Riflessioni sull’editoria
Uno dei più interessanti fenomeni generati dalla Rete è quello di aver portato allo scoperto una forma di diffuso malessere nei confronti dell’editoria italiana, un disagio che probabilmente prima faticava a rendersi visibile.
Navigando, è molto facile imbattersi in articoli in cui alcuni lettori si lamentano delle linee editoriali delle principali aziende italiane e della qualità dei testi selezionati, soprattutto per quello che attiene la narrativa.
Sarebbe facile attribuire questo genere di critiche alla frustrazione di aspiranti autori che non sono riusciti a trovare spazio. C’è una parte di verità, ma sarebbe riduttivo.
Riassumendo, le accuse che più spesso vengono rivolte alle case editrici sono le seguenti: non danno sufficiente attenzione agli autori emergenti; hanno come unico scopo il guadagno economico; sono appiattite su un conformismo che lascia spazio soltanto ai generi letterari più popolari; producono in serie libri tutti uguali e dal basso livello letterario; badano di più alla popolarità già consolidata dell’autore che alla qualità del testo. Corollario di tutto è una pesante accusa di “mancare di coraggio”: coraggio, si intende, di puntare su iniziative dal non sicuro successo commerciale.
Personalmente mi sono prestato anch’io, in passato, a questo giochetto, quando esprimevo tutto il mio disagio nell’entrare in libreria e osservare i titoli sullo scaffale.
Ma oggi vorrei cercare di analizzare il fenomeno a freddo. Invece di piagnucolare, sarebbe molto meglio cercare di capire cosa accade e perché.
La mia impressione è che in molti casi ci sia una distanza enorme tra il punto di vista dei produttori e quello dei fruitori della letteratura.
Mentre il mondo editoriale, per la sua stessa sopravvivenza, si è evoluto adeguandosi alla società contemporanea, il pubblico dei lettori è invece spesso ancorato a una visione antiquata della scrittura, dell’arte e della pubblicazione. Detto in parole più semplici: l’editore pensa a ciò che libro, autore, romanzo significano al giorno d’oggi, mentre spesso il lettore intende quello che significavano ai tempi di Manzoni, Leopardi e compagnia bella.
Badate bene che con questo non voglio dare giudizi di valore. Se parlo di “evoluzione” intendo semplicemente il cambiamento, né intendo condannare la nostalgia del bel tempo andato. Vorrei riuscire ad astrarmi, per una volta, dalle contrapposizioni “moderno=buono/antico=cattivo” e viceversa.
Di chi è la responsabilità? Della scuola? E’ probabile, visto che i programmi ministeriali, almeno fino ai miei tempi, faticavano ad arrivare agli anni ’40 del XX secolo. Specialmente chi ha compiuto studi umanistici, viene imbottito di ottocento e non si accorge che fuori dalla finestra il mondo è diventato tutt’altra cosa.
Bisogna considerare in primo luogo l’alfabetizzazione di massa. Noi ci lamentiamo che in Italia si legge poco, e questo è senz’altro vero se si fa il paragone con molti paesi stranieri; però è un fatto che in Italia si legge molto di più che in passato. Nel corso del ’900 l’affermarsi dell’istruzione pubblica ha notevolmente allargato il pubblico dei lettori. Secondo le statistiche, la maggior parte di questi compra appena un libro l’anno: ma rendiamoci conto che questo dato apparentemente sconfortante è già un progresso notevole rispetto a un passato in cui l’alfabeto era conosciuto da appena il 2% della popolazione.
Questo ha rappresentato un mutamento copernicano della società, cambiando la diffusione e la natura stessa dell’oggetto-libro. Di natura fisica innanzitutto: da oggetto costoso e destinato a pochi, quindi spesso di grandi dimensioni, fatto di materiali ricercati, illustrato, il libro è diventato un prodotto di massa: più spesso leggero, meno buono qualitativamente e soprattutto più economico.
