Né Roma né morte

di Marcello Donativi
prefazione a EDOARDO E ROSOLINA, Giuseppe Buttà

E valeva la pena di fare la rivoluzione del 1860 […] per venirci poi a proporre la Dittatura?
La Dittatura, senza che voi la invochiate, giungerà in un tempo forse non lontano;
essendo, come ho detto, una necessaria evoluzione di tutte le rivoluzioni

Giuseppe Buttà, Edoardo e Rosolina, cap. XXVI

«Garibaldi? Chi è Garibaldi? Non lo conosco!… »
Don Blasco, ne I Viceré di Federico De Roberto, ha questa sdegnosa reazione quando un interlocutore osa nominargli l’Eroe dei Due Mondi. Il narratore pro­segue:
« Imparò a conoscerlo il 13 maggio, quando scoppiò come una bomba la noti­zia dello sbarco di Marsala. Ma, contro al suo solito, egli non gridò, non disse male parole: alzò le spalle affermando che al primo colpo di fucile dei Napoletani, i “filibustieri” si sarebbero dispersi ».
E più avanti fa dire così al suo personaggio:
« Ma razza di mangia a ufo che siete, dovete dirmi un poco perché vi fregate le mani? Avete vinto un terno al lotto? O credete che Garibaldi venga a crearvi papi tutti quanti? Non capite, teste di corno, che avete tutto da perdere e nien­te da buscare? ».

Il personaggio di Don Blasco, nel romanzo, ha il pregio di racchiudere in sé diversi stereotipi della società italiana; i quali, come tutti gli stereotipi, hanno un innegabile fondo di verità.
È innanzitutto il prototipo dell’ecclesiastico dell’Ancient Régime: ha preso i voti per tutta una serie di ragioni fuorché la vocazione, e questo fa sì che il suo comportamento non sia esattamente improntato ai dettami evangelici; al con­trario, è collerico, invidioso, avido e il suