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	<title>Il Refuso - il blog delle Edizioni Trabant &#187; prova su strada</title>
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	<description>il blog delle Edizioni Trabant</description>
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		<title>Fulvio Izzo, I lager dei Savoia</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Jan 2010 11:22:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali. Basterebbe già questo sottotitolo per dare l'idea del tema spinoso affrontato in questo breve saggio. E spaventare più di qualche lettore. Eppure, l'argomento merita se non altro di essere affrontato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span id="big">S</span><strong>toria infame del </strong><strong>Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali</strong>. Basterebbe già questo sottotitolo per dare l&#8217;idea del tema spinoso affrontato in questo breve saggio. E spaventare più di qualche lettore. Eppure, l&#8217;argomento merita se non altro di essere affrontato.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La sorte del soldato napoletano</h3>
<p style="text-align: justify;">Il problema dei <strong>campi di prigionia per i soldati borbonici</strong> è vecchio quanto i campi stessi. Spiegando in sintesi, sin dai primi giorni dell&#8217;intervento piemontese nel meridione d&#8217;Italia, l&#8217;esercito di <strong>Vittorio Emanuele II</strong> si trovò davanti al problema di gestire i numerosi soldati delle <strong>Due Sicilie</strong> che si arrendevano o erano presi prigionieri. Con una certa ingenuità ci si aspettava che abbracciassero in massa la nuova causa unitaria e accettassero l&#8217;arruolamento nell&#8217;Esercito Italiano.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella realtà, <strong>i riottosi si dimostrarono molti più del previsto</strong>, e per giunta rischiavano di diventare un problema di ordine pubblico al pari di quelli che erano stati lasciati tornare a casa: questi nel migliore dei casi facevano propaganda a favore degli spodestati Borboni, nel peggiore andavano a ingrossare <strong>le fila delle bande di briganti</strong>. E qui inizia il dilemma storico, perché una parte delle testimonianze vuole che decine di migliaia di soldati prigionieri siano stati imbarcati per Genova e da lì smistati in vari luoghi di detenzione nel Nord, per costringerli all&#8217;arruolamento forzato o semplicemente tenerli lontani dai punti caldi del meridione. In particolare, suonava sinistra la fama della <strong>fortezza di Fenestrelle</strong> sulle Alpi, una sorta di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fortezza_dello_Spielberg" target="_blank">Spielberg</a> <span style="color: #333333;"><sup>W</sup></span> per legittimisti.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;argomento</strong>, si capirà, <strong>è tremendamente fastidioso per il buon nome del nostro paese</strong> e dei suoi padri fondatori. Vagamente sottaciuto per decenni, ha cominciato lentamente a emergere dal sottobosco, generando un certo dibattito. Una ricostruzione accolta in epoca vicina da scrittori come <strong>Lorenzo Del Boca </strong>o <strong>Gigi Di Fiore</strong>, ma anche nettamente rifiutata da <strong>Indro Montanelli</strong> (che la definì senza mezzi termini “revisionismo-spazzatura”) e più recentemente <strong>Sergio Romano</strong>, che a proposito di chi critica gli autori dell&#8217;Unità ha parlato di “patologie autolesioniste”. E qualche spunto di riflessione deve venire anche dal fatto che abbiamo citato nomi appartenenti più al giornalismo che alla storiografia vera e propria.</p>
<p style="text-align: justify;">Il presente saggio, come si sarà intuito, sposa a pieno la tesi che questo fenomeno sia avvenuto su scala sufficientemente larga per poter parlare di un vero e proprio sistema concentrazionario.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Al di là del sensazionalismo</h3>
<div style="float: left; padding: 11px 15px 5px 0;"><img src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/Lager.png" alt="Fulvio Izzo, I lager dei Savoia" /></div>
<p style="text-align: justify;">Mettiamo un po&#8217; di mani avanti. <strong>L&#8217;editore</strong> – <a href="http://www.controcorrentedizioni.it/" target="_blank">Controcorrente</a> di Napoli – <strong>è specializzato in testi cosiddetti “revisionisti” sul Risorgimento</strong>. L&#8217;autore – da par suo – è uno studioso del brigantaggio e del meridione post-unitario e collaboratore a riviste di stampo tradizionalista come <strong>L&#8217;Alfiere</strong>. Ce n&#8217;è abbastanza, dunque, per mettere in guardia il lettore sospettoso di queste correnti di pensiero.</p>
<p style="text-align: justify;">In aggiunta, il volume, dal punto di vista delle scelte editoriali, è<strong> stato impostato secondo una forma di comunicazione piuttosto aggressiva</strong>. Oltre al già citato sottotitolo, anche scorrere l&#8217;indice può portare ad alcuni fraintendimenti: si troveranno capitoli come “La Lunga Marcia”, “Il sistema concentrazionario: l&#8217;organizzazione” e addirittura quello conclusivo “La Soluzione Finale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma: il lettore legato alla storia “tradizionale” potrà pensare di avere davanti a un testo sensazionalista, eccessivamente partigiano; il lettore più vicino all&#8217;area di pensiero dell&#8217;autore, invece, potrebbe essere indotto a pensare di trovare nel libro una minuziosa ricostruzione storica degli avvenimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Niente di tutto questo, in realtà. <strong>L&#8217;autore è molto sincero</strong>, a inizio dell&#8217;opera, a chiarire che <strong>la sua intenzione non è altro che di mettere insieme</strong>, forse per la prima volta, <strong>quegli scarni indizi che sono rimasti sulle vicende narrate</strong>; poche tracce, tratte ora dalla stampa dell&#8217;epoca ora dagli archivi, che non permettono una ricostruzione organica degli avvenimenti, ma allo stesso tempo non lasciano dubbi che qualcosa sia successo. Spetterà poi alla storiografia futura – se potrà, se vorrà – portare avanti questa ricerca.</p>
