Le Edizioni Trabant fra print-on-demand e open source

di Fabio Cavedagna | 16 novembre 2009 | Archiviato in Comunicazioni, Corporate Trabant

Open source. Print on demand. A quanto pare queste terminologie anglofone inducono molta confusione in chi ci visita e la cosa porta a un fraintendimento su cosa siamo e cosa offriamo. Urge quindi un chiarimento che vada a integrare le pagine del Chi Siamo e delle FAQ.

Le Edizioni Trabant e il print on demand

Le Edizioni Trabant sono una casa editrice. Punto. Cerca, sceglie, vaglia e pubblica contenuti come qualsiasi altra casa editrice. Per la stampa e la distribuzione delle proprie opere però, utilizza il sistema del print on demand, la stampa su richiesta: il singolo volume viene stampato solo ed esclusivamente qualora vi sia una richiesta da parte del cliente. Si affida al print on demand, non è una tipografia che offre un servizio di stampa digitale su richiesta. È una differenza notevole che è bene rimarcare. Purtroppo girovagando nel web ci si imbatte spesso in questo equivoco: vengono definiti “editori print on demand” tutti quelli che offrono questo servizio. Ma non sono editori: sono tipografi.

Non siamo quindi una tipografia, siamo una casa editrice che ha scelto come modello di stampa quello del print on demand. Per il resto ci comportiamo esattamente come qualsiasi altra casa editrice, nè più nè meno. Sul perchè di questa scelta, sui suoi vantaggi e svantaggi ne parliamo più in basso.

Open source che?…

Sin da quando siamo nati, nell’autunno del 2007, ed eravano un semplice gruppo informale con la dicitura di Casa Editrice Virtuale, setacciamo le bilbioteche alla ricerca di testi dimenticati o non più ristampati, li digitaliziamo, li impaginiamo e offriamo la libera fruizione degli stessi. Libera, free, gratis.

L’uso attuale del termine open source è mutuato dal mondo informatico: con open source si intende un software i cui realizzatori ne permettono sia la libera diffusione che la modifica nonchè la possibilità di redistribuirlo. Chiaramente nel nostro caso Open Source è una forzatura giacchè permettiano solo la diffusione gratuita e la redistriubuzione secondo apposite licenze d’uso.

Il termine più corretto sarebbe open content, ma con open source cerchiamo di strizzare l’occhio a un modo di porsi, a un filosofia che sentiamo affine: recuperare vecchi testi dalle bilbioteche, dotarli di apparati critici e proporli gratuitamente in formato pdf che ognuno può redistriubire: lo facevamo da gruppo informale e continuiamo a farlo ora. Solo che adesso, alla libera fruizione abbiamo affiancato la vendita delle versione cartacee. Affiancato, non sostituito: delle opere di interesse storico-culturale diamo sempre la possbilità di fruirne in modo gratuito.

Ricapitolando, le Edizioni Trabant sono una casa editrice, non un servizio di stampa digitale per conto terzi. E open source si riferisce alla possibilità di fruire gratuitamente delle opere.

Il perchè del print on demand

La scelta di utilizzare il print on demand nasce sia da una precisa volontà che da un’esigenza. Non scopriamo di certo l’umidità nei pozzi sottolineando quanto il mercato editoriale italiano viva ormai da decenni una grossa crisi. Oltre a discorsi più ampi che abbiamo già sviscerato, questa crisi comporta l’emergere di un canone che ricopre sempre più importanza al momento di pubblicare un libro: la sua commerciabilità. È un discorso freddo, da impresa, ma una casa editrice è un’azienda, con conti da pagare e una redazione a cui dare uno stipendio: avere a che fare con prodotti culturali non esime dal pagare le tasse e l’affitto. Niente romanticismi e visioni idealizzate: il commercialista è sempre lì ad aspettare.

Banalizzando, quindi, pubblicare un libro comporta un investimento che, detto in soldoni, comprende la stampa di un tot numero di copie e la loro distribuzione: qui ci si potrebbe soffermare sulle difficoltà per una nuova realtà editoriale di avere una distribuzione come si deve e sulle famigerate “richieste di contributi agli autori” (pratica che noi NON facciamo), ma non è questo il momento.

Un investimento, dunque. Un investimento a cui deve far seguito un rientro tale da coprire le spese, pagare i conti e dare qualche soldino all’editore visto che al pari di un panettiere o di un idraulico non lavora per la gloria. L’adozione del print on demand riduce drasticamente questo investimento, riduce il rischio di impresa.

Riteniamo che questo modo di fare possa portare dei vantaggi che arrivino a  comprendere tutte e tre le parti in gioco: lo scrittore, la casa editrice e infine la componente più importante e forse la più bistrattata: il lettore.

Questo modello offre un grande e impagabile vantaggio: la libertà di pubblicazione. Permette di poter pubblicare opere di qualità senza la preoccupazione che il  numero di copie vendute sia sufficiente a coprire le spese. Questo è innanzitutto un vantaggio per lo scrittore che può così vedere pubblicato il proprio lavoro, magari di qualità ma di non ampio impatto commerciale. Ed è un vantaggio per la casa editrice che può lavorare in totale  libertà, pubblicare ciò che vuole e, cosa da non sottovalutare, permette la sua sopravvivenza.

Infine, sempre per quella promessa che una casa editrice fa, è un beneficio anche e soprattutto per il lettore che avrà la sicurezza di avere fra le mani un’opera che è stata pubblicata in quanto davvero meritevole e non perchè risponde a esigenze di mercato. A questo va aggiunto anche un altro indubbio vantaggio: l’opera non andrà mai fuori catalogo.

Dato che a noi piace la trasparenza e non amiamo nasconderci dietro un dito, siamo consci anche degli svantaggi di questo modo di fare, e sicuramente le modalità di vendita sono fra questi. La vendita avviene via web presso Lulu.com le librerie online come Ibs, Deastore e Libreriuniveristaria: questo può rivelarsi un ostacolo soprattutto in un paese come l’Italia dove sussistono ancora molte remore per quanto riguarda gli acquisti via internet – benchè ultimamente le cose stiano nettamente migliorando anche da noi. È probabilmente il lato debole del progetto, ma non è detto che in futuro i nostri libri non possano trovarsi anche nelle librerie: siamo agli inizi, ci sia concesso un po’ di tempo.

   
   
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