Ne rimarrà uno solo

di Marcello Donativi
prefazione a L’UMANITÀ DELL’AVVENIRE, Enrico Morselli

Diciamolo subito, così da sgomberare il campo da ogni equivoco: delle tesi espresse nel presente libro non condividiamo una sola virgola. Ma è proprio questo il motivo per cui lo diffondiamo. A volte leggere un libro razzista può rivelarsi un antidoto contro il razzismo molto più efficace di mille paternali retoriche.

Sarebbe molto comodo se il confine tra ciò che chiamiamo bene e male fosse così netto come spesso si tende a rappresentare; e se le tragedie della storia fossero state sempre compiute o ispirate da gente consapevole del dolore che stava infliggendo. Ma forse dovremmo un giorno arrenderci all’idea che non esiste il male assoluto: esistono invece gli uomini, con le loro illusioni, il loro continuo tentativo di dare una sistemata definitiva alla conoscenza, e una buona dose di imperdonabile incoscienza per le conseguenze delle proprie parole. Tutto il resto sono solo astuti alibi.

Questo per sottolineare come il presente libro possa apparire non solo sciocco ma anche intollerabile ai nostri occhi di moderni (o almeno, ci auguriamo che sortisca un simile effetto); eppure fu scritto con le migliori intenzioni scientifiche, e senza un briciolo di odio: razzismo senza odio razziale.

“Un asino”: su Enrico Morselli pesa questo impietoso giudizio di Sigmund Freud. Fu però formulato in base a una controversia sulla psicoanalisi, e quindi motivato da gelosie fra studiosi. Nessuno, all’epoca, si sognò mai di bollarlo in questo modo per le sue teorie antropologiche, e il motivo è semplice: in quell’Europa di fine ‘800 pochi si sarebbero scandalizzati a sentire pronunciare espressioni come “razza inferiore”.

Morselli, tra l’altro, non era affatto un asino. Ancora oggi è ritenuto una figura fra le maggiori della scienza medica italiana, e anche un benemerito. Originario di Modena, laureato in medicina nel 1874, si era dedicato principalmente alla scienza psichiatrica, e in quest’ambito viene principalmente ricordato. Fu direttore degli ospedali psichiatrici di Macerata e Torino, e in quelle occasioni si impegnò a fondo – non senza andare incontro a resistenze – nella riforma di tali istituti: cercava di migliorare il trattamento dei pazienti, aboliva pratiche coercitive come catene e gabbie, perseguitava implacabilmente i membri del personale (purtroppo numerosi) che si macchiavano di abusi sugli ospiti. A leggere questo tipo di note biografiche, emerge dunque la figura di un brav’uomo, spesso ostacolato dai superiori per il suo eccesso di umanità.

A quanto pare fu proprio a causa di discordie di questo tipo che si ritirò dalla direzione dei manicomi per dedicarsi alla didattica universitaria: nel 1891 divenne ordinario di Psichiatria a Genova, nel cui ateneo soleva tenere anche corsi liberi sulle altre discipline di cui era studioso appassionato.
Fra queste, figurava l’antropologia.

E qui arriviamo alla nota dolente. Quella che presentiamo come un’opera a sé costituiva originariamente il capitolo finale di un voluminoso trattato di antropologia pubblicato a Genova nel 1911. Il trattato, a sua volta, era la raccolta delle dispense universitarie relative ai corsi tenuti da Morselli nell’ultimo decennio del XIX secolo: “L’umanità dell’avvenire” è dunque la lezione finale del corso, summa del pensiero morselliano sull’Uomo, le sue tipologie e – dulcis in fundo – il suo futuro. Che teorie vi troviamo espresse? Dette così in due parole, un ammasso di aberrazioni: distinzione tra razze inferiori (“protomorfe”) e superiori (“arcimorfe”), predizione di una feroce selezione naturale che eliminerà le inferiori e farà trionfare la Razza Bianca; pregiudizi di ogni tipo per giustificare l’inferiorità di neri, gialli e quant’altri non siano europei; auspicio di una consapevole eugenetica che migliori la razza abolendo la promiscuità sessuale con le persone affette da deformità; e per finire la visione idilliaca di un mondo futuro abitato da esseri quasi perfetti (tutti bianchi, ovviamente), dell’aspetto di una statua greca e dell’intelligenza di un Leonardo Da Vinci. Tutto questo grazie alla scomparsa degli inferiori e degli storpi.

Il lettore odierno farà un balzo sulla sedia: che fine ha fatto l’uomo che abbiamo dipinto finora, così umano e caritatevole verso i malati di mente, l’innovatore degli ospedali psichiatrici? Come faceva a coesistere nella stessa persona tanto progressismo da una parte e tanto pregiudizio dall’altra?

Non era affatto un caso di schizofrenia, anche se sarebbe stata un’ironia della sorte niente male per uno psichiatra: il punto è che queste posizioni che oggi consideriamo divergenti, all’epoca non lo erano. Progresso e Razzismo per molti suonavano, allora, quasi come sinonimi.

Erano gli anni del positivismo. Il mondo si rimpiccioliva ogni ora di più, rigato da strade ferrate che rendevano i viaggi brevi come mai erano stati; non passava giorno senza che qualche prodigiosa invenzione promettesse di rivoluzionare la vita quotidiana: forza del vapore, forza del carbone, acciaio, magnetismo. Gli uomini iniziavano a volare, a imprimere fotografie, a comunicare col telegrafo. Di pari passo andavano i mutamenti politici e sociali: le monarchie assolute cadevano come birilli aprendo la strada a nuove idee moderne come laicismo, libero mercato, libertà di culto e di espressione, democrazia. Va da sé che questa corsa verso il futuro aveva anche i suoi lati oscuri: industrializzazione selvaggia, nascita del proletariato urbano, colonialismo spietato.

Ma poco importava: la classe di mezzo – vera vincitrice dell’epoca – guardava al domani con un ottimismo senza precedenti: “Liberato dalla crisalide animale, l’uomo si incammina finalmente sulla via del Progresso”: così, grosso modo, era scritto sotto l’illustrazione allegorica che chiudeva un’opera di Flammarion, celebre divulgatore dell’epoca. E già si fantasticava su quali mirabilia riservasse il futuro: avremmo tutti percorso le nostre città su carri volanti? Saremmo stati in grado di leggerci il pensiero l’un l’altro?

Purtroppo questo balzo in avanti delle scienze umane – dei cui aspetti positivi beneficiamo tuttora – conteneva in sé, per una strana e inesplicabile legge di natura, anche i germi della barbarie; come se fosse impossibile per l’uomo, contrariamente alle convinzioni di Flammarion, liberarsi del tutto di questa crisalide animale.

Il darwinismo aveva finalmente imposto una visione razionale della storia dell’uomo, liberando la scienza da influssi metafisici e religiosi; spiegava la Natura sotto una luce logica, offrendo quasi una chiave di interpretazione dell’universo; e però allo stesso tempo spingeva allo studio dell’Uomo come a quello di un qualsiasi animale, in quanto tale passibile di classificazione. Oltretutto, gli anni dell’espansione coloniale mettevano l’Uomo Bianco a contatto per la prima volta con un infinito numero di culture differenti, spesso tecnologicamente meno avanzate.

L’alta concezione di sé che l’Europeo sviluppava in quel periodo, tronfio delle sue strade ferrate e delle sue macchine a vapore, non poteva che portarlo a guardare dall’alto in basso delle popolazioni che ancora vivevano in capanne, si facevano facilmente asservire (più spesso per inferiorità nella tecnologia bellica che per mancanza di fierezza) e oltretutto apparivano così diverse fisicamente. Il Bianco era messo davanti al dilemma di confrontarsi con altre razze, un’emozione collettiva che andrebbe studiata: certi manuali di antropologia dell’epoca sembrano più che altro un campionario di stranezze esotiche a beneficio dei curiosi.

In altri tempi, in simili condizioni, era emerso sì un senso di superiorità, ma più superficiale. All’epoca della colonizzazione delle Americhe, spesso la spiegazione data dell’inferiorità degli indios era di natura religiosa: una volta convertiti al cristianesimo, costoro si sarebbero inciviliti come gli Europei. Non mancavano naturalmente gli scettici, che negavano all’extraeuropeo la minima possibilità di raggiungere un livello più alto; ma non mancavano neanche – va sottolineato ogni tanto – quelli che riuscivano a scorgere in queste popolazioni dei popoli alla pari, se non addirittura più virtuosi dei bianchi perché meno corrotti.