<p>Anche il suo atteggiamento è ben lontano da quello che ci si potrebbe aspettare a giudicare dai titoletti. E&#8217; schierato, e non c&#8217;è il minimo dubbio su quelli a cui vadano le sue simpatie; tuttavia l&#8217;opera, al di là dei giudizi personali, è una più che <strong>onesta disamina dei documenti</strong>, e in quanto tale si rivela preziosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché di documenti parliamo, in sostanza. Negare che ci sia un fondo di verità è sciocco, al di là degli schieramenti ideologici, specialmente se ci si confronta con le numerose testimonianze dell&#8217;epoca. E se – ne riconosciamo il diritto – qualcuno vuole essere sospettoso nei confronti della pubblicistica cattolica di fine &#8217;800, come si porrà invece di fronte a testimonianze di parte piemontese? Citiamo su tutte il passo di una lettera del <strong>generale Farini</strong> a <strong>Cavour</strong>, in cui si parla esplicitamente di 1600 prigionieri tenuti presso Milano in condizioni igieniche spaventose per il loro rifiuto di arruolarsi nel nuovo esercito comune. Ne conclude Farini: “Io vi prego pure a nome dei miei colleghi a riflettere ancora sopra prima di spedire qui tutte le truppe napoletane (&#8230;) il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del regno”.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Un esercizio anti-nazionalista</h3>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, <strong>una lettura che merita di essere fatta</strong>, anche se richiede una buona dose di apertura mentale e un basso tasso di nazionalismo.</p>
<p>Se poi qualcuno ha ancora difficoltà ad accostarsi a un testo solo perché l&#8217;autore non la pensa come lui, è un suo problema. Chi ci segue sa che alla <a title="Edizioni Trabant" href="http://www.edizionitrabant.it">Trabant</a> questo è un punto a cui teniamo molto, ed è il motivo per cui abbiamo pubblicato opere come <a title="Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Giuseppe Buttà" href="http://www.edizionitrabant.it/un-viaggio-da-boccadifalco-a-gaeta/" target="_blank"><strong>Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta</strong></a> o <a title="Storia delle Due Sicilie, Giacinto De Sivo" href="http://www.edizionitrabant.it/storia-delle-due-sicilie"><strong>Storia delle Due Sicilie</strong></a>: bisogna leggere tutto, non dare nulla per scontato e prendere il meglio da ogni fonte.</p>
<p>Poi si potrà discutere se è il caso di utilizzare termini eccessivi come “soluzione finale”: ma il fatto che una fonte sia di parte non vuol dire necessariamente che dica sempre il falso.</p>
<p><em>Fulvio Izzo<br />
I lager dei Savoia<br />
Controcorrente</em><em><br />
10 euro</em></p>
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		<title>Walter Cunningham, I ragazzi della Luna</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 09:55:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A 40 anni dalla missione dell'Apollo 11, c'è ancora chi sostiene che sulla luna non ci siamo mai andati per davvero. Walter Cunningham, l'autore de "I ragazzi della Luna", era un astronauta del programma spaziale dell'epoca e, almeno per lui, la questione è senza dubbi di sorta: lui, sulla luna, non c'è mai stato. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span id="big">A</span> 40 anni dalla missione dell&#8217;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Apollo_11" target="_blank"><strong>Apollo 11</strong></a><span style="color: #333333;"><em><sup>W</sup></em></span>, c&#8217;è ancora chi sostiene che sulla luna non ci siamo mai andati per davvero. <strong>Walter Cunningham</strong>, l&#8217;autore di questo libro, era un astronauta del programma spaziale dell&#8217;epoca e, almeno per lui, la questione è senza dubbi di sorta: lui, sulla luna, non c&#8217;è mai stato. E proprio per questo è interessante leggere le sue memorie.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le altre missioni Apollo</h3>
<p style="text-align: justify;">Quelli che, superficialmente, liquidano la <strong>questione-luna</strong> sostenendo la tesi del complotto, dimenticano a volte che <strong>lo sbarco del 1969 di Neil Armstrong</strong> e <strong>Buzz Aldrin</strong> <strong>non venne fuori dal nulla</strong> al primo tentativo, ma fu il frutto di anni di preparativi e missioni di test. Non senza ragione quello era l&#8217;Apollo 11: prima ce n&#8217;erano stati altri dieci&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">Riassumendo brevemente: l&#8217;<strong>Apollo 1</strong> fu distrutto nel 1967 durante un test a terra da un incendio nel quale persero la vita i tre astronauti; seguirono cinque missioni senza equipaggio; l&#8217;<strong>Apollo 7</strong> finalmente testò la navicella effettuando una missione in orbita attorno alla terra; l&#8217;<strong>Apollo 8</strong> arrivò in orbita attorno alla Luna e fece ritorno senza atterrare; l&#8217;<strong>Apollo 9</strong> restò in orbita terrestre per testare il volo del modulo di allunaggio; l&#8217;<strong>Apollo 10</strong> fece lo stesso test in orbita lunare.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutte queste missioni si è un po&#8217; perso il ricordo, con la sola eccezione dell&#8217;Apollo 8, che per primo mostrò all&#8217;umanità le immagini ravvicinate della superficie lunare.<br />
<strong>Walter Cunningham</strong> era invece membro dell&#8217;equipaggio dell&#8217;Apollo 7, una missione di cui – siamo sinceri – al giorno d&#8217;oggi solo pochi appassionati della materia conservano memoria. Di importanza capitale dal punto di vista tecnico (dimostrò per la prima volta dopo l’incidente dell’Apollo 1 che il progetto era comunque valido e in grado di funzionare) ma troppo poco spettacolare per restare nel ricordo della gente comune.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Gli astronauti: tra superstar ed esseri umani</h3>
<div style="float: left; padding: 5px 17px 0 0;"><img title="Cunningham, I ragazzi della luna" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/cunninghamiragazzidellaluna.jpg" alt="Cunningham, I ragazzi della luna" /></div>
<p style="text-align: justify;">A raccontare dunque la storia del programma spaziale Apollo, in questo libro pubblicato in Italia dalla <a title="Mursia" href="http://www.mursia.com/" target="_blank"><strong>Mursia</strong></a>, non è uno degli eroi dello sbarco lunare, condizionato dalla fama raggiunta a raccontare la propria vicenda sotto l’alone della leggenda, non insomma uno dei soliti <strong>Neil Armstrong</strong>, <strong>Buzz Aldrin</strong> o <strong>James Lovell</strong> (il comandante dell’<strong>Apollo 13</strong> interpretato al cinema da <strong>Tom Hanks</strong>), ma una persona che si può permettere il lusso di guardare a quel periodo in modo più distaccato, quasi dissacrante. “<strong>I ragazzi della Luna</strong>” <strong>non è infatti incentrato sulla cronologia degli avvenimenti</strong> che hanno portato gli uomini a sbarcare sul satellite; <strong>è invece la descrizione, ricca di aneddoti e volendo anche giudizi impietosi, degli uomini che hanno vissuto quell’esperienza</strong>. Un gruppo di giovani piloti dell’aeronautica scelti dopo una durissima selezione e destinati sì a un duro lavoro di preparazione fisica, sviluppo di tecnologie e test rischiosi, ma anche a raggiungere una celebrità a metà strada tra il campione sportivo e la rockstar.</p>
<p style="text-align: justify;">E <strong>in questa veste umanizzata ci vengono presentati gli astronauti</strong> del programma Apollo. Non eroi senza macchia, ma uomini, con tutto quello che ne consegue: non solo l’amicizia, ma anche il forte spirito di competizione, i contrasti, i vizi personali e in qualche caso anche il comportamento non perfettamente corretto. <strong>Lo stesso sviluppo del programma è raccontato sotto una luce antieroica</strong>. Si prenda la cronaca della missione Apollo 7, raccontata anche in particolari poco gradevoli, come i ripetuti contrasti, al limite dell’ammutinamento, tra l’equipaggio e il controllo a terra, ragione non ultima del fatto che i tre protagonisti del volo non avrebbero più messo piede su altre missioni lunari.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Un antidoto contro la retorica</h3>
<p style="text-align: justify;">In sostanza, un libro vivamente <strong>consigliato a chi è interessato all’argomento ma allo stesso tempo non apprezza più di tanto la retorica delle celebrazioni</strong>, come in quei film in cui al momento opportuno parte la colonna sonora a base di corno francese mentre il protagonista osserva la bandiera a stelle e strisce (e se non ci credete date un’occhiata alla serie televisiva “From the Earth to the Moon” cha ha drammatizzato quegli avvenimenti).</p>
<p style="text-align: justify;">Se invece appartenete alla schiera di quelli che credono alle <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_del_complotto_lunare" target="_blank">teorie del complotto lunare</a><em><span style="color: #333333;"><sup>W</sup></span></em>, è meglio non accostarsi per niente agli astronauti. Tempo fa <strong>Buzz Aldrin</strong> ha dato un pugno in pubblico a un provocatore complottista. A giudicare da questo libro, <strong>Walter Cunningham</strong> non sembra avere un carattere molto più morbido&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Walter Cunningham<br />
I ragazzi della Luna<br />
Mursia<br />
20 euro</em></p>
<p><!-- WSA: context 'ref-secondo' not found --></p>
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		<title>Mark Oliver Everett, Things the Grandchildren Should Know</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 15:25:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Things the Grandchildren Should Know, l'autobiografia di Mark Oliver Everett, leader della rock band Eels: una narrazione ironica che però tratta temi difficili come il disagio giovanile, la difficoltà nei rapporti interpersonali. È anche il racconto della carriera musicale dell'autore, della ricerca di un contratto e del rapporto col successo.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="float: left; padding-top: 6px; padding-right: 10px;"><img title="Mark Oliver Everett" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/moe.jpg" alt="Mark Oliver Everett" /></div>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">P</span>uò un ragazzo sopravvivere alla morte dell&#8217;intera famiglia e riuscire a fare qualcosa della sua vita? Questo il brusco attacco della quarta di copertina. E l&#8217;inizio del libro non è da meno. D&#8217;altra parte stiamo parlando di roba forte, signori: <strong>l&#8217;autobiografia di</strong> <strong>Mark Oliver Everett</strong>, cantante degli <strong>Eels</strong>.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Eels: un po&#8217; di storia</h3>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; probabile che in Italia ci sia molta gente che non li ha mai sentiti nominare, ma negli Stati Uniti <a title="Eels" href="http://eelstheband.com" target="_blank"><strong>gli</strong> <strong>Eels</strong></a> <strong>sono una rock band di culto</strong>. Meglio sarebbe dire una one-man-band: uno di quei complessi in cui i membri vanno e vengono, ma al centro resta sempre – dispotica? – la figura di un cantante/compositore che decide tutto. E infatti all&#8217;origine era un solista, che aveva scelto per sé il secco pseudonimo di <strong>Mr E</strong>, dall&#8217;iniziale del cognome. Un paio di album solisti, un po&#8217; acerbi, fino alla svolta del 1996: viene formato attorno a lui un gruppo più o meno stabile di musicisti, a cui decide di dare il nome Eels.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché Eels</strong>? “Perché volevo che nei negozi i dischi stessero accanto ai miei vecchi dischi solisti. Sai, l&#8217;ordine alfabetico&#8230;” ha dichiarato Mark alcuni anni fa. Con la nuova formazione viene inciso l&#8217;album <strong>Beautiful Freak</strong>, il cui singolo <strong>Novocaine for the Soul</strong> riesce a fare breccia nelle classifiche statunitensi. Sono <strong>gli anni dell&#8217;ultimo colpo di coda grunge</strong> e la canzone, come tutto l&#8217;album, incarna alla perfezione il periodo: un misto di pop e rock con testi sul disagio giovanile. “Novocaina per lo spirito / dovreste darmi qualcosa / per riempire il buco” cantava E diventando presto una sorta di idolo degli adolescenti depressi.</p>
<p style="text-align: justify;">Seguirà una carriera ricca di un sempre maggiore successo di critica. Due album da segnalare su tutti, anche perché ci portano dritti al tema del libro: <strong>Electro-Shock Blues</strong> del 1998, concept dedicato alla sorella e alla madre, morte a distanza di pochi mesi una suicida e l&#8217;altra di cancro, e <strong>Blinking Lights and Other Revelations</strong> del 2005, doppio album di stampo ancora più autobiografico. Una sorta di bilancio esistenziale in musica, per il quale E finalmente getta la maschera, lascia lo pseudonimo e si firma con il suo nome: Mark Oliver Everett Jr.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Un&#8217;autobiografia</h3>
