Intervista a Basilide Del Zio

di Marcello Donativi | 21 gennaio 2013 | Archiviato in Comunicazioni, Corporate Trabant

Abbiamo il piacere di intervistare Basilide Del Zio, autore de Il brigante Crocco e la sua autobiografia, recentemente ristampato dalle Edizioni Trabant.

Del Zio, innanzitutto grazie per averci concesso questo incontro. Immagino non debba essere stato facile, considerato soprattutto il fatto che lei è morto nel 1919.
Non è scritto da niuna parte che un defunto non possa rilasciare interviste.

Giusto. Partiamo da una domanda basilare: perché scrivere un nuovo libro sulla vita del brigante Carmine Crocco?
Colgo l’opportunità della presente pubblicazione, ora che il mio amico Eugenio Massa, capitano nel 57° fanteria, ha dato alla stampa il lavoro: Gli ultimi briganti della Basilicata, e del quale la prima parte, che costituisce l’autobiografia del Crocco, scritta dal bandito, è non senza pecche e non senza mendaci.

Dunque, l’impulso a scrivere le è venuto dalla lettura dell’autobiografia di Crocco, un’opera che in molti considerano un falso. Eppure, se non erro, lei è fra quelli che ritengono autentiche le memorie del brigante.
È così. Non appena il capitano Massa mi scrisse da Gaeta che intendeva pubblicare l’autobiografia del brigante Carmine Crocco, il mio primo sospetto fu quello di non ritenerne il Crocco autore. Ma come l’ho letta, ho dovuto persuadermi della verità su quanto il Massa mi scriveva.

Per quali ragioni?
La narrativa, la conoscenza esatta di persone, luoghi, paesi, campagne, e le iniziali di molti nominati, e dei quali mi è stato facile identificare la personalità e la famiglia, mi hanno convinto dover essere il lavoro esclusivamente del Crocco.

Per quanto un uomo poco colto volesse esporre ad altri tutto l’insieme dei fatti narrati, colui che dovrebbe coordinarli, dato pure che sia uomo di ingegno, non potrebbe assolutamente imprimere alla narrativa la descrizione minuta ed esatta dei fatti esposti. Potrebbe scrivere un romanzo, contornarlo di scene emozionanti, creare episodi anche tragici, ma ritrarre la descrizione di tanti minuti fatti, narrare gli eventi briganteschi, le avventure, i conflitti, gli incendi, le stragi, i ricatti, le invasioni, ecc., tutto questo può semplicemente narrarsi con quella esattezza, come nel manoscritto, da colui che fu magna pars di quelle gesta

E allora perché ha desiderato controbattere a quell’opera?
Perché Crocco mentisce in molti punti, esagera in altri, occulta quasi sempre e costantemente le sue brutalità, le sue lordure. Fa veramente pena la lettura dei primi fogli, i quali poi si possono considerare pagine da romanzo, ma non da storia. Ed egli contorna spesso di generosità la ladroneria e la giustifica, ora colla necessità dell’impresa, ora per volere della masnada; travisa molte circostanze, esagera e diminuisce le altre, snatura molti fatti, e cerca, in ispecie per quelli più brutali e feroci, contornarli di attenuanti, per apparire nel suo scritto quello che egli realmente non fu.

Ma Crocco, nelle sue memorie, desidera spiegare cosa abbia spinto un bambino a diventare un feroce bandito: la povertà, le ingiustizie subìte, la voglia di riscatto sociale.
È vero che non si nasce tale e che l’educazione avrebbe mutata la natura di quel disgraziato e perverso, ma il furto imprime un marchio che è molto ben diverso da quello di chi vendica l’onore. La cleptomania potrà essere morbosa, potrà avere delle attenuanti, ma non cessa, almeno nel codice, di essere delitto.

Cosa si ripropone, allora, con il suo libro?
Questa mia pubblicazione non ha altro scopo, se non mettere completamente sott’occhio tutto il danno causato dal Crocco, e, quantunque la narrativa delle sue gesta sia cosa vecchia e da altri molto ben fatta pria di me, pure io ho creduto raccoglierla in un unico lavoro, per maggiormente vagliare tutti i suoi racconti e le tutte sue ferocie. Ed i miei concittadini, e coloro del Melfese che avranno letta l’autobiografia del Crocco, se vorranno concedermi la benevolenza e l’onore di leggere questo mio scritto, si persuaderanno non esser vero l’asserto del Crocco a pagina 39, e cioè ch’egli « sperava sorgere a vita nuova, riacquistare quella libertà perduta per l’onore della famiglia » ecc. ecc., ed acquisteranno il convincimento che per Crocco non vi era altra bandiera se non quella del furto, sempre il furto, e non altro che il furto.

Una posizione piuttosto dura. Di questi tempi, viste le simpatie che riscuote la figura di Carmine Crocco, esiste il rischio che qualcuno se l’abbia a male.
Io mi limito ai fatti principali, ed a quelli che mi risultano da documenti scritti, da corrispondenze dei giornali dell’epoca, da persone ancora viventi, e soprattutto dai miei ricordi, che costituiscono una vera ed esatta cronistoria del brigantaggio nelle nostre contrade. Ho voluto rintracciare e rilevare i fatti più salienti del bandito, non senza presentarli con tutte quelle circostanze di tempo e di luogo che li accompagnarono. Io parlo del Crocco sotto il punto della sua delinquenza, e non nei fattori della stessa. E tutto io narro a base di documenti ricavati e rintracciati nel grande Archivio provinciale di Potenza.

Un corposo lavoro di indagine documentale, dunque, di cui – ricordiamo – riporta gli stralci più significativi nell’appendice al volume. Del Zio, la ringrazio vivamente per questo incontro e la saluto calorosamente.
Grazie a voi.

n.b. si tratta, ovviamente, di finzione; tuttavia, le parole dell’autore sono autentiche, e tratte dalla prefazione e dal primo capitolo dell’opera.

   
   
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