Editoria a pagamento e print-on-demand
Se avete letto Il pendolo di Foucault di Eco (e, diamine!, dovreste averlo letto), sapete cosa si intende per editoria a pagamento: la famigerata richiesta all’autore di un “contributo spese” che andrà a coprire i costi di stampa e distribuzione, ammesso e non concesso che poi vi sia una distribuzione.
Va da sè che spesso dietro questa pratica si nasconde una truffa bella e buona, una cinica operazione che mira a toccare il nervo della vanità e del narcisismo dello scrittore: pur di vedere la propria opera in formato cartaceo è anche disposto a pagare di tasca propria per poi vedersi la casa riempita delle copie del suo romanzo che regalerà ai suoi amici. In genere l’autore si impegna a comprare un tot numero di copie che bastano a coprire le spese.
Oggi internet offre nuove possibilità, e è nato un nuovo modo, per certi versi ricollegabile, o che potrebbe soppiantare l’editoria a pagamento, di pubblicare, anzi: di pubblicarsi: il print-on-demand, ovvero la stampa su richiesta.
Chi offre questo servizio dà la possibilità di pubblicare il proprio lavoro e di venderlo tramite internet. A chi ne fa richiesta viene spedita una copia cartacea dell’opera. L’azienda provvede alla stampa e alla spedizione, percependo un compenso sul prezzo che di solito è scelto dall’autore e che ne detiene anche i diritti.
Queste aziende basano la loro fortuna sulla famosa teoria economica della “coda lunga”: vendere poche copie ma di tanti prodotti, eliminando spese di magazzino e produzioni in larga scala. In pratica, avendo 1000 autori, possono anche vendere una copia per autore e è come vendere mille copie di un unico autore. E’ il sistema su cui si basano Ebay e Amazon, ad esempio.
A primo acchitto questa nuova modalità potrà sembrare quasi rivoluzionaria e conveniente per tutti vista l’eliminazione di spese di magazzino e di stampa.
Ma siamo sicuri che convenga davvero?
Non è nostra intenzione criticare questo nuovo modo di autoproduzione, vogliamo solo porre interrogativi senza cadere in facili entusiasmi; in fondo è un modo come un altro per promuoversi che oltretutto non tange e non mette minimamente in crisi il lavoro di una casa editrice ordinaria che non pubblicherebbe mai un’opera che non gli assicuri un elevato numero di copie. E’ un’azienda e come tale deve badare al fatturato: su questo ci sarebbe da discutere, ma non è questo il post(o) adatto.
Quello che ci dobbiamo chiedere riguardo le operazioni di print-on-demand è se vi sia o meno un filtro. Chi offre questa opportunità non si perita di controllare la qualità delle pubblicazioni, non se ne interessa. Non c’è un investimento come in una normale casa editrice. Se lo facesse dovrebbe rifiutare l’80% (e sono stato buono) delle pubblicazioni. Ed ecco a chi non conviene: al lettore. Il filtro di una casa editrice è segno di garanzia. Una collana o più in generale una casa editrice è un marchio di qualità, fa una promessa, dà un’indicazione precisa che tutela il lettore sulla qualità del prodotto che sta per acquistare a differenza dell’offerta on demand: io navigo nel database, leggo di un dato romanzo la descrizione, come se fosse la quarta di copertina, che dice sempre troppo poco, e spendo dei soldi senza sapere bene cosa sto comprando, senza la garanzia che una casa editrice mi può dare. A volte vi è la possibilità di leggere l’opera in formato pdf, e è un passo avanti, ma spesso, e tristemente, anche quella è a pagamento (viene da chiedersi: chi pagherebbe anche pochi euro per un pdf?).
Col tempo il print-on-demand potrebbe spingere gli scrittori in erba all’autoproduzione, evitando di abbandonarsi alla vanità e affidarsi agli editori a pagamento. Che saranno anche cinici e privi di scrupoli, ma in fondo non fanno altro che sfruttare il narcisismo degli esordienti.










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