<div style="float: right; padding-top: 4px; padding-bottom: 0px;"><img title="Things the Grandchildren Should Know" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/things.jpg" alt="Things the Grandchildren Should Know" /></div>
<p style="text-align: justify;"><strong>Perché Junior?</strong> Perché il padre era <strong>Mark Oliver Everett Senior</strong>, un <strong>fisico quantistico in odore di follia</strong> per le sue bizzarre teorie sull&#8217;esistenza di universi paralleli. Un uomo chiuso nel suo mondo mentale: raro che si abbandonasse a slanci di affetto o anche solo al contatto fisico. E l&#8217;autobiografia di Everett parte proprio dalla figura di questo omaccione silenzioso e dalla sua morte per infarto quando il nostro ha 19 anni. E&#8217; proprio Mark a trovare il corpo abbandonato del padre, e sulle prime nemmeno pensa alla morte, tanto era abituale trovarlo immobile e assorto nei suoi pensieri. Siamo nel 1982, e da questo trauma inizia il racconto della vita del giovane Everett. <strong>Una narrazione spesso ironica</strong>, su temi però tutt&#8217;altro che facili da digerire: il <strong>disagio giovanile</strong> a scuola, le <strong>difficoltà nei rapporti interpersonali</strong>, una vita adulta travagliata e soprattutto la sorte che si accanisce contro la famiglia. Su tutto <strong>la sorella Elizabeth, giovane depressa</strong> con alle spalle problemi di droga e diversi ricoveri in clinica psichiatrica. Per finire alla <strong>madre malata di cancro</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è anche <strong>il racconto della carriera musicale dell&#8217;autore</strong>, degli anni passati a cercare un contratto discografico, delle difficoltà nel rapportarsi con il successo.<br />
Fino al momento in cui Everett diventa un adulto, unico superstite della sua famiglia, e si trova a dover fare un bilancio della sua esistenza. Attenzione: non necessariamente negativo.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo trova un significato il titolo. <strong>Things the Grandchildren Should Know</strong> è infatti l&#8217;ultima canzone di <strong>Blinking Lights</strong>, un album che potrebbe essere preso per la versione musicale del libro. L&#8217;ultima traccia è il commiato perfetto per concludere il disco: Everett parla della sua vita oramai tranquilla dopo le bufere del passato, racconta con candore dei suoi sforzi per raggiungere una sorta di serenità e fa i conti definitivi con la sua vita. Fino a concluderne: “Ho dei rimpianti / ma se dovessi rifare tutto daccapo / be&#8217;, non mi dispiacerebbe farlo”.<br />
E questo racchiude in pochi versi l&#8217;intera filosofia del libro, in un legame così stretto che – per esempio – in allegato troverete un cd con due versioni della canzone, quella ufficiale e un primo demo in studio.</p>
<p style="text-align: justify;">Se volete invece ascoltarne una dal vivo, eccola qui, ripresa durante il concerto all&#8217;<strong>Albert Hall</strong> di Londra del 2006:</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="590" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube-nocookie.com/v/HZACwCFsjlU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="590" height="385" src="http://www.youtube-nocookie.com/v/HZACwCFsjlU&amp;hl=it_IT&amp;fs=1&amp;" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<h3>In conclusione</h3>
<p style="text-align: justify;">Il commento migliore è riportare quanto scritto nella <strong>recensione del Guardian</strong>: “Ho iniziato a leggere questo libro senza conoscere nulla degli Eels e aspettandomi che fosse il solito prodotto per fan; alla fine mi sono scoperto a canticchiare Novocaine for the Soul, e probabilmente diventerò un fan anch&#8217;io”. Non si tratta insomma di un libro specifico per appassionati. Non è merchandising per incrementare le vendite di un disco; è piuttosto una storia che chiunque può leggere e apprezzare a prescindere. Io ve lo consiglio.<br />
Una nota linguistica: purtroppo <strong>non è ancora stato tradotto in italiano</strong>. Tuttavia, è scritto in un inglese abbastanza piano da essere accessibile anche a chi non è abituato a leggere in lingua, e non è affatto difficile da trovare in qualcuna delle tante librerie online, anche italiane. In ogni caso ne vale la pena.</p>
<p><em>Mark Oliver Everett<br />
Things the Grandchildren Should Know<br />
Abacus<br />
14 euro circa</em><br />
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		<title>Non è successo niente</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2008 09:17:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[non è successo niente]]></category>
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		<description><![CDATA[- Ho trovato la donna della mia vita - Bene. Adesso non ti resta che trovare la vita e sei a posto. Certe volte il modo in cui vieni a conoscenza di un libro racconta molto della sua storia. Ricordo di aver comprato Non è successo niente con lo sconto del 50% appena un anno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/sclavi_successoniente.jpg" alt="" width="203" height="298" /></p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Ho trovato la donna della mia vita<br />
- Bene. Adesso non ti resta che trovare la vita e sei a posto.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">C</span>erte volte il modo in cui vieni a conoscenza di un libro racconta molto della sua storia.<br />
Ricordo di aver comprato <strong><em>Non è successo niente</em></strong> con lo sconto del 50% appena un anno dopo la sua uscita: un segno chiarissimo del suo insuccesso commerciale.<br />
Eppure all&#8217;epoca (siamo nel 1997) l&#8217;autore aveva puntato molto su quest&#8217;opera e la <strong>Mondadori</strong> era talmente fiduciosa da stamparne una tiratura importante. Ma con grande sorpresa non ha venduto granché. A dispetto del fatto che sia uno dei migliori romanzi pubblicati in Italia negli ultimi dieci anni.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tiziano Sclavi</strong> è una di quelle personalità che per la metà della gente non ha alcun bisogno di presentazione, mentre per l&#8217;altra è un perfetto sconosciuto. La sua fama di nicchia è legata all&#8217;essere stato il creatore della serie horror a fumetti di <strong>Dylan Dog</strong>, uno dei principali fenomeni di costume dell&#8217;Italia anni &#8217;90. Comunque lo si voglia giudicare, un tentativo, finché è durato il suo momento di gloria, di coniugare la vendibilità di un fumetto con una certa vena letteraria. All&#8217;epoca il successo travolgente del fumetto aveva portato di colpo alla ribalta la figura di quest&#8217;uomo schivo e riservato, noto più per la volontà di non apparire in pubblico che per presenzialismo: a lungo non è circolata neanche una sua fotografia, e il suo aspetto si conosceva unicamente in un paio di caricature. In più circolavano voci tragiche sul suo passato, compresa quella che fosse un ex alcolista (come, d&#8217;altra parte, il suo personaggio).</p>