Ma il cambiamento ha riguardato anche i contenuti. Ed era inevitabile che fosse così: se il libro diventa un prodotto di massa, è consequenziale che diventi più accessibile, più semplice, anche più breve. E non prendete questa per un’affermazione snobistica. Non è che le “masse” siano più stupide: è che semplicemente non hanno tempo. Fino al XIX secolo, quelli che leggevano erano una ristretta casta di privilegiati, il più delle volte nobili, liberi dall’assillo del lavoro e con tanto ma tanto tempo da dedicare alla cultura. Ma se a leggere è l’operaio, l’impiegato, il precario che passa un terzo della sua esistenza a confrontarsi con problemi concreti e assillanti, pretendere che spenda il tempo libero speculando sulle monadi e le categorie dello spirito sarebbe puro sadismo.
Come mi disse il direttore editoriale di una casa editrice peraltro abbastanza famosa, “io quando la sera torno a casa stanco morto dopo un giorno di lavoro, prima di dormire mi metto a leggere Camilleri, mica Gadda…”.
E’ vero: un tempo si pubblicavano Manzoni, Leopardi, De Roberto; oggi tanta letteratura “di genere” e moltissimi libri-spazzatura (perché non venitemi a dire che non lo sono operazioni come gli aforismi di Taricone…). Ma Manzoni non era un best-seller. I Promessi Sposi se li pubblicò a sue spese e per poco non si riduceva sul lastrico. Testimoni raccontano di come tentasse penosamente di rifilare le copie invendute agli amici che lo venivano a trovare. Se dovessimo scorrere le tirature del tempo (termine già di per sé anacronistico), risulterebbero ridicole. Se riusciva a far parlare di sé non era soltanto per le qualità letterarie, di cui non discuto, ma anche perché apparteneva a una ristrettissima cerchia di intellettuali che, in quanto così pochi, si conoscevano praticamente tutti. Non esisteva al tempo un’industria editoriale; non aveva bisogno di arrivare alle masse; sennò ti saluto.
D’altra parte, volendo continuare questo giochetto manicheo di distinguere tra letteratura “alta” e “bassa”, uno degli aspetti più interessanti della seconda metà del ’900 è stato proprio l’abbattimento degli steccati tra i due generi. Oggi molta letteratura che, per così dire, si pone obiettivi più profondi del puro intrattenimento, spesso si riveste di forme mutuate dall’arte popolare. E non è detto che sia un male: già Lucrezio, in tempi non sospetti, suggeriva di cospargere di miele il bordo della coppa, così da rendere meno amara la medicina. Oggi la letteratura si rivolge a un pubblico più ampio: è normale che adegui il suo stile, più spesso per eccesso – è vero – e senza dubbio a scapito delle opere più complesse e sperimentali.
C’è poi il rovescio della medaglia: molta più gente al giorno d’oggi scrive. Questo è un fenomeno assolutamente inedito nella storia della civiltà. Fino a cento anni fa non sarebbe mai venuto in mente a così tanta gente di scrivere un romanzo, una poesia, un articolo, né di aspirare alla carriera di “scrittore”.
Ed è senz’altro un bene, se preso in sé: non sarò certo io a ironizzarci su, come fanno certi snob convinti che debba essere una prerogativa per pochi.
Il problema però è che ciò provoca un cortocircuito tra la domanda e l’offerta. Troppa è la differenza numerica tra le opere in cerca di pubblicazione e quelle che effettivamente possono essere pubblicate, e questo anche a prescindere dalla qualità letteraria.
Questo ha fatto nascere un fenomeno inedito, degno di essere studiato dal punto di vista sociologico: la frustrazione dell’aspirante scrittore rifiutato. Ma ci vorrebbe un articolo apposito solo su questo argomento…
Che fare, allora?
Piangere non serve a nulla. Per quanto le critiche e le accuse al mondo editoriale possano trovare una giustificazione (e anche a me ne vengono parecchie), non penso possa aiutare a trovare una soluzione.
Quello che ci dobbiamo chiedere è quanto questo sistema attuale sia ancora in grado di soddisfare le esigenze di una pur grande fetta di pubblico di lettori “forti” e spesso a loro volta autori. Se cioè sia ancora il caso di insistere su questa organizzazione, questa distribuzione, questa promozione.
Fenomeni come il print on demand, di cui abbiamo già parlato, offrono interessanti spunti di riflessione, anche se presentano secondo me diversi limiti. Ma sono già un segnale che la società non ha smesso di cambiare, e con essa forse cambierà ulteriormente anche l’editoria.


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