La guerra di Zlarko Dizdarevic
I remainders (per chi non intendesse, le rivendite di “libri nuovi a metà prezzo”) sono il luogo destinato alle opere in pensione.
Non vendono più, sono troppe le copie che tornano in resa e i magazzini si trovano pieni di materiale in eccesso difficile da piazzare di nuovo. Se vi è mai capitato di ordinare per posta un libro poco conosciuto e vi arriva tutto spiegazzato, con la bandella di copertina strappata e qualche macchia di ditate qua e là, ecco: significa che ha già fatto troppi giri senza riuscire a essere venduto e presto o tardi sarà destinato al pensionamento.
Leggi: sbattuto brutalmente fuori catalogo e girato a un prezzo di favore ai remainders.
Diventa interessante quando un libro è stato pensionato perché non più attuale: vederlo esposto in rivendita è un buon barometro di quanto l’argomento non interessi più nessuno.
È stato così che mi sono imbattuto, l’altro giorno, in un Sellerio degli anni ’90: Zlarko Dizdarevic, Giornale di guerra – cronaca di Sarajevo assediata.
Qualcuno ricorda ancora che abbiamo avuto una guerra di brutale ferocia a due passi da casa? Ora che è venuto di moda andare a fare il bagno in Croazia, pochi a dire il vero.
Dizdarevic (40enne all’epoca) era giornalista del quotidiano bosniaco Oslobodenje, testata che continuò le pubblicazioni anche dopo l’inizio dell’assedio di Sarajevo da parte delle truppe serbe della repubblica di Karadzic. Il Giornale di guerra è un diario che va dall’aprile 1992 all’ottobre 1993, quando ancora cioè non si profilava all’orizzonte una risoluzione del conflitto e l’Europa e il mondo assistevano impotenti (come sarà loro rimproverato) a una serie di eccidi non più visti sul nostro continente almeno dal 1945.
È dunque un racconto in presa diretta, in quanto tale ancora più sconvolgente. Fa male ricordare quanto sia successo dall’altra parte dell’Adriatico appena quindici anni fa: leggiamo di gente senza beni di prima necessità, razionamenti, mancanza di luce, acqua, gas, palazzi storici devastati. E soprattutto di quello che sarà preso come il simbolo del male in quegli anni: gli sniper, i cecchini appostati sui colli attorno a Sarajevo, con l’unico compito di sparare indifferentemente su chiunque fosse a tiro in città, uomini, donne, bambini, anziani, gente in fila al mercato, ambulanze, vigili del fuoco. Dizdarevic ci racconta come fosse divenuta quotidianità quasi banale sapere di gente uccisa mentre si recava al lavoro o bambini mutilati da proiettili esplosivi. Con ironia tutta balcanica, afferma che era divenuto tutto molto più facile per chi volesse suicidarsi: bastava restare fermi in mezzo a una piazza.
Fa una strana sensazione leggere questo libro, soprattutto alla luce del cosiddetto senno di poi. Appartiene a un’epoca in cui la comunità internazionale restava impotente e i caschi blu erano divenuti il simbolo del vile che assiste impassibile a ogni tipo di atrocità; il periodo in cui la sinistra invocava un intervento che ponesse fine al conflitto e accusava la Nato di essere indifferente per mancanza di interessi economici (salvo, poi, condannare l’intervento del ’99 spiegandolo alla luce di sopravvenuti interessi). Oggi che quasi si rivaluta il ruolo dei Serbi e qualcuno, nel post-11 settembre, si spinge persino a dipingerli come lungimiranti difensori dell’Europa contro l’avanzata islamica, ecco, dare una lettura a una testimonianza del genere può risultare molto utile.
Zlarko Dizdarevic, Giornale di guerra – cronaca di Sarajevo assediata, Sellerio Editore, lire 12.000. Lo trovate in tutte le librerie?
Non più. Purtroppo.










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