Ma il XIX secolo era un’epoca profondamente differente, pervasa da una gigantesca fiducia di poter spiegare il mondo per formule. Se alcune parti dell’umanità avevano raggiunto determinati successi e altre no, la spiegazione non poteva essere il Caso, né – figuriamoci – la Divinità: doveva bensì esserci alla base una causa razionale, naturalistica. Era evidente che alcune razze fossero per loro natura superiori ad altre.

Morselli non sfuggiva a un simile contesto. D’altra parte suo maestro era stato Cesare Lombroso, antropologo criminale con il pallino della frenologia, convinto che l’inclinazione verso il bene o il male fosse innata e scritta nella costituzione fisica dell’uomo; e pertanto si potesse distinguere un delinquente da un onesto cittadino semplicemente studiandone l’aspetto, le proporzioni fra le parti del corpo, la conformazione del cranio.

Fatte le dovute premesse, possiamo affrontare l’inquietante viaggio nell’Umanità dell’avvenire.
Il primo punto che preme all’autore è confutare l’idea che le razze siano tutte uguali. C’è chi lo afferma; ma si tratta di un atteggiamento troppo indulgente: è evidente che alcune razze umane siano inferiori a noi; neanche varrebbe la pena dimostrarlo. Tuttavia, ci si prova.

Cosa caratterizza la razza inferiore secondo Morselli? Presto detto: “intellettualmente vivono soltanto di sensazioni, hanno associazioni ideative in prevalenza sensorio-concrete, e sono incapaci di astrazione: tutto il loro pensiero è realistico, così nel contenuto come nella forma, per es. nel linguaggio, nella numerazione, nelle manifestazioni artistiche, nei concetti religiosi (…) i sentimenti fondamentali, il sessuale e l’egoistico-conservativo, sono i dominanti, quelli che guidano la condotta; povero è il senso estetico, o, se esiste, si rivela con forme semplici e barocche; scarso, per lo più, è il senso etico, o, se raggiunse un certo grado, ha sempre un che d’ingenuo, di puerile. Fiacca è la volontà: quasi tutti gli inferiori sono poltroni, e la frode, la menzogna, l’accidia, la crudeltà, la paura, la sciocca vanità, l’avidità, la servitù, la fatua imitazione, la super stizione più insulsa sono le caratteristiche della loro “personalità”, la quale perciò è sempre poco evoluta e si disgrega facilmente”.

Sarebbe fin troppo facile far notare come questa sembri la descrizione dell’uomo occidentale del 2000, ma passiamo oltre. Questi poveri esseri semi-umani non possono sfuggire alla legge della selezione naturale; sono perciò destinati all’estinzione, come già è capitato milioni di anni fa ai neanderthaliani. E prova ne è che all’epoca in cui l’autore scrive sono a centinaia le stirpi umane che stanno lentamente scomparendo (viene citato fra gli altri il caso dei Pellerossa). A Morselli poco importa che la causa di queste estinzioni siano le guerre coloniali o le malattie portate dagli europei: anzi, che un popolo soccomba a un altro è solo un’ulteriore dimostrazione della legge del più forte.

Ma in molti casi l’antropologo non riesce nemmeno a focalizzare che il motivo della lenta scomparsa di certi popoli sia la violenza coloniale. Non si spiega ad esempio il decremento demografico degli indigeni australiani, che chiama con un eufemismo “poca resistenza a contatto con la nostra civiltà”. L’unica ipotesi che si sente di avanzare è che la loro estinzione possa essere dovuta a una pratica di… circoncisione.
Ma questa freddezza non è cinismo, è piuttosto il contegno asettico dell’uomo di scienza. Il che non esclude che egli possa provare anche un senso di pietà per tante razze umane che scompaiono.
È questo uno snodo essenziale per comprendere la tragicità del problema. In Morselli non ci sono parole d’odio, si spinge anzi a dire: “oggi che un sentimento umano di simpatia co mincia a vincolarci con tutti i nostri simili, noi dovremmo essere addolo rati per questo ineluttabile fenomeno”. Ha però cura di specificare subito dopo “anche sotto l’aspetto conoscitivo”. Il sentimento che lui, europeo arcimorfo, può provare per un inferiore non esclude l’empatia, ma è allo stesso livello di quello che un ambientalista odierno proverebbe per un animale in via di estinzione; quel genere di simpatia che si elargisce paternalisticamente a chi ci è sottoposto. Tant’è che successivamente cita uno studioso che incita i suoi colleghi ad affrettarsi a studiare queste popolazioni… prima che si estinguano.