<p style="text-align: justify;">Quando questo romanzo è stato scritto, il nome di <strong>Sclavi</strong> significava ancora <strong>&#8220;Dylan Dog&#8221;</strong> e su questo puntavano le speranze di vendita della <strong>Mondadori</strong>. Almeno ufficialmente era un uomo di successo: le tirature da record del fumetto e lo sterminato merchandasing portavano guadagni mai visti a lui e al suo editore, i suoi romanzi precedenti venivano ristampati e da un paio di questi venivano tratti dei film (<em><strong>Nero</strong></em> con <strong>Sergio Castellito</strong> e <em><strong>Dellamorte Dellamore</strong></em> con <strong>Rupert Everett</strong>).</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, proprio nel culmine del successo <strong>Sclavi</strong> era stato colto da una crisi esistenziale che lo aveva portato ad abbandonare la sua creatura ad altri autori (peraltro compromettendone definitivamente la qualità) e a ritirarsi a vita privata. Così quando nel 1997 ha visto la luce <em><strong>Non è successo niente</strong></em>, il romanzo è stato annunciato come un&#8217;opera di ispirazione autobiografica che avrebbe fatto luce sul suo passato remoto e recente. Questo spiega anche il forte legame dell’autore con il suo libro, e la conseguente delusione per il mancato successo: da allora <strong>Sclavi</strong>, per sua stessa ammissione, non ha più scritto una riga per anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il romanzo è la continuazione de <em><strong>Le etichette delle camicie</strong></em>, pubblicato qualche anno prima per la <strong>Giunti</strong> e passato quasi del tutto inosservato. I personaggi sono gli stessi e la vicenda riprende da dove quella era terminata. Ad ogni modo Non è successo niente si può tranquillamente prendere come un&#8217;opera a sé, senza per forza aver letto la precedente (comunque ve la consiglio, se riuscite a trovarla): è più ampio e fornisce molti più dettagli sul passato dei protagonisti.</p>
<p style="text-align: justify;">Il titolo si spiega con una spiritosaggine resa esplicita nell&#8217;illustrazione di copertina: la prima pagina di un quotidiano con un titolo a nove colonne &#8220;Non è successo niente&#8221; e sotto nessun articolo. Legato, questo, alla volontà di <strong>Sclavi</strong> di narrare una storia apparentemente di basso profilo, fatta di vita vissuta più che dell&#8217;horror truculento a cui il suo nome è generalmente legato. Come dice uno dei protagonisti in una delle prime pagine: «<em>ormai non ha più senso [...] adesso ormai sono tutti &#8220;eccessivi&#8221;&#8230; ciberpunk, ciberpulp, cibercazz&#8230; Forse per essere davvero eccessivi bisogna fare un bel romanzo che poi alla fine i due si sposano&#8230;</em>».</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spunto autobiografico è tanto evidente che non varrebbe neanche la pena di spiegarlo. Accanto a vari personaggi secondari, i protagonisti sono due alter-ego dell&#8217;autore, che vivono una vicenda parallela senza peraltro incontrarsi mai, se non una volta e per telefono. Due uomini che raffigurano, probabilmente con un certo mescolamento delle carte, due diversi momenti della sua vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno è <strong>Cohan</strong>, scrittore arrivato da poco al successo; un successo insperato e seguìto ad anni di miseria. Malato di depressione sin dalla più tenera età, perennemente in psicoterapia, ha finalmente trovato l&#8217;amore, con <strong>Lucia</strong>, ragazza più giovane e se possibile ancora più depressa di lui. I due danno vita a una coppia singolare, scambiandosi spesso e volentieri fobie e crisi d&#8217;ansia, il tutto nel disperato tentativo di sorreggersi a vicenda sulla via della guarigione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo protagonista è <strong>Tommaso Carta</strong>, autore di <strong>Daryl Zed</strong>, «<em>il fumetto che vende di più in Italia dopo Dylan Dog</em>». Anche per lui il successo è arrivato all&#8217;improvviso dopo anni di anonimato, e questo anziché giovargli lo ha pian piano precipitato nel baratro della depressione. Incapace di continuare, ha deciso di prendersi un anno sabbatico, lasciando il fumetto ad altri autori. Ma nonostante le buone intenzioni, tutto quello a cui arriva è semplicemente l&#8217;aggravarsi del malessere: passa le giornate disteso sul divano a bere, scivolando lentamente nell&#8217;alcolismo e sfogando il suo dolore in gesti di autolesionismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Accanto a loro, un universo di amici tutti a loro modo particolari. Soprattutto è la schiera che ruota attorno alla redazione di Daryl Zed a movimentare la scena: <strong>Cesare</strong>, <strong>Mauro</strong>, <strong>Renato</strong> il logorroico, chi più chi meno afflitto da manie e fissazioni. E sullo sfondo una Milano claustrofobica, un posto dove la gente esasperata dal traffico arriva alle mani per un nonnulla.<br />
Ma questa è, in fondo, una storia di speranza: quello che racconta è la lenta risalita dei protagonisti verso la normalità. Una speranza, comunque, non banale né rassicurante: tutt&#8217;altro che il buonismo si muove in queste pagine.</p>
