Non è successo niente

- Ho trovato la donna della mia vita
- Bene. Adesso non ti resta che trovare la vita e sei a posto.
Certe volte il modo in cui vieni a conoscenza di un libro racconta molto della sua storia.
Ricordo di aver comprato Non è successo niente con lo sconto del 50% appena un anno dopo la sua uscita: un segno chiarissimo del suo insuccesso commerciale.
Eppure all’epoca (siamo del 1997) l’autore aveva puntato molto su quest’opera e la Mondadori era talmente fiduciosa da stamparne una tiratura importante. Ma con grande sorpresa non ha venduto granché. A dispetto del fatto che sia uno dei migliori romanzi pubblicati in Italia negli ultimi dieci anni.
Tiziano Sclavi è una di quelle personalità che per la metà della gente non ha alcun bisogno di presentazione, mentre per l’altra è un perfetto sconosciuto. La sua fama di nicchia è legata all’essere stato il creatore della serie horror a fumetti di Dylan Dog, uno dei principali fenomeni di costume dell’Italia anni ‘90. Comunque lo si voglia giudicare, un tentativo, finché è durato il suo momento di gloria, di coniugare la vendibilità di un fumetto con una certa vena letteraria. All’epoca il successo travolgente del fumetto aveva portato di colpo alla ribalta la figura di quest’uomo schivo e riservato, noto più per la volontà di non apparire in pubblico che per presenzialismo: a lungo non è circolata neanche una sua fotografia, e il suo aspetto si conosceva unicamente in un paio di caricature. In più circolavano voci tragiche sul suo passato, compresa quella che fosse un ex alcolista (come, d’altra parte, il suo personaggio).
Quando questo romanzo è stato scritto, il nome di Sclavi significava ancora “Dylan Dog” e su questo puntavano le speranze di vendita della Mondadori. Almeno ufficialmente era un uomo di successo: le tirature da record del fumetto e lo sterminato merchandasing portavano guadagni mai visti a lui e al suo editore, i suoi romanzi precedenti venivano ristampati e da un paio di questi venivano tratti dei film (Nero con Sergio Castellito e Dellamorte Dellamore con Rupert Everett).
Tuttavia, proprio nel culmine del successo Sclavi era stato colto da una crisi esistenziale che lo aveva portato ad abbandonare la sua creatura ad altri autori (peraltro compromettendone definitivamente la qualità) e a ritirarsi a vita privata. Così quando nel 1997 ha visto la luce Non è successo niente, il romanzo è stato annunciato come un’opera di ispirazione autobiografica che avrebbe fatto luce sul suo passato remoto e recente. Questo spiega anche il forte legame dell’autore con il suo libro, e la conseguente delusione per il mancato successo: da allora Sclavi, per sua stessa ammissione, non ha più scritto una riga per anni.
Il romanzo è la continuazione de Le etichette delle camicie, pubblicato qualche anno prima per la Giunti e passato quasi del tutto inosservato. I personaggi sono gli stessi e la vicenda riprende da dove quella era terminata. Ad ogni modo Non è successo niente si può tranquillamente prendere come un’opera a sé, senza per forza aver letto la precedente (comunque ve la consiglio, se riuscite a trovarla): è più ampio e fornisce molti più dettagli sul passato dei protagonisti.
Il titolo si spiega con una spiritosaggine resa esplicita nell’illustrazione di copertina: la prima pagina di un quotidiano con un titolo a nove colonne “Non è successo niente” e sotto nessun articolo. Legato, questo, alla volontà di Sclavi di narrare una storia apparentemente di basso profilo, fatta di vita vissuta più che dell’horror truculento a cui il suo nome è generalmente legato. Come dice uno dei protagonisti in una delle prime pagine: «ormai non ha più senso [...] adesso ormai sono tutti “eccessivi”… ciberpunk, ciberpulp, cibercazz… Forse per essere davvero eccessivi bisogna fare un bel romanzo che poi alla fine i due si sposano…».
Lo spunto autobiografico è tanto evidente che non varrebbe neanche la pena di spiegarlo. Accanto a vari personaggi secondari, i protagonisti sono due alter-ego dell’autore, che vivono una vicenda parallela senza peraltro incontrarsi mai, se non una volta e per telefono. Due uomini che raffigurano, probabilmente con un certo mescolamento delle carte, due diversi momenti della sua vita.
Uno è Cohan, scrittore arrivato da poco al successo; un successo insperato e seguìto ad anni di miseria. Malato di depressione sin dalla più tenera età, perennemente in psicoterapia, ha finalmente trovato l’amore, con Lucia, ragazza più giovane e se possibile ancora più depressa di lui. I due danno vita a una coppia singolare, scambiandosi spesso e volentieri fobie e crisi d’ansia, il tutto nel disperato tentativo di sorreggersi a vicenda sulla via della guarigione.
Il secondo protagonista è Tommaso Carta, autore di Daryl Zed, «il fumetto che vende di più in Italia dopo Dylan Dog». Anche per lui il successo è arrivato all’improvviso dopo anni di anonimato, e questo anziché giovargli lo ha pian piano precipitato nel baratro della depressione. Incapace di continuare, ha deciso di prendersi un anno sabbatico, lasciando il fumetto ad altri autori. Ma nonostante le buone intenzioni, tutto quello a cui arriva è semplicemente l’aggravarsi del malessere: passa le giornate disteso sul divano a bere, scivolando lentamente nell’alcolismo e sfogando il suo dolore in gesti di autolesionismo.
Accanto a loro, un universo di amici tutti a loro modo particolari. Soprattutto è la schiera che ruota attorno alla redazione di Daryl Zed a movimentare la scena: Cesare, Mauro, Renato il logorroico, chi più chi meno afflitto da manie e fissazioni. E sullo sfondo una Milano claustrofobica, un posto dove la gente esasperata dal traffico arriva alle mani per un nonnulla.
Ma questa è, in fondo, una storia di speranza: quello che racconta è la lenta risalita dei protagonisti verso la normalità. Una speranza, comunque, non banale né rassicurante: tutt’altro che il buonismo si muove in queste pagine.
Di Non è successo niente lo stesso Sclavi ha detto qualche anno fa: «Ci ho messo dentro tutto me stesso, compresa una dieta da tre bottiglie di whisky al giorno». È vero. Il legame dell’autore con il tema trattato è quasi palpabile, ed è questo che rende grande questo libro, nonostante la disorganicità che qualcuno potrebbe trovarvi. In effetti è un romanzo-fiume, di quelli in cui l’autore ha riversato tutto di tutto di più, dalla sua autobiografia alle sue più piccole riflessioni sul mondo, aprendo e chiudendo mille parentesi, a volte non chiudendole. Ma un difetto del genere (ammesso che lo sia) passa del tutto in secondo piano rispetto all’enorme valore emotivo della storia. Anche se con il filtro di personaggi autobiografici, siamo di fronte a un uomo che si racconta senza pudori, facendoci partecipi del baratro in cui ha vissuto e in cui in parte vive tuttora. E lo fa senza essere patetico, anzi disseminando ovunque il senso dell’umorismo surreale che già era famoso nei suoi fumetti. Raccontata come abbiamo fatto noi, questa vicenda potrebbe sembrare un po’ angosciosa; invece per molti aspetti è un campionario inesauribile di battute, situazioni surreali e a loro modo divertenti, anche – a detta di qualcuno – in modo eccessivo (in certe scene i personaggi sembrano quasi sfidarsi a colpi di spiritosaggini: «- Ho trovato la donna della mia vita, – Bene, adesso ti basta trovare la vita e sei a posto»). Il risultato è toccante. Soltanto i migliori sono in grado di fare ridere e piangere nello stesso tempo. Ma soprattutto è un romanzo sincero. Niente sovrastrutture mentali, nessuna posa, hai la sensazione di non essere preso in giro in nessuna pagina. Di quei romanzi che alla fine ti sembra di conoscere l’autore da anni, e ne parli come un vecchio amico.
Come dicevamo, dopo questo romanzo Tiziano Sclavi si è eclissato per diversi anni. In un’intervista al Corriere della Sera ha ammesso di essere stato prostrato psicologicamente dal fallimento di pubblico e critica; o forse, come ha dichiarato in altra occasione, semplicemente non gli è più “successo niente” che fosse degno di essere raccontato. Soltanto nel 2006 è tornato sulla scena con un nuovo romanzo: Il tornado di Valle Scuropasso. Ma di questo parleremo un’altra volta…










Un ottimo romanzo… forse troppo sincero, nel senso che è molto “quotidiano”, e come la quotidianità, si apprezza solo nelle sfumature… Ma le sfumature non son per tutti i palati… E’ questa, in parte, la causa principale dell’insuccesso del romanzo…