Chiarita l’esistenza delle razze protomorfe e la loro sorte ormai segnata, l’autore passa a descrivere le razze superiori o arcimorfe. Sono queste individuate in tre: bianchi, neri e gialli. Anche questi tipi, benché dalla natura dotati di maggiori capacità fisiche e intellettive, non possono sfuggire alla legge darwiniana. È perciò destino che vengano a lottare fra loro per il predominio (etnarchìa), sicché, come in un vecchio film, ne rimarrà uno solo. E chi è destinato a prevalere? Alzi la mano chi l’ha indovinato…
Ma il Bianco, naturalmente. Il motivo è la palese inferiorità delle altre due specie.

Morselli riporta alcune teorie secondo cui i Neri sarebbero uguali ai Bianchi (avendo peraltro cura di specificare che sono state elaborate dai Neri stessi). Ma lui rifiuta categoricamente l’accostamento, fornendo spiegazioni lucidissime e documentate: “il Negro d’Africa e d’Oceania (…) non ha mai fatto una sola invenzione, non ha contribuito con una sola idea nuova al patrimonio intellettuale dell’ Umanità; men che mai ha avuto né poteva avere azione o parte veruna nel movimento re ligioso, morale e filosofico”. Verrebbe voglia di resuscitarlo, metterlo sui ceci ad ascoltare un disco di Miles Davis e infine prenderlo a schiaffi: “E ora prova a ripeterlo, imbecille!”

Scomparsi i Neri, resteranno Bianchi e Gialli a contendersi la Terra. Ma i Gialli periranno inevitabilmente: già nei Cinesi si scorgono parecchi segni di decadenza; quanto alla cultura giapponese, manca totalmente di originalità. È vero – deve pur riconoscere lo studioso – che in Oriente sono presenti correnti religiose e filosofiche avanzate; ma la civiltà europea è comunque superiore, soprattutto in virtù della strada del Progresso da poco imboccata: “noi abbiamo saputo svolgere un’attività pratica immensamente superiore con altri concetti ed altri ideali, e ci apprestiamo a rivivificare la morale creata dal nostro genio filosofico e religioso col fermento dei principii d’una nuova etica e di un nuovo diritto sociale”. E stendiamo un velo pietoso sul fatto che questi altri ideali e questa nuova etica contemplino il razzismo biologico.

Rimasti soltanto i Bianchi, questi lotteranno fra loro per eleggere la sotto-razza dominatrice. E qui la faziosità del nostro autore raggiunge picchi addirittura esilaranti. Potranno i vincitori essere i Tedeschi, come sogliono dire nell’ambito della neonata teoria dell’Arianesimo? In questo caso Morselli, per la prima volta in pagine e pagine, si sente di bollare una tesi razzista come poco scientifica: giacché implica che egli stesso appartenga a una razza inferiore (quella mediterranea), la esclude senza nemmeno apporre tante argomentazioni. L’altra ipotesi avanzata da alcuni colleghi è che il futuro riservi la prevalenza degli Anglo-Sassoni, in particolare sulla base dell’espansione economica degli Stati Uniti. Ebbene, a Morselli sembra ridicolo che un giorno gli Statunitensi governeranno il mondo, e il motivo risiede negli elementi decadenti presenti nella loro civiltà: “gli eccessi della libertà democratica e la corruzione politica, i fanatismi settarii religiosi o le più ingenue credulità, la grossolanità o le bizzarrie del gusto estetico, la degenerazione omosessuale o la dissoluzione della famiglia”.

Insomma: sono troppo democratici e finocchi per avere il predominio. Chi sarà, allora, a regnare fra i Bianchi? Ipotesi certe non se ne possono fare; ma nulla vieta che siano – guarda caso – i popoli latini, che potranno tornare alla guida della civiltà come facevano ai tempi di Atene e Roma.
In sostanza, la teoria morselliana si riduce a una spietata selezione naturale dalla quale risulteranno vincitori… gli italiani.

