Fulvio Izzo, I lager dei Savoia
Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali. Basterebbe già questo sottotitolo per dare l’idea del tema spinoso affrontato in questo breve saggio. E spaventare più di qualche lettore. Eppure, l’argomento merita se non altro di essere affrontato.
La sorte del soldato napoletano
Il problema dei campi di prigionia per i soldati borbonici è vecchio quanto i campi stessi. Spiegando in sintesi, sin dai primi giorni dell’intervento piemontese nel meridione d’Italia, l’esercito di Vittorio Emanuele II si trovò davanti al problema di gestire i numerosi soldati delle Due Sicilie che si arrendevano o erano presi prigionieri. Con una certa ingenuità ci si aspettava che abbracciassero in massa la nuova causa unitaria e accettassero l’arruolamento nell’Esercito Italiano.
Nella realtà, i riottosi si dimostrarono molti più del previsto, e per giunta rischiavano di diventare un problema di ordine pubblico al pari di quelli che erano stati lasciati tornare a casa: questi nel migliore dei casi facevano propaganda a favore degli spodestati Borboni, nel peggiore andavano a ingrossare le fila delle bande di briganti. E qui inizia il dilemma storico, perché una parte delle testimonianze vuole che decine di migliaia di soldati prigionieri siano stati imbarcati per Genova e da lì smistati in vari luoghi di detenzione nel Nord, per costringerli all’arruolamento forzato o semplicemente tenerli lontani dai punti caldi del meridione. In particolare, suonava sinistra la fama della fortezza di Fenestrelle sulle Alpi, una sorta di Spielberg W per legittimisti.
L’argomento, si capirà, è tremendamente fastidioso per il buon nome del nostro paese e dei suoi padri fondatori. Vagamente sottaciuto per decenni, ha cominciato lentamente a emergere dal sottobosco, generando un certo dibattito. Una ricostruzione accolta in epoca vicina da scrittori come Lorenzo Del Boca o Gigi Di Fiore, ma anche nettamente rifiutata da Indro Montanelli (che la definì senza mezzi termini “revisionismo-spazzatura”) e più recentemente Sergio Romano, che a proposito di chi critica gli autori dell’Unità ha parlato di “patologie autolesioniste”. E qualche spunto di riflessione deve venire anche dal fatto che abbiamo citato nomi appartenenti più al giornalismo che alla storiografia vera e propria.
Il presente saggio, come si sarà intuito, sposa a pieno la tesi che questo fenomeno sia avvenuto su scala sufficientemente larga per poter parlare di un vero e proprio sistema concentrazionario.
Al di là del sensazionalismo

Mettiamo un po’ di mani avanti. L’editore – Controcorrente di Napoli – è specializzato in testi cosiddetti “revisionisti” sul Risorgimento. L’autore – da par suo – è uno studioso del brigantaggio e del meridione post-unitario e collaboratore a riviste di stampo tradizionalista come L’Alfiere. Ce n’è abbastanza, dunque, per mettere in guardia il lettore sospettoso di queste correnti di pensiero.
In aggiunta, il volume, dal punto di vista delle scelte editoriali, è stato impostato secondo una forma di comunicazione piuttosto aggressiva. Oltre al già citato sottotitolo, anche scorrere l’indice può portare ad alcuni fraintendimenti: si troveranno capitoli come “La Lunga Marcia”, “Il sistema concentrazionario: l’organizzazione” e addirittura quello conclusivo “La Soluzione Finale”.
Insomma: il lettore legato alla storia “tradizionale” potrà pensare di avere davanti a un testo sensazionalista, eccessivamente partigiano; il lettore più vicino all’area di pensiero dell’autore, invece, potrebbe essere indotto a pensare di trovare nel libro una minuziosa ricostruzione storica degli avvenimenti.
Niente di tutto questo, in realtà. L’autore è molto sincero, a inizio dell’opera, a chiarire che la sua intenzione non è altro che di mettere insieme, forse per la prima volta, quegli scarni indizi che sono rimasti sulle vicende narrate; poche tracce, tratte ora dalla stampa dell’epoca ora dagli archivi, che non permettono una ricostruzione organica degli avvenimenti, ma allo stesso tempo non lasciano dubbi che qualcosa sia successo. Spetterà poi alla storiografia futura – se potrà, se vorrà – portare avanti questa ricerca.
Anche il suo atteggiamento è ben lontano da quello che ci si potrebbe aspettare a giudicare dai titoletti. E’ schierato, e non c’è il minimo dubbio su quelli a cui vadano le sue simpatie; tuttavia l’opera, al di là dei giudizi personali, è una più che onesta disamina dei documenti, e in quanto tale si rivela preziosa.
Perché di documenti parliamo, in sostanza. Negare che ci sia un fondo di verità è sciocco, al di là degli schieramenti ideologici, specialmente se ci si confronta con le numerose testimonianze dell’epoca. E se – ne riconosciamo il diritto – qualcuno vuole essere sospettoso nei confronti della pubblicistica cattolica di fine ’800, come si porrà invece di fronte a testimonianze di parte piemontese? Citiamo su tutte il passo di una lettera del generale Farini a Cavour, in cui si parla esplicitamente di 1600 prigionieri tenuti presso Milano in condizioni igieniche spaventose per il loro rifiuto di arruolarsi nel nuovo esercito comune. Ne conclude Farini: “Io vi prego pure a nome dei miei colleghi a riflettere ancora sopra prima di spedire qui tutte le truppe napoletane (…) il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del regno”.
Un esercizio anti-nazionalista
In sostanza, una lettura che merita di essere fatta, anche se richiede una buona dose di apertura mentale e un basso tasso di nazionalismo.
Se poi qualcuno ha ancora difficoltà ad accostarsi a un testo solo perché l’autore non la pensa come lui, è un suo problema. Chi ci segue sa che alla Trabant questo è un punto a cui teniamo molto, ed è il motivo per cui abbiamo pubblicato opere come Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta o Storia delle Due Sicilie: bisogna leggere tutto, non dare nulla per scontato e prendere il meglio da ogni fonte.
Poi si potrà discutere se è il caso di utilizzare termini eccessivi come “soluzione finale”: ma il fatto che una fonte sia di parte non vuol dire necessariamente che dica sempre il falso.
Fulvio Izzo
I lager dei Savoia
Controcorrente
10 euro


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