Manoscritti inediti: non ci siamo
Negli ultimi tempi, tra mille impegni, abbiamo finalmente trovato il tempo da dedicare alla lettura e valutazione dei numerosi manoscritti inviatici dai lettori. In questi giorni stiamo pian piano rispondendo loro, con la consueta provocazione-Trabant: in caso di rifiuto, una motivazione dettagliata verrà inviata soltanto a chi ne farà esplicita richiesta.
Perché soprattutto di rifiuti si tratta. Possiamo infatti sbilanciarci in un giudizio complessivo: ragazzi, non ci siamo proprio.
Una questione di stile
Cerchiamo di affrontare per sommi capi cosa c’è che non va nei manoscritti inediti che abbiamo ricevuto. Naturalmente, senza fare riferimenti espliciti a tizio e caio, perché quella è una questione personale tra noi e gli autori.
Ciò che balza subito all’attenzione è lo stile di scrittura inadeguato. Non stiamo parlando di correttezza o meno dell’italiano dal punto di vista grammaticale: di errori sotto quell’aspetto ce ne sono fortunatamente pochi.
Ma per “scrivere bene” non è sufficiente utilizzare un italiano corretto, soprattutto se parliamo di narrativa. Ci vuole innanzitutto senso del ritmo. Questa è invece una carenza che troviamo nella maggior parte degli aspiranti autori. I periodi sono spesso eccessivamente lunghi, a volte ingarbugliati. Si nota una cattiva gestione della punteggiatura, ad esempio con troppe virgole laddove sarebbe meglio mettere un punto e iniziare un nuovo periodo. Notiamo nel complesso scarsa attenzione alla musicalità della frase.
Ma c’è di più: nella maggior parte dei casi la scrittura appare decisamente priva di personalità. Qui rischiamo di entrare nel campo della metafisica, visto che è impossibile definire oggettivamente il livello di personalità di un testo; però è molto facile accorgersi quando la personalità manca. Per fare una metafora musicale, è come ascoltare un cantante che interpreta la canzone come se stesse pensando ad altro. Vi piacerebbe?
Rispondo io per voi: no. Un bravo cantante è soprattutto un interprete dalla voce chiaramente riconoscibile, che è la sua e quella di nessun altro. Ed è questo che lo distingue da un amatore che si diletta al karaoke. Parlando di scrittura, chiaramente non è facile arrivare ad avere un proprio stile e ci vogliono forse anni di esercizio; ma questa non è una buona scusa per non provarci. Anche perché stiamo parlando di scrivere un romanzo, non una lettera al proprio commercialista.
Un fenomeno che abbiamo osservato come prevalente nelle scrittrici è una certa tendenza all’ampollosità. C’è spesso un eccesso di metafore, similitudini, una tendenza a ricercare ogni tre righe l’aforisma sulla vita. Il consiglio è di andarci piano: queste son cose che vanno dosate bene, perché il rischio noia è in agguato. E’ come una nuvola che vaga candida nel cielo e sembra leggera e pura; però quando alla nuvola se ne aggiunge un’altra, e poi un’altra ancora, e poi tante altre nuvole, diventano grige e pesanti e… dite la verità, state già iniziando a sbadigliare, vero? Ecco, intendevo proprio questo. Certe cose lasciamole a Omero.
La struttura della storia
Una struttura equilibrata è il primo requisito di una buona opera di narrativa. Chiunque scrive dovrebbe avere in mente sin dall’inizio almeno a grandi linee lo sviluppo della storia, in modo da distribuire in modo armonioso tutte le parti dell’intreccio e soprattutto gestire il peso di ciascun personaggio.
Quello che abbiamo notato, invece, nei manoscritti letti è un certo senso di improvvisazione. C’è l’impressione insomma che l’autore abbia iniziato a scrivere senza avere un’idea precisa della trama, e l’abbia costruita man mano che andava avanti. Questo naturalmente non vale per tutti i casi, ma è abbastanza frequente. Le conseguenze sono forti squilibri che difficilmente sfuggiranno a un lettore: personaggi che di colpo “scompaiono” senza ragione, salvo poi ricomparire in modo altrettanto casuale dopo troppe pagine; digressioni inutili, a volte più lunghe di parti che hanno maggiore importanza; dettagli essenziali sulla biografia dei protagonisti che vengono introdotti troppo tardi e soltanto in funzione di un determinato avvenimento.
Invece l’equilibrio è tutto. Se – poniamo – il protagonista ha moglie e figli, io lettore non devo aspettare 50 pagine per saperlo, soprattutto se questa moglie e figli sono destinati ad avere un ruolo nella vicenda. Se il protagonista porta dentro di sé il trauma di un avvenimento tragico del passato, sarebbe meglio informarcene molto prima dell’evento risolutore.
