&#8217;occhio a Glebov.<br />
« Tornerei a casa, da mia moglie, da Agnija Michajlovna. Comprerei del pane di segale, un&#8217;intera pagnotta! Mi cuocerei della kaša di magar, un secchio intero! Una zuppa di gnocchi: un altro secchio! E me li mangerei tutti! Per la prima volta in vita mia mi rimpinzerei a sazietà di queste cose buone, e gli avanzi li farei mangiare ad Agnija Michajlovna » .<br />
« E tu? » Glebov si rivolse a Zvonkov, il picconiere della nostra squadra, che nella sua prima vita era stato un contadino nella regione di Jaroslavl&#8217; o di Kostroma.<br />
« A casa » rispose serio, senza sorridere, Zvonkov. « Ci tornerei subito e non mi staccherei di un passo da mia moglie. Dove va lei, ci vado anch&#8217;io, dov&#8217;è lei, ci sono anch&#8217;io. Solo che qui ho disimparato a lavorare: ho perso l&#8217;amore per la terra. Comunque un posto lo troverei&#8230; » .<br />
« E tu? » la mano di Glebov toccò il ginocchio del nostro piantone.<br />
« Come prima cosa andrei al comitato rionale del partito. Mi ricordo che là il pavimento era pieno di mozziconi – a non finire! » .<br />
« Non scherzare&#8230; » .<br />
« Non sto scherzando » .<br />
All&#8217;improvviso mi resi conto che solo una persona doveva ancora rispondere. E quella persona era Volodja Dobrovol&#8217;cev. Sollevò la testa senza aspettare la domanda. La luce dei carboni ardenti che veniva dal portello aperto della stufa gli cadeva direttamente negli occhi: erano vivi e profondi.<br />
« Io, » e la sua voce era calma e tranquilla « io vorrei essere un tronco. Un tronco umano, capite? Senza braccia, senza gambe. Allora troverei la forza di sputargli in faccia per tutto quello che ci stanno facendo&#8230; » .</div>
<p><em>Varlam Šalamov, “</em>I Racconti della Kolyma<em>”, trad. di Marco Binni</em><br />
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		<title>Ipse Scripsit: Morte a Credito</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Dec 2009 12:23:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ipse Scripsit]]></category>
		<category><![CDATA[caproni]]></category>
		<category><![CDATA[celine]]></category>
		<category><![CDATA[ispe scripsit]]></category>
		<category><![CDATA[loius ferdinand céline]]></category>
		<category><![CDATA[morte a credito]]></category>

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		<description><![CDATA[Ah, è terribile però.. hai voglia d'esser giovane quando t'accorgi la prima volta... come la gente la si perda per via... compagni che non rivedremo più.. mai più... che son scomparsi come tanti sogni... che tutto è finito... svanito... [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a title="Categoria: Ispe Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/"><img class="aligncenter" title="Ipse Scripsit" src="http://www.edizionitrabant.it/immagini/ipse.png" alt="Ipse Scripsit" width="228" height="176" /></a></p>
<div id="ipsescripsit">
<p style="text-align: justify;">Ah, è terribile però.. hai voglia d&#8217;esser giovane quando t&#8217;accorgi la prima volta&#8230; come la gente la si perda per via&#8230; compagni che non rivedremo più&#8230; mai più&#8230; che son scomparsi come tanti sogni&#8230; che tutto è finito&#8230; svanito&#8230; che anche noi ci perderemo così&#8230; un giorno ancor molto lontano&#8230; ma ineluttabilmente&#8230; nello spietato torrente delle cose, delle persone&#8230; dei giorni&#8230; delle forme che passano&#8230; che non si fermano mai&#8230; Tutti i fregni, i poveracci, tutti i curiosi, tutta la lustra che va su e giù sotto i portici, con gli occhiali sul naso, gli ombrelloni e i cagnozzi a guinzaglio&#8230; Tutto questo non lo rivedremo più&#8230; Eccoli lì già che passano&#8230; Vivono come in un sogno insieme con gli altri&#8230; son tutti in comunella&#8230; s&#8217;avviano verso la fine&#8230; È proprio triste&#8230; È infame!&#8230; gl&#8217;innocenti che sfilano lungo le vetrine&#8230; Mi veniva una voglia selvaggia&#8230; un panico da farmi tremare&#8230; di saltargli finalmente addosso&#8230; di mettermi lì davanti a loro&#8230; perchè si fermassero di botto&#8230; D&#8217;agguantarli per il lembo della giacca&#8230; un&#8217;idea da bischero&#8230; perchè se ne stessero lì&#8230; non si muovessero più!&#8230; mettessero lì le radici&#8230; una buona volta per tutte!.. E non li vedessimo più andarsene via così.</p>
</div>
<p style="text-align: justify;"><em>da </em>Morte a Credito<em>, di Louis-Ferdinand Céline, traduzione italiana di Giorgio Caproni</em></p>
<p><div align="left" style="margin-left: -7px; margin-top: 0px;">
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		<title>Ipse Scripsit: Il Gattopardo</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Nov 2009 10:47:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabio Cavedagna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ipse Scripsit]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe tomasi di lampedusa]]></category>
