Il generale dei briganti: ovvero “Il Risorgimento del Cuore 2”

di Marcello Donativi | 17 febbraio 2012 | Archiviato in divagazioni

Mi hanno sempre interessato le trasposizioni cinematografiche degli avvenimenti storici. Non potevo dunque perdere l’occasione di vedere il nuovo sceneggiato Rai “Il generale dei briganti”, andato in onda gli scorsi 12 e 13 febbraio 2012. È infatti incentrato sulla figura di Carmine Crocco Donatelli, la cui autobiografia è nel catalogo delle Edizioni Trabant, e più in generale ambientato in un periodo storico a cui abbiamo dedicato diversi titoli della collana Pillole per la Memoria.

Sul personaggio di Crocco è stato prodotto anche, qualche anno fa, un film diretto da Pasquale Squitieri, intitolato “Li chiamarono… briganti” e con protagonista Enrico Lo Verso, soltanto in minima parte ispirato all’autobiografia del brigante lucano. La pellicola non mi aveva convinto del tutto, se non altro per il difetto di costituire quasi un’agiografia del suo protagonista; ma aveva il merito di presentare una coraggiosa visione anticonformista di quel periodo storico.

La fiction Rai, diretta da Paolo Poeti e con protagonisti Daniele Liotti, Raffaella Rea, Massimo Dapporto e Christiane Filangieri, si annunciava invece ispirata direttamente a Come divenni brigante: laddove infatti il film di Squitieri era interamente dedicato alla carriera politica di Crocco, lo sceneggiato abbraccia quasi tutta la sua vita, e pertanto era di un certo interesse.

Come si diventa briganti

La storia parte dunque dall’infanzia del protagonista, una sorta di paradiso terrestre bruscamente interrotto da una serie di circostanze sfavorevoli. Viene rappresentato infatti il famoso episodio del coniglio, che dà la possibilità di introdurre quello che per tutto il film sarà il vero antagonista di Crocco: il conte Guarino, interpretato da Massimo Dapporto. Il signorotto è in giro a cavallo assieme ad uno dei suoi cani; l’animale, però, sfugge al padrone e si intrufola nella fattoria dei Crocco, dove azzanna e uccide uno dei conigli. Il piccolo Carmine prende a bastonate il cane, suscitando l’ira del conte, che inizia a fustigarlo; in difesa del figlio interviene la madre, incinta di 5 mesi, e per tutta risposta il conte cattivo le assesta un calcio nel ventre. A seguito del trauma e del conseguente aborto, la donna avrà la salute – prima fisica, poi mentale – compromessa per il resto della sua vita.

In verità, nelle sue memorie, Crocco non indica mai il cognome del signorotto in questione, né specifica che fosse un conte; il personaggio è indicato genericamente come “don Vincenzo C.”. Peraltro, il vero Crocco racconta che, benché sicuro di restare impunito a causa del rango sociale, il nobiluomo era sinceramente pentito del suo gesto. Successivamente, subirà un tentato omicidio per il quale verrà incolpato ingiustamente il padre del futuro brigante, e sarà questa – e non la semplice malattia mentale della madre – la vera causa della rovina economica dei Crocco Donatelli, costretti a sparpagliare i figli presso vari parenti.

Facciamo notare, di passaggio, un altro dettaglio modificato: nel film il piccolo Carmine si limita a prendere a bastonate il cane del signorotto; nella realtà lo uccise. Ma evidentemente il pubblico delle fiction non è abbastanza maturo per sopportare la violenza sugli animali.

Le traversie giudiziarie del padre, nel film, vengono tagliate per effettuare un salto temporale. Carmine è ormai in età da soldato. A questo punto, gli sceneggiatori hanno pensato bene di animare la vicenda inserendo una sottotrama romantica con alcuni personaggi di fantasia. E così la vita di Crocco si trasforma magicamente in quello che Luciano De Crescenzo teorizzava come il prototipo della sceneggiata napoletana: isso, issa e ‘o malamente.

Una sceneggiata napoletana

Isso è, ovviamente, Crocco; issa è la fidanzata Nennella; ‘o malamente è, invece, il subdolo Antonio, di mestiere scrivano di strada (qualcuno ricorda “Miseria e Nobiltà”?) e segretamente innamorato di lei. Isso e Issa sono promessi sposi, e Isso confida di ricevere i 200 ducati necessari per evitare di fare il servizio militare. È però costretto a partire, in seguito alle trame del figlio del conte Guarino, offeso perché Carmine ha difeso la sorella Rosina dalla sue avances alla don Rodrigo. In questo modo, la famiglia Guarino continua a perseguitare la famiglia Crocco, secondo il topos da teleromanzo che contrappone la famiglia ricca e cattiva alla famiglia povera e buona.

