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Ipse Scripsit: I racconti della Kolyma

di Marcello Donativi | 27 febbraio 2010 | Archiviato in: Ipse Scripsit 

Ipse Scripsit

La sera di Natale di quell’anno eravamo seduti accanto alla stufa, i cui fianchi roventi, in occasione della festa, erano più rossi del solito. L’uomo percepisce immediatamente ogni mutamento di temperatura. Seduti dietro la stufa, ci sentivamo cogliere dal sonno, dal lirismo…
« Sarebbe bello, fratelli, tornare a casa. Può sempre succedere un miracolo… » disse il cavallante Glebov, ex professore di filosofia, noto nella nostra baracca perché il mese precedente aveva dimenticato il nome della propria moglie. « Ma veramente, sul serio ».
« A casa? » .
« Sì » .
« Te la dico io la verità » risposi. « Sarebbe meglio tornare in prigione. Non sto scherzando. Adesso non vorrei tornare dalla mia famiglia. Là non mi capirebbero mai, non potrebbero capire. Quello che a loro sembra importante, io so che è una sciocchezza. Quello che per me è importante, quel poco che mi è rimasto, loro non possono comprenderlo né sentirlo. Porterei loro solo nuovo terrore, un altro da aggiungere ai mille terrori che già riempiono la loro vita. Nessuno deve vedere, e neanche sapere, quello che ho visto io.
La prigione, invece, è un’altra cosa. È la libertà. È l’unico posto che io abbia conosciuto dove la gente, senza paura, diceva tutto quello che pensava. Dove poteva riposarsi l’anima. E anche il corpo, perché laggiù non si lavorava. Là ogni ora dell’esistenza aveva un senso » .
« Bene, hai detto la tua » disse l’ex professore di filosofia. « Questo perché durante l’istruttoria non ti hanno picchiato. Ma quelli che hanno subìto il metodo numero tre la pensano diversamente… » .
« E tu, Pëtr Ivanyč, che ne dici? » . Pëtr Ivanovič Timofeev, ex direttore del trust degli Urali, sorrise e strizzò l’occhio a Glebov.
« Tornerei a casa, da mia moglie, da Agnija Michajlovna. Comprerei del pane di segale, un’intera pagnotta! Mi cuocerei della kaša di magar, un secchio intero! Una zuppa di gnocchi: un altro secchio! E me li mangerei tutti! Per la prima volta in vita mia mi rimpinzerei a sazietà di queste cose buone, e gli avanzi li farei mangiare ad Agnija Michajlovna » .
« E tu? » Glebov si rivolse a Zvonkov, il picconiere della nostra squadra, che nella sua prima vita era stato un contadino nella regione di Jaroslavl’ o di Kostroma.
« A casa » rispose serio, senza sorridere, Zvonkov. « Ci tornerei subito e non mi staccherei di un passo da mia moglie. Dove va lei, ci vado anch’io, dov’è lei, ci sono anch’io. Solo che qui ho disimparato a lavorare: ho perso l’amore per la terra. Comunque un posto lo troverei… » .
« E tu? » la mano di Glebov toccò il ginocchio del nostro piantone.
« Come prima cosa andrei al comitato rionale del partito. Mi ricordo che là il pavimento era pieno di mozziconi – a non finire! » .
« Non scherzare… » .
« Non sto scherzando » .
All’improvviso mi resi conto che solo una persona doveva ancora rispondere. E quella persona era Volodja Dobrovol’cev. Sollevò la testa senza aspettare la domanda. La luce dei carboni ardenti che veniva dal portello aperto della stufa gli cadeva direttamente negli occhi: erano vivi e profondi.
« Io, » e la sua voce era calma e tranquilla « io vorrei essere un tronco. Un tronco umano, capite? Senza braccia, senza gambe. Allora troverei la forza di sputargli in faccia per tutto quello che ci stanno facendo… » .

Varlam Šalamov, “I Racconti della Kolyma”, trad. di Marco Binni

   
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