Ma come sarà fatto questo uomo del futuro, il culmine dell’Evoluzione che l’autore chiama Metànthropos (parola che in fondo altro non è che la traduzione greca di Super-uomo)?
Sarà innanzitutto un essere quasi perfetto dal punto di vista morfologico: si completerà il percorso evolutivo fino a rendere insuperabile l’armonia fra le parti del corpo. Nell’edizione originale dell’opera era presente un’illustrazione (che abbiamo voluto riproporre in copertina) tesa a chiarire il concetto. È la stampa di una statua antica, con la didascalia: “Il tipo superiore dell’Europeo mediterraneo secondo un’opera d’arte romana”. Come se gli antichi avessero voluto rappresentare nella loro arte un’ipotesi dello stadio ultimo dell’evoluzione. E ironia della sorte, ciò che forse i curatori del volume ignoravano è che tale statua raffigura l’imperatore Claudio, un uomo che i contemporanei stimavano a tal punto da soprannominare “una caricatura d’uomo”.

Sia come sia, questo stato di semi-perfezione organica verrà raggiunto non solo in modo spontaneo, per legge naturale; ma – si auspica l’autore – il processo potrà essere accelerato da una maggiore presa di coscienza dell’Uomo sui suoi “doveri verso la Razza”. Avete capito bene, parliamo di eugenetica: “Che se fino da adesso in qualche paese civile si incominciano gli sforzi legislativi per diminuire i penosi effetti della eredità patologica, stabilendo qualche norma restrittiva alla libera scelta delle coppie coniugali, ben si può imaginarci una Umanità composta di individui vieppiù consapevoli dei proprii doveri verso la specie, e per ciò indotti ad imporsi, per mezzo della Eletta sociale, una limitazione obbligatoria al diritto di partecipare alla ripro duzione eliminandone sempre più i deboli, gli infermi e gli anormali”.

Ma la perfezione del Metànthropos non sarà unicamente fisica. Diversi indizi indicano che l’umanità si stia incamminando sulla strada di una sempre crescente razionalità, giustizia sociale, pace. “La conoscenza più profonda di se stesso e dei proprii destini, il benessere fisico vieppiù diffuso negli aggregati sociali e fra gli individui, li porterà alla operosità veramente utile per l’universale, alla benevolenza verso tutte le creature viventi, alla pietà ed all’altruismo verso i proprii simili. (…) si formerà una coscienza etnica sempre più uniforme, e senza contrasti stridenti, fra gli individui e fra le diverse frazioni dei singoli organismi sociali, cioè popoli e nazioni; e la mutualità continua fra le coscienze nazionali darà origine ad una sempre più armonica e profonda Coscienza universale”.

Fin qui abbiamo osato parlare con leggerezza e addirittura scherzare di queste teorie. Ma a questo punto conviene ripetere come queste ottimistiche previsioni siano state pubblicate nel 1911, a tre anni appena dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Soltanto noi contemporanei possiamo valutare a pieno le terribili conseguenze di una scienza di questo tipo: ma forse è facile giudicare col senno di poi, dopo aver avuto lo sgradevole privilegio di assistere, per esempio, alla Shoa. L’antropologo modenese non parlava con accenti di odio; in politica era peraltro quello che noi chiameremmo un progressista, né era assolutamente antisemita; però allo stesso tempo dava il suo piccolo contributo a decenni di barbarie, leggi razziali, guerre quali mai si erano viste.
Ciò che stupisce maggiormente è proprio il tragico contrasto tra il futuro che è stato e quello che Morselli immaginava. Lo studioso teorizzava un domani fatto di esseri armoniosi, intelligenti, sempre più tendenti verso la concordia e la pace; e lo diceva a un passo da uno dei secoli più feroci che la storia abbia conosciuto.

A tre anni dall’inizio del Grande Massacro, Enrico Morselli senza rendersene conto seminava l’odio, e allo stesso tempo si dichiarava più che ottimista per l’avvenire della sua specie.

Non so se il riso o la pietà prevale.

L’umanità dell’avvenire, Enrico Morselli
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