La realtà dei fatti era molto meno cinematografica. Crocco incontrò sì il figlio di don Vincenzo; ma questi, lungi dal maltrattarlo o addirittura insidiare la sorella, si dichiarò pentito delle malefatte del padre e desideroso di riparare in qualche modo. I due si misero d’accordo che il gentiluomo avrebbe pagato i 200 ducati per evitare la naja; ma, purtroppo, morì prima di poter mantenere la promessa e Carmine dovette partire.

Sì, direte voi, ma ‘o malamente? Ora ci arriviamo. Infatti nella fiction, mentre è soldato, Crocco, che ha ricevuto un’istruzione di base, scrive a Issa alcune appassionate lettere. La poverella, analfabeta, se le fa leggere da ‘o malamente, il quale, avendo mire sulle fanciulla, ne stravolge completamente il significato. Fino al punto in cui la lettera in cui Crocco annuncia di tornare in licenza per sposare l’amata diventa una lettera con cui la scarica brutalmente. ‘O malamente ne approfitta per chiedere lui in sposa la donzella e, come si dice, la sventurata rispose.

Dopo convulse vicende, Crocco diserta perché gli hanno revocato la licenza, e al suo ritorno trova due amare sorprese: una, la sua fidanzata ormai sposa a un altro; due, la sorella sfregiata in viso nel tentativo di respingere la seduzione del perfido figlio del conte, e conseguentemente costretta a rinchiudersi in convento. Il focoso giovine, comprensibilmente mal disposto da tutta questa sfiga che lo perseguita, decide di vendicare l’onore e uccide il rampollo.

Quanta tenerezza fa questa trasposizione da Rai Fiction! Rosina, la sorella di Carmine, è non solo una specie di fotomodella vestita da contadina, che soltanto gli abiti distinguono dalle nobildonne del film; ma anche un incrocio tra Lucia Mondella e Santa Maria Goretti, sfregiata a vita per difendere l’onore. Anche in questo caso la realtà, come ce la racconta il vero Crocco, è un po’ meno onorevole: Rosina subì sì le avances di un signorotto – che non era Ludovico C. – ma questo avvenne per il tramite di un’altra contadina, incaricata di riferire l’interessamento del nobile alle sue grazie. La misera ambasciatrice, in tutta risposta, ricevette da Rosina una coltellata al viso: nella realtà, dunque, Rosina era la sfregiatrice, non la sfregiata. Dovevano essere dei tipetti niente male, questi Crocco Donatelli. Saputo l’accaduto, Carmine si precipitò a Venosa per completare la vendetta con l’omicidio del seduttore. Da qui, una condanna a diversi anni di bagno penale.

Crocco in camicia rossa

Ma torniamo al film. Carmine a questo punto non è soltanto cornuto, ha pure una condanna a morte sulla cuticagna, ragion per cui pensa bene di darsi alla macchia unendosi alla banda di briganti di Ninco Nanco. Nel frattempo sono sbarcati i Mille e veniamo introdotti a brevi scene in cui compaiono nientepopodimeno che re Francesco II e la regina Maria Sofia. Il perfido conte, infatti, preme perché il sovrano contrasti il brigantaggio; ma il re tituba, in quanto intuisce la possibilità di sfruttare i briganti, come già i suoi predecessori, per difendere il Regno dall’invasione.

Giudizio sulle figure dei re: non c’è male, non sono messi in luce così negativa. Re Francesco è piuttosto plausibile, forse un po’ troppo imbalsamato; un po’ meno Maria Sofia, personaggio enigmatico sfoderante un perenne sguardo a metà tra il basito e l’arrapato. Ma d’altra parte, in passato, a Maria Sofia di Borbone è toccato di essere interpretata anche da Ornella Muti; quindi non si può definire un personaggio storico che abbia mai avuto grande fortuna sullo schermo.

Intanto, a seguito di una sottotrama che coinvolge la figlia (buona) del conte Guarino e il suo moroso Mariano – sottotrama che non vi abbiamo raccontato, sennò facciamo davvero notte – i comitati liberali convincono la banda di Crocco a sostenere la rivoluzione. Ci riescono attraverso una promessa di amnistia, e questa, va reso atto, è una verità storica, anche se nel film è colorita attraverso la concessione di una promessa scritta in prima persona da Garibaldi.

Ci vengono presentate, così, con dovizia di particolari, le gesta dei briganti a favore dell’Unità d’Italia. Gesta su cui Crocco, nelle sue memorie, non si sofferma più di tanto. Scene topiche: gran sventolìo di bandiere tricolori e gente festante vestita di rosso.

Crocco il generale dei briganti

Giunti a questo punto della storia, aspettavo letteralmente al varco gli sceneggiatori, perché sarebbe arrivata la parte più imbarazzante – per il pubblico medio – della vita di Carmine Crocco: la fase del brigantaggio politico. Vale a dire, gli anni in cui il brigante si era messo al servizio dei comitati clandestini borbonici, combatteva per restaurare il Regno delle Due Sicilie e passava di paese in paese impiantando bandiere gigliate e massacrando i liberali. Invece, sorpresa: stacco temporale e il film riprende che siamo già nel 1864, quanto tutto questo è finito. C’è giusto un accenno rapido di Crocco, che ricorda a Ninco Nanco quando hanno combattuto per reintronare i Borboni. Nulla di più. Niente sulla presa di Venosa. Niente sull’avventura – interessantissima e pur raccontata con molti dettagli nel libro – del generale Borjes.

Si arriva dunque al paradosso per cui una vicenda a cui nel libro è dedicata sì e no una pagina (Crocco con i garibaldini) è sviluppata attraverso lunghe scene; mentre una parte della storia che nel libro occupa capitoli interi (Crocco combattente filoborbonico) è soltanto accennata in un dialogo e comunque non rappresentata.

Sarebbe stata una novità troppo scioccante per il pubblico italiano? Chi può saperlo. Fatto sta che, quando la narrazione riprende, quell’esperienza è ormai alle spalle e il film segue, con i consueti toni da fotoromanzo, la fine della carriera del brigante. Crocco è oramai un semplice latitante inseguito dalla giustizia e dai cattivi della storia. Issa è tornata con lui, dopo che, alla buon’ora, ha imparato a leggere e così scoperto le trame d’o malamente; il quale, come ogni cattivo che si rispetti, fa una finaccia. Morto ‘o malamente, morto il Conte Cattivo (ucciso da Crocco in persona), il nuovo ‘nfamone è il brigante Caruso, che tradendo i compagni fa da guida ai bersaglieri che gli danno la caccia. Anche questo, un episodio storico.

Alla fine, Carmine Crocco è catturato e condannato a morte, pena comminata nel carcere a vita, e in una patetica scena al rallentatore dà l’addio alla sua donna e a sua figlia prima di imbarcarsi per il bagno penale. Titoli di coda.
Un scritta precisa: la storia è liberamente ispirata agli avvenimenti storici. Eh, ce n’eravamo accorti.

Un’occasione mancata

Ne sono consapevole: ogni prodotto di fantasia si misura con il tipo di pubblico a cui progetta di rivolgersi. Conoscendo la Rai, e soprattutto Rai Fiction, non c’era da aspettarsi un capolavoro da questo sceneggiato, perché il pubblico che hanno in mente, ammesso che esista davvero, è una specie di bambinone che va salvaguardato da troppe emozioni, sennò poi la notte ha gli incubi. Sorvoliamo dunque sulla scenografia e i costumi, con le contadine meridionali una più bella dell’altra, tutte in abiti lindi e trucco agli occhi; non parliamo della recitazione, non certo da premio Oscar, né delle scene commoventi con sottofondo musicale che fanno tanto “Gli occhi del cuore 2” (e, se non sapete di cosa sto parlando, l’allusione è a Boris, la serie tv prodotta da Sky).

Sono soprattutto le scelte degli autori a lasciare perplessi. Passare un velo di silenzio su momenti essenziali della biografia di un personaggio storico, per puntare l’accento invece su sottotrame romantiche inventate di sana pianta, non ci sembra il modo migliore di divulgare la storia al grande pubblico. E non valga come scusante l’intento di accattivare, perché va bene ungere di miele l’orlo della coppa, come diceva Lucrezio, ma se poi nella coppa non c’è la medicina, che utile ne viene?

Sì, nella parte finale del film ci viene descritta la delusione dei contadini meridionali rispetto alle promesse dei fautori dell’Unità; e anche, in parte, il trasformismo della classe dirigente borbonica che si reinventa italiana dalla sera al mattino; ma è ben poca cosa, e nemmeno tanto nuova, rispetto a quello che una tale vicenda avrebbe potuto rappresentare.

Dobbiamo ammettere che parte di ciò è da imputare al libro stesso, dal momento che, come da noi a suo tempo sottolineato, Crocco medesimo, nello scrivere della propria vita, lo fa col senno di poi e nel tentativo di giustificare in parte alcune sue scelte. Ma se lì si parla di alcune reticenze, qui siamo quasi alla censura.

Non c’è, insomma, molto da fare. Ho trovato conferma in quel che suggerivo nella prefazione a “Come divenni brigante”: Carmine Crocco è una figura storica in cui ognuno, a seconda dei casi, travasa ciò che preferisce. Può essere indifferentemente rappresentato come un Robin Hood, un Innominato, un Partigiano Johnny o, in questo caso, un Renzo Tramaglino col fucile. E nessuna di queste semplificazioni riesce a rendere giustizia a una figura – e a un periodo storico – di tale complessità.

Con questa fiction si chiudono idealmente, lo si spera, le celebrazioni televisive per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Quanto ci abbia guadagnato l’arte, lo giudicheranno i critici; quanto alla divulgazione, siamo costretti a dichiarare fallimento.

post scriptum: quando vedremo finalmente un film ambientato nel XIX secolo in cui i soldati ricaricano il fucile ad avancarica prima di sparare, invece di inanellare un colpo dietro l’altro, come se fossero delle moderne armi semiautomatiche?

   
   
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