		<category><![CDATA[il gattopardo]]></category>
		<category><![CDATA[principe fabrizio salina]]></category>
		<category><![CDATA[regno d'italia]]></category>
		<category><![CDATA[risorgimento]]></category>
		<category><![CDATA[sicilia]]></category>

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		<description><![CDATA[Inauguriamo oggi Ipse Scripsit, una rubrica che conterrà citazioni di passi e paragrafi di romanzi e racconti che riteniamo degni di nota o che semplicemnte ci piacciono, sia per lo stile che per il contenuto. Ad aprire Ipse Scripsit sarà Il Gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e in particolare il dialogo fra il Principe Fabrizio Salina e il funzionario piemontese Chevalley [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" title="Ipse Scripsit" src="http://www.edizionitrabant.it/immagini/ipse.png" alt="" width="228" height="176" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">I</span>nauguriamo oggi <strong> </strong>una nuova rubrica, <strong>Ipse Scripsit</strong>, al cui interno verranno riportati passi o interi paragrafi di romanzi e racconti che riteniamo degni di nota o che molto più semplicemente ci piacciono, sia per lo stile che per il contenuto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad aprire <a title="Ipse Scripsit" href="http://www.edizionitrabant.it/ilrefuso/category/ipse-scripsit/">Ipse Scripsit</a> sarà <strong>Il Gattopardo</strong>, di <strong>Giuseppe Tomasi di Lampedusa</strong>, e in particolare il dialogo fra il <strong>Principe Fabrizio Salina</strong> e il funzionario piemontese <strong>Chevalley</strong> accorso in Sicilia per offrire al Principe la nomina di senatore del <strong>Regno d&#8217;Italia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Fulcro centrale del romanzo, il dialogo mette in luce tutta la disillusione e la rassegnazione del Principe e tratteggia un cinico ma al contempo commovente profilo della <em>sicilianità</em>.</p>
<div id="ipsescripsit">
<p style="text-align: justify;">- Ma allora, Principe, perché non accettare?</p>
<p style="text-align: justify;">- Abbia pazienza, Chevalley, adesso mi spiegherò; noi siciliani siamo stati avvezzi da una lunga, lunghissima egemonia di governanti che non erano della nostra religione, che non parlavano la nostra lingua, a spaccare i capelli in quattro. Se non si faceva così non si scampava dagli esattori bizantini, dagli emiri berberi, dai viceré spagnoli. Adesso la piega è presa, siamo fatti cosi. Avevo detto adesione, non avevo detto partecipazione. In questi sei ultimi mesi, da quando il vostro Garibaldi ha posto piede a Marsala, troppe cose sono state fatte senza consultarci perché adesso si possa chiedere ad un membro della vecchia classe dirigente di sviluppare e portare a compimento; adesso non voglio discutere se ciò che si è fatto è stato male o bene, per conto mio credo che molto sia stato male, ma voglio dirle subito ciò che lei capirà da solo quando sarà stato un anno fra noi. In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di fare. Siamo vecchi, Chevalley, vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il la; noi siamo dei bianchi quanto lo è lei Chevalley, e quanto la regina d&#8217;Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso Chevalley era turbato. &#8211; Ma ad ogni modo questo adesso è finito; adesso la Sicilia non è più terra di conquista, ma libera parte di un libero Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">- L&#8217;intenzione è buona, Chevalley, ma tardiva; del resto le ho già detto che in massima parte è colpa nostra. Lei mi parlava poco fa di una giovane Sicilia che si affaccia alle meraviglie del mondo moderno; per conto mio vedo piuttosto una centenaria trascinata in carrozzino all&#8217;Esposizione Universale di Londra, che non comprende nulla, che s&#8217;impipa di tutto, delle acciaierie di Sheffield come delle filande di Manchester, e che agogna soltanto a ritrovare il proprio dormiveglia fra i cuscini sbavati e l&#8217;orinale sotto il letto.<br />
Parlava ancora piano, ma la mano attorno a San Pietro si stringeva; più tardi la crocetta minuscola che sormontava la cupola venne trovata spezzata.</p>
