Intervista ad Amedeo Gaiezza

di Marcello Donativi | 2 ottobre 2008 | Archiviato in: Novità 

Amedeo Gaiezza Le Sinapsi di EvaristoAmedeo Gaiezza è l’autore de “Le Sinapsi di Evaristo”, il primo titolo della NEP – Nuova Politica Editoriale.

Prima di tutto può presentarsi brevemente?

Mi chiamo Amedeo Gaiezza, del ‘72, anni di piombo, quando nascere, mi viene raccontato, era una scommessa. Ho due figli, il terzo in arrivo, direi che non è cambiato poi molto da allora…Vivo a Cengio, cairese d’origine, ValBormida, Liguria, un Nord che per molti sta sempre a sud. Faccio il geologo e mi stupisco ancora di quanta poca pazienza abbiamo noi umani, nullità in tempo, essenza e ragione. Ma grandi superbi. E polemici. Proprio come me…

Ci parli de “Le Sinapsi di Evaristo”

Parla di introspezione. Di analisi interiore. Un uomo che lotta in un paese non troppo irreale contro i pregiudizi e i peccati omologati da un credo antico e curabili dagli sciamani nel nostro tempo: gli psicologi. Un uomo che non ha più nulla da perdere e cerca la medicina che lo epuri. È intossicato da tutte le contraddizioni e le perversioni mentali che lacerano la nostra società. E si ribella. Nel solo modo che ci viene oramai concesso. Abdicando.

Il libro è ambientato in una provincia ligure reinventata sotto un’ottica surreale. Quanto c’è di vero sotto questa maschera di fantasia?

Credo che il pattume ideologico e culturale che gli “egregi docenti” del nostro tempo ci “regalano” pietosi copra tutto il quadro provinciale italiano, sotto un’unica spessa coltre di inerzia saccente. Tutti che urlano le proprie ragioni, in comizi tronfi di vanità con proclami eclatanti per le sole proprie orecchie. La maschera di fantasia non è altro che l’ipocrisia con la quale si nega tutto ciò.

Un elemento che colpisce molto nel suo romanzo è la commistione di generi. Fra questi ha un ruolo capitale quello teatrale. Qual è il suo rapporto con il teatro?

Viscerale. Amo il teatro e tutte le espressioni d’arte immediate e imprevedibili. Come sinapsi. Perché la vita reale è un teatro di coscienza. Nient’altro. Con norme e dogmi a violentare i liberi e istintivi copioni di ciascuno. Nel teatro artistico, invece, la fantasia non ha vincoli. Amo tutto Brecht, tutto Ionesco e molti, molti altri.

Il protagonista della storia, il marchese di Scaletta, è un geologo. Autobiografia? Si può dire «Madame Bovary c’est moi»?

I luoghi sono quelli in cui vivo. Le idee e la volontà di polemica e critica che trasudano dalle pagine, spesso, sono quelle di cui vorrei avere il coraggio. Qua e là ho strappato morale, saggezza e utopia da mia moglie, mio padre, mia madre. Un’autobiografia non lo può essere mai del tutto. Almeno per me.

“Le sinapsi di Evarsito” è la sua seconda opera. Ha qualcos’altro in cantiere?

Troppo. E poco tempo. Ma molta voglia. Sto scrivendo del destino di un uomo, che per una settimana, affida il proprio essere alle vergogne omertose degli altri, realizzando per loro i segreti mai vissuti. E lo fa in polemica con il destino. Perché tanto decide sempre lui. Ma non in quella settimana… lì, lui lascia il destino agli altri… È un progetto in corso. Non ho idea se riuscirò a liberarlo dall’intricata ragnatela nel quale è stato partorito. Vedremo.



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