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Ipse Scripsit: Storia delle Due Sicilie

di Fabio Cavedagna | 15 luglio 2010 | Archiviato in: Ipse Scripsit 

Ipse Scripsit

Solendo i popoli tornar sempre agli errori medesimi, le lezioni della storia parrebbero non riuscire a niuno ammaestramento per l’umanità; nondimeno chi studia i fatti avvenuti vi trova in azione verità eterne e imperiture; perchè siccome in natura tornan le piante e gli animali stessi riprodotti dal seme primiero, così nell’ordine morale, sendo una l’indole umana, si rinnovellano l’opere ne’ tempi, benchè con altri riscontri d’eventi. Il passato è quello che avverrà. La storia insegna questo vero, quando pinge la seguenza dell’esperienze involontarie che l’uman genere va facendo ne’ secoli; laonde ella esercita sua potenza nelle opinioni contemporanee e posteriori, nelle opere governative, nelle sorti delle nazioni; dà norme di principii, di modi, di leggi; e mena le genti ver la perfezione sociale.
Pertanto chi scrive storia s’alza a giudice delle nazioni e de’ loro reggitori, se ne fa ministro di biasimo e di lode, s’erge quasi a interprete de’ santi giudizii di Dio: balda impresa che vuol magnitudine di mente e coscienza, e animo impavido e forte. Per questo i grandi narratori stan più su de’ grandi operatori; e il magno Alessandro invidiò Achille, non per Ettore ucciso, ma pel canto d’Omero. Sebbene il dire sia men del fare, pur sovente il fare nasce da circostanze e fortune che spinsero in atto il valore; laddove il dire è parto di volontà, che, innamorato del vero, lo dichiara a malgrado di tempo avverso e di vendicative passioni. Il fare è più magnifico e lucente ne’ suoi perigli; il dire è in bui perigli più gagliardo per intrinseca virtù; il fare abbisogna di speciali condizioni umane; il dire in quantunque tempo può spiegare sua forza. Senza il ratto d’Elena non saria stato Achille; ma Omero, pur non cantando l’Iliade, avria dato altro poema divino.

Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant 2009

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