<p style="text-align: justify;">- Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagaglio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che volesse scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semidesti; da questo il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane le novità ci attraggono soltanto quando sono defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l&#8217;incredibile fenomeno della formazione attuale di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae soltanto perché è morto.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ogni cosa era compresa dal buon Chevalley; soprattutto gli riusciva oscura l&#8217;ultima frase: aveva visto i carretti variopinti trainati dai cavalli impennacchiati, aveva sentito parlare del teatro di burattini eroici, ma anche lui credeva che fossero autentiche vecchie tradizioni. Disse: &#8211; Ma non le sembra di esagerare un po&#8217;, Principe? Io stesso ho conosciuto a Torino dei siciliani emigrati, Crispi per nominarne uno, che mi son sembrati tutt&#8217;altro che dei dormiglioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Principe si seccò: &#8211; Siamo troppi perché non vi siano delle eccezioni; ai nostri semidesti, del resto, avevo di già accennato. In quanto a questo giovane Crispi, non io certamente, ma lei forse potrà vedere se da vecchio non ricadrà nel nostro voluttuoso torpore lo fanno tutti. D&#8217;altronde vedo che mi sono spiegato male ho detto i Siciliani avrei dovuto aggiungere la Sicilia, l&#8217;ambiente, il clima, il paesaggio siciliano. Queste sono le forze che insieme e forse più che le dominazioni estranee e gli incongrui stupri hanno formato l&#8217;animo: questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l&#8217;arsura dannata, che non è mai meschino, terra terra, distensivo, come dovrebbe essere un paese fatto per la dimora di esseri razionali; questo paese che a poche miglia di distanza ha l&#8217;inferno attorno a Randazzo e la bellezza della baia di Taormina; questo clima che c&#8217;infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti Chevalley, li conti: maggio, giugno, luglio, agosto, settembre, ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l&#8217;inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l&#8217;energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l&#8217;acqua che non c&#8217;è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore; e dopo ancora le pioggie, sempre tempestose, che fanno impazzire i torrenti asciutti, che annegano bestie e uomini proprio li dove due settimane prima le une e gli altri crepavano di sete. Questa violenza del paesaggio, questa crudeltà del clima, questa tensione continua di ogni aspetto, questi monumenti, anche, del passato, magnifici ma incomprensibili perché non edificati da noi e che ci stanno intorno come bellissimi fantasmi muti; tutti questi governi, sbarcati in armi da chissà dove, subito serviti, presto detestati, e sempre incompresi, che si sono espressi soltanto con opere d&#8217;arte per noi enigmatiche e con concretissimi esattori d&#8217;imposte spese poi altrove: tutte queste cose hanno formato il carattere nostro, che così rimane condizionato da fatalità esteriori oltre che da una terrificante insularità d&#8217;animo.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;inferno ideologico evocato in quello studiolo sgomentò Chevalley più della rassegna sanguinosa della mattina. Volle dire qualche cosa, ma don Fabrizio era troppo eccitato adesso per ascoltarlo.</p>
<p style="text-align: justify;">- Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall&#8217;isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire molto, molto giovani; a ventanni è già tardi: la crosta è fatta: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori. Ma mi scusi, Chevalley, mi son lasciato trascinare e la ho probabilmente infastidito. Lei non è venuto sin qui per udire Ezechiele deprecare le sventure di Israele. Ritorniamo al nostro vero argomento: sono molto riconoscente al governo di aver pensato a me per il Senato e la prego di esprimere questa mia sincera gratitudine; ma non posso accettare. Sono un rappresentante della vecchia classe, inevitabilmente compromesso col regime borbonico, ed a questo legato dai vincoli della decenza in mancanza di qudli dell&#8217;affetto. Appartengo ad una generazione disgraziata, a cavallo fra i vecchi tempi ed i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due. Per di più, come lei non ha potuto fare a meno di accorgersi, sono privo di illusioni; e che cosa se ne farebbe il Senato di me, di un legislatore inesperto cui manca la facoltà di ingannare sé stesso, questo requisito essenziale per chi voglia guidare gli altri? Noi della nostra generazione dobbiamo ritirarci in un cantuccio e stare a guardare i capitomboli e le capriole dei giovani attorno a quest&#8217;ornatissimo catafalco. Voi adesso avete appunto bisogno di giovani, di giovani svelti, con la mente aperta al come più che al perché, e che siano abili a mascherare, a contemperare volevo dire, il loro preciso interesse particolare con le vaghe idealità pubbliche.</p>
</div>
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