<p style="text-align: justify;">Di <em><strong>Non è successo</strong></em> niente lo stesso <strong>Sclavi</strong> ha detto qualche anno fa: «<em>Ci ho messo dentro tutto me stesso, compresa una dieta da tre bottiglie di whisky al giorno</em>». È vero. Il legame dell&#8217;autore con il tema trattato è quasi palpabile, ed è questo che rende grande questo libro, nonostante la disorganicità che qualcuno potrebbe trovarvi. In effetti è un romanzo-fiume, di quelli in cui l&#8217;autore ha riversato tutto di tutto di più, dalla sua autobiografia alle sue più piccole riflessioni sul mondo, aprendo e chiudendo mille parentesi, a volte non chiudendole. Ma un difetto del genere (ammesso che lo sia) passa del tutto in secondo piano rispetto all&#8217;enorme valore emotivo della storia. Anche se con il filtro di personaggi autobiografici, siamo di fronte a un uomo che si racconta senza pudori, facendoci partecipi del baratro in cui ha vissuto e in cui in parte vive tuttora. E lo fa senza essere patetico, anzi disseminando ovunque il senso dell&#8217;umorismo surreale che già era famoso nei suoi fumetti. Raccontata come abbiamo fatto noi, questa vicenda potrebbe sembrare un po&#8217; angosciosa; invece per molti aspetti è un campionario inesauribile di battute, situazioni surreali e a loro modo divertenti, anche – a detta di qualcuno – in modo eccessivo (in certe scene i personaggi sembrano quasi sfidarsi a colpi di spiritosaggini: «<em>- Ho trovato la donna della mia vita, – Bene, adesso ti basta trovare la vita e sei a posto</em>»). Il risultato è toccante. Soltanto i migliori sono in grado di fare ridere e piangere nello stesso tempo. Ma soprattutto è un romanzo <em>sincero</em>. Niente sovrastrutture mentali, nessuna posa, hai la sensazione di non essere preso in giro in nessuna pagina. Di quei romanzi che alla fine ti sembra di conoscere l&#8217;autore da anni, e ne parli come un vecchio amico.</p>
<p style="text-align: justify;">Come dicevamo, dopo questo romanzo <strong>Tiziano Sclavi</strong> si è eclissato per diversi anni. In un&#8217;intervista al Corriere della Sera ha ammesso di essere stato prostrato psicologicamente dal fallimento di pubblico e critica; o forse, come ha dichiarato in altra occasione, semplicemente non gli è più “successo niente” che fosse degno di essere raccontato. Soltanto nel 2006 è tornato sulla scena con un nuovo romanzo: <em><strong>Il tornado di Valle Scuropasso</strong></em>. Ma di questo parleremo un&#8217;altra volta&#8230;</p>
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		<title>A Roma con Bubù</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 07:45:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bisognerebbe fare un monumento alla Sellerio per averci fatto riscoprire Gian Carlo Fusco, uno scrittore formidabile eppure quasi dimenticato dopo la morte nel 1984. Fusco era un personaggio di per sé degno di un romanzo. Spezzino di nascita, aveva intrapreso il mestiere del giornalista vagabondando tra la Liguria, la Versilia e infine Milano, città della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="alignnone" style="margin: 10px;" title="A Roma con Bubù" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/aromaconbub.jpg" alt="Gian Carlo Fusco A Roma con Bubù" width="200" height="285" /></p>
<p style="text-align: justify;"><span id="big">B</span>isognerebbe fare un monumento alla Sellerio per averci fatto riscoprire <strong>Gian Carlo Fusco</strong>, uno scrittore formidabile eppure quasi dimenticato dopo la morte nel 1984.</p>
<p style="text-align: justify;">Fusco era un personaggio di per sé degno di un romanzo. Spezzino di nascita, aveva intrapreso il mestiere del giornalista vagabondando tra la Liguria, la Versilia e infine Milano, città della consacrazione.<br />
<strong>Oreste Del Buono</strong> lo ha definito “il più grande narratore orale italiano della seconda metà del secolo”. E infatti chi lo ha conosciuto tende a parlare, più che delle sue qualità di scrittore, della prepotente abilità di cantastorie. Amante della vita notturna, assiduo frequentatore di quelli che all’epoca si chiamavano night-club, gran bevitore e donnaiuolo, era &#8211; a quanto dicono &#8211; l’animatore delle notti e delle feste grazie alla sua capacità di raccontare storie. Non necessariamente autentiche: il suo istrionismo contemplava una buona dose di menzogna e, a seconda dei casi, Fusco poteva spacciarsi per ex pugile, o ex soldato mercenario o chissà quant’altro, ma con un’abbondanza di particolari, una sicurezza e soprattutto una capacità affabulatoria tale che i presenti facevano silenzio e pendevano dalle sue labbra.<br />
Anche le fotografie ce lo rappresentano in sintonia con il personaggio: capello scompigliato, baffetti da gangster anni ’30, nodo allentato della cravatta.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-64"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Da qualche anno la <strong>Sellerio</strong> ha iniziato a riproporre i suoi scritti, pescando in un primo tempo nella memorialistica di guerra e del ventennio fascista (<em>Guerra di Albania, La Lunga Marcia, Le Rose del Ventennio</em>). Tutti libri deliziosi. Ma in questo caso vogliamo consigliarvi un romanzo: <em>A Roma con Bubù</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">È un romanzo ma sembra una canzone di <strong>Fred Buscaglione</strong>. Basterebbe soltanto questo per farvi capire di che si parla.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto inizia quando il protagonista e il suo amico Bubù decidono di lasciare Milano e trasferirsi a Roma. Siamo negli anni ’60 e la città è divenuta il luogo comune della Dolce Vita, la capitale del Boom economico; quasi una terra promessa.<br />
I due amici sono una coppia di viveur abituati a tirare fino al mattino tra locali, pernod ed entreneuse, tra sbronze e racconti sul loro mai precisato passato malavitoso a Marsiglia. Bubù, in particolare, è un personaggio difficile da non immaginare come il grande Fred: un massiccio “dritto” dal pugno facile, con arie da duro e sulla bocca sempre la massima di vita giusta per l’occasione, pescata dal repertorio dei gangster francesi. E un bagaglio interminabile di aneddoti di dubbia veridicità sulla Legione Straniera.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver pestato i piedi a gente che era meglio lasciare stare, i due prendono la via della fuga, imboccano l’Autostrada del Sole (che era “senza sole”, con tipica ironia fuschiana) e sbarcano a Roma per tentare la fortuna. Con un sogno in particolare in testa: sfondare nel cinema, uno come sceneggiatore e il vanaglorioso Bubù come attore.</p>
<p style="text-align: justify;">E qui prendono avvio una serie di incontri (soprattutto notturni) e di peripezie che fanno di questo romanzo un piccolo capolavoro della commedia all’italiana. La Roma di Fusco è un posto già in decadenza, in cui tra i tavolini degli innumerevoli bar si aggirano imprenditori sull’orlo del fallimento, attricette straniere con troppi sogni di gloria, attaccabrighe e truffatori di vario genere. Tra film annunciati e mai girati, produttori introvabili e improbabilissimi kolossal mitologici in cui l’imperatore Nerone ha alle sue dipendenze ballerine cinesi, i due vedranno presto cadere i sogni di facile successo, fino alla decisione di ritornare lassù, “tra le nebbie”.</p>
<p style="text-align: justify;">È un libro pervaso da un umorismo irresistibile, piacevole proprio in quanto non ha paura di abbandonarsi ai cliché più risaputi, per distruggerli a colpi di ironia. Ma soprattutto è scritto divinamente. La prosa di Fusco dovrebbe essere studiata a scuola: mai un’incertezza, una parola di troppo, un aggettivo inutile. È uno dei migliori esempi di come raccontare molto senza spendere troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire. Io ve lo consiglio con tutto il cuore. È leggero e allo stesso tempo intelligente, si legge con facilità e diverte pure. State attenti però: Fusco genera dipendenza. Una volta iniziato, vorrete leggere anche gli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Gian Carlo Fusco<br />
<em>A Roma con Bubù</em><br />
Sellerio Editore<br />
10 euro<br />
<!-- WSA: context 'ref-secondo' not found --></p>
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		<title>La guerra di Zlarko Dizdarevic</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 08:13:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I remainders (per chi non intendesse, le rivendite di “libri nuovi a metà prezzo”) sono il luogo destinato alle opere in pensione. Non vendono più, sono troppe le copie che tornano in resa e i magazzini si trovano pieni di materiale in eccesso difficile da piazzare di nuovo. Se vi è mai capitato di ordinare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone" style="float: left; margin-left: 0px; margin-top: 5px; margin-right: 12px;" title="Giornale di guerra" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/zlatko.jpg" alt="La guerra di Zlarko Dizdarevic" width="145" height="200" />I remainders (per chi non intendesse, le rivendite di “libri nuovi a metà prezzo”) sono il luogo destinato alle opere in pensione.<br />
Non vendono più, sono troppe le copie che tornano in resa e i magazzini si trovano pieni di materiale in eccesso difficile da piazzare di nuovo. Se vi è mai capitato di ordinare per posta un libro poco conosciuto e vi arriva tutto spiegazzato, con la bandella di copertina strappata e qualche macchia di ditate qua e là, ecco: significa che ha già fatto troppi giri senza riuscire a essere venduto e presto o tardi sarà destinato al pensionamento.<br />
Leggi: sbattuto brutalmente fuori catalogo e girato a un prezzo di favore ai remainders.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-24"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Diventa interessante quando un libro è stato pensionato perché non più attuale: vederlo esposto in rivendita è un buon barometro di quanto l’argomento non interessi più nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">È stato così che mi sono imbattuto, l’altro giorno, in un Sellerio degli anni ’90: Zlarko Dizdarevic, Giornale di guerra &#8211; cronaca di Sarajevo assediata.</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno ricorda ancora che abbiamo avuto una guerra di brutale ferocia a due passi da casa? Ora che è venuto di moda andare a fare il bagno in Croazia, pochi a dire il vero.</p>
<p style="text-align: justify;">Dizdarevic (40enne all’epoca) era giornalista del quotidiano bosniaco Oslobodenje, testata che continuò le pubblicazioni anche dopo l’inizio dell’assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbe della repubblica di Karadzic. Il Giornale di guerra è un diario che va dall’aprile 1992 all’ottobre 1993, quando ancora cioè non si profilava all’orizzonte una risoluzione del conflitto e l’Europa e il mondo assistevano impotenti (come sarà loro rimproverato) a una serie di eccidi non più visti sul nostro continente almeno dal 1945.<br />
È dunque un racconto in presa diretta, in quanto tale ancora più sconvolgente. Fa male ricordare quanto sia successo dall’altra parte dell’Adriatico appena quindici anni fa: leggiamo di gente senza beni di prima necessità, razionamenti, mancanza di luce, acqua, gas, palazzi storici devastati. E soprattutto di quello che sarà preso come il simbolo del male in quegli anni: gli sniper, i cecchini appostati sui colli attorno a Sarajevo, con l’unico compito di sparare indifferentemente su chiunque fosse a tiro in città, uomini, donne, bambini, anziani, gente in fila al mercato, ambulanze, vigili del fuoco. Dizdarevic ci racconta come fosse divenuta quotidianità quasi banale sapere di gente uccisa mentre si recava al lavoro o bambini mutilati da proiettili esplosivi. Con ironia tutta balcanica, afferma che era divenuto tutto molto più facile per chi volesse suicidarsi: bastava restare fermi in mezzo a una piazza.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa una strana sensazione leggere questo libro, soprattutto alla luce del cosiddetto senno di poi. Appartiene a un’epoca in cui la comunità internazionale restava impotente e i caschi blu erano divenuti il simbolo del vile che assiste impassibile a ogni tipo di atrocità; il periodo in cui la sinistra invocava un intervento che ponesse fine al conflitto e accusava la Nato di essere indifferente per mancanza di interessi economici (salvo, poi, condannare l’intervento del ’99 spiegandolo alla luce di sopravvenuti interessi). Oggi che quasi si rivaluta il ruolo dei Serbi e qualcuno, nel post-11 settembre, si spinge persino a dipingerli come lungimiranti difensori dell’Europa contro l’avanzata islamica, ecco, dare una lettura a una testimonianza del genere può risultare molto utile.</p>
<p style="text-align: justify;">Zlarko Dizdarevic, Giornale di guerra &#8211; cronaca di Sarajevo assediata, Sellerio Editore, lire 12.000. Lo trovate in tutte le librerie?<br />
Non più. Purtroppo.<br />
<!-- WSA: context 'ref-secondo' not found --></p>
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		<title>Orwell confezione famiglia</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 08:11:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Donativi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Confesso di non essere ancora riuscito a capire com’è possibile che da un giorno all’altro ci vendano i Meridiani Mondadori a 13 euro, mentre prima per averne uno dovevi accedere a un mutuo. I casi sono due. O ‘sti volumi all’editore non sono mai costati molto, e allora per anni ci hanno chiesto 50 euro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><img class="alignnone" title="George Orwell" src="http://i521.photobucket.com/albums/w335/edizionitrabant/orwell1.jpg" alt="George Orwell" width="180" height="188" />Confesso di non essere ancora riuscito a capire com’è possibile che da un giorno all’altro ci vendano i <strong>Meridiani Mondadori</strong> a 13 euro, mentre prima per averne uno dovevi accedere a un mutuo.<br />
I casi sono due.<br />
O ‘sti volumi all’editore non sono mai costati molto, e allora per anni ci hanno chiesto 50 euro per un prodotto che in fabbrica costava 2 centesimi.<br />
Oppure quello che danno a 13 euro è uno pseudomeridiano, che di meridiano ha tutta l’apparenza, ma in realtà è fatto con materiale scadente. Magari è come la Panda: basta un soffio di vento e cade la portiera.<br />
Vi giuro che ho provato anche a confrontare un Meridiano vero con uno Collezione, e sarà che non sono un esperto, ma non sono riuscito a riscontrare differenze. La carta sembra la stessa. La copertina anche. L’unica cosa è che il Meridiano tradizionale ha le pagine colorate di turchese in alto: che sia un procedimento costosissimo e basta togliere quello per far precipitare i costi? Non so. Dirò di più: il Meridiano Collezione ha due segnalibri, quello normale neanche uno.<br />
In realtà ci sarebbe anche una terza possibilità: che alla Mondadori si siano messi a fare beneficenza. Ma non so perché, sono scettico.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-16"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Mah. Forse la fregatura è nel contenuto. Tu credi di stare comprando un’opera, e invece è tutt’altro. Ma ho controllato anche questo: La fattoria degli animali è davvero <strong>La fattoria degli animali</strong>, e non un libro per bambini sulle avventure di una capretta e il suo amico Pinky.<br />
E qui veniamo al punto.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>George Orwell</strong>, Romanzi e Saggi, Meridiani Collezione, euro 12,90. A questo modico prezzo vi portate a casa un volume robusto ed elegante contenente un fottiò di lettura, più apparati, prefazioni, note biografiche, note al testo etc. Un vero affare.<br />
Nello specificio il piano dell’opera prevede:</p>
<p style="text-align: justify;">- Senza un soldo a Parigi e a Londra<br />
- Omaggio alla Catalogna<br />
- Una boccata d’aria<br />
- La fattoria degli animali<br />
- 1984<br />
- Racconti e saggi autobiografici<br />
- Scritti e divagazioni su arte e società<br />
- Interventi e testimonianze</p>
<p style="text-align: justify;">e in più in appendice la traduzione degli appunti per il romanzo mai completato. Che volete di più? Anche una bicicletta e una pianola a 54 voci?</p>
<p style="text-align: justify;">Va bene, sui romanzi più famosi non mi dilungherò. Magari un’altra volta. La fattoria e <strong>1984</strong> sono dei capisaldi, e se non li avete mai letti, tutti in ginocchio sui ceci a chiedere scusa all’Onnipotente. I più scafati conosceranno anche <strong>Omaggio alla Catalogna</strong>, che pure merita. Eccome se merita.<br />
Ma io vorrei soffermarmi sui saggi e articoli di Orwell.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sì che sono una scoperta piacevolissima. Leggendoli ho avuto la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della genialità di questo autore.<br />
I suoi scritti andrebbero additati come esempio di valore civile, un modello di equilibrio e imparzialità davvero unico, soprattutto considerati i tempi: in mezzo alla bufera ideologica del ‘900, Orwell era tra i pochi a tenere la testa sulle spalle, e giudicare l’attualità senza i fumi del fanatismo.<br />
Socialista per vocazione, antifascista per militanza, e tuttavia antisovietico per onestà intellettuale; schierato a sinistra ma non al punto da non cogliere la natura truffaldina delle repubbliche socialiste; avversario del nazismo, ma non per questo paladino della superiorità morale dell’Occidente; sempre e comunque impegnato nel tema della libertà dell’individuo, intesa come libertà intellettuale prima ancora che politica, e per nulla disposto a barattarla in cambio di alcunché. Una perla rara, uno scrittore impegnato e privo di doppiopesismo.<br />
E il tutto condito da un irresistibile humor britannico.</p>
<p style="text-align: justify;">Si prenda ad esempio come, scrivendo nei primi anni ’40, ha la lucidità di comprendere come parte del successo di Hitler sia dovuto a un’intrinseca voglia di guerra serpeggiante nell’essere umano: “Al socialista che sorprende i propri figli mentre giocano coi soldatini di stagno capita di restare sconvolto, ma non sa come sostituire quei soldatini: certamente i pacifisti di stagno non sarebbero una buona alternativa. Hitler invece sa, poichè la sua mente priva di gioia percepisce il fatto con un’intensità formidabile, che gli esseri umani non desiderano solo la comodità, la sicurezza, la riduzione dell’orario di lavoro (&#8230;); vogliono anche, almeno di tanto in tanto, la lotta e l’abnegazione, per non parlare dei tamburi, delle bandiere e delle parate patriottiche. (&#8230;) Mentre il socialismo e, seppure a malincuore, il capitalismo hanno detto agli uomini: «Io vi offro la possibilità di stare bene», Hitler ha detto loro: «Io vi offro la lotta, il rischio e la morte», e un’intera nazione si è prostrata ai suoi piedi”.<br />
O ancora, in un altro articolo, irride l’antifascismo di guerra dell’Inghilterra ricordando tutta la simpatia riscossa da Mussolini negli ambienti governativi britannici almeno fino al 1940. Ne conclude: “Se io mi schiero dalla parte della Gran Bretagna e della Francia, è perchè preferisco stare con i vecchi imperialismi &#8211; decadenti, come giustamente li definisce Hitler &#8211; piuttosto che con quelli nuovi, assolutamente sicuri di sé e quindi assolutamente spietati. Ma, per amor del Cielo, non raccontiamoci che stiamo entrando in questa guerra con le mani pulite. Solo ricordandoci in ogni momento che le nostre mani non sono pulite possiamo conservare il diritto di difenderci.”</p>
<p style="text-align: justify;">Che dire, forse di questi tempi conviene riflettere attentamente su queste parole.</p>
<p style="text-align: justify;">p.s. per la cronaca dopo tre giorni uno dei segnalibri ha iniziato a sfilacciarsi. Che sia un primo segnale?</p>
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