E così con i personaggi. Se non hanno una precisa collocazione, è meglio tagliarli via. “Pochi personaggi, ma tutti attori” diceva Alfieri. Naturalmente, se il protagonista va a comprare le sigarette e parla col tabaccaio, è logico che debba metterci un tabaccaio e ci sta che magari non compaia più nella storia. Ma se il protagonista ha una fidanzata, uno zio, un amico, della gente insomma con cui si suppone che abbia un rapporto costante e quasi quotidiano, allora è meglio non parlarne affatto, se questi personaggi non hanno una loro funzione nella vicenda. I lettori sono persone smaliziate e di queste cose si accorgono facilmente.
L’ultima nota dolente: la trama
Ed eccoci all’aspetto a cui a volte gli aspiranti autori danno maggiore importanza: la trama. Qui i casi sono davvero i più disparati e diventa difficile trarre delle conclusioni generali. Qualche nota però la si può trarre.
Un aspetto che balza spesso agli occhi è lo scarso realismo delle ambientazioni. Si ha cioè l’impressione che l’autore parli di ambienti umani e lavorativi che non conosce di prima mano. Colpa della televisione e del cinema? Probabile. Dopo aver visto decine di film magari possiamo ingenuamente credere di sapere come funzionano le cose in una stazione di polizia; ma è davvero così? Attenzione, perché se – ad esempio – i romanzi di Carofiglio funzionano, è perché l’autore è un magistrato e sa ciò di cui parla. A volte sarebbe meglio affrontare temi magari più banali, ma più vicini a noi.
Più grave è quando – fortunatamente meno spesso – l’autore si impiglia a narrare una vicenda ambientata nel passato senza un’adeguata documentazione storica. In questo caso gli errori si fanno davvero grossolani e soprattutto denotano una mancanza di attenzione difficile da perdonare.
C’è il rovescio della medaglia, però. A volte chi invece scrive con tutta evidenza di vicende a sé vicine, scade presto nel tono diaristico. Ora, intendiamoci: scrivere di narrativa è una cosa, tenere un diario è un’altra. Annotare per sé le proprie emozioni può avere ottimi risultati da un punto di vista catartico, ma non è detto che necessariamente interessi qualcun altro. Questo non vuol dire che non si debba scrivere in prima persona, o ispirarsi a sé per l’io narrante. Ma vale il consiglio di prima: imparare a dosare bene gli ingredienti. Non è necessario informarci della propri a opinione su qualunque minimo aspetto della vita. Oltretutto si rischia di arrivare a quell’eccesso di aforismi di cui abbiamo parlato.
In conclusione
Cercando di tirare delle somme, possiamo dire che al giorno d’oggi molta gente ha la passione della scrittura, e questo è senz’altro un bene. Ma spesso sembra che ci si dedichi senza il dovuto impegno.
Impegno che deve concretizzarsi essenzialmente in poche operazioni. Primo, leggere. Secondo, leggere ancora di più. E farlo con occhio critico, cercando di analizzare come gli altri hanno impostato le proprie opere e di imparare il più possibile. Ciò che stupisce maggiormente di molti aspiranti autori è il fatto che sembrano non rendersi conto dell’abissale distanza che separa le loro produzioni da quelle che arrivano normalmente in libreria.
E qui arriviamo al punto terzo: rileggere all’infinito i propri scritti. Essere i maggiori critici di sé stessi, fregandosene degli eventuali pareri positivi di amici e parenti. A volte riceviamo testi pieni di errori di battitura: è come presentarsi a un colloquio di lavoro in pigiama. Pensereste mai di essere assunti?
Infine: progettare sempre tutto. Non scrivere “tanto per fare”, ma sapere esattamente cosa si sta facendo e perché. Purtroppo al giorno d’oggi ci hanno convinti (e internet ha le sue responsabilità) che tutti possiamo improvvisarci in qualunque mestiere intellettuale: che da un giorno all’altro e senza sforzi possiamo diventare tutti giornalisti, tutti scrittori, tutti opinionisti. Non è così.
E’ l’impegno ciò che davvero fa la differenza.
So di essere stato forse severo, e me ne scuso. Con questo mi rivolgo agli autori a cui stiamo inviando una risposta in questi giorni: se vorrete, manderemo una mail privata con spiegazioni più dettagliate sulla singola opera. Vi avverto: probabilmente sarà più severa di questo articolo. Tuttavia resto convinto che sia necessario.


23 novembre 2010
questo è un post interessante che aiuta un autore a diventare scrittore. Grazie, ho fatto tesoro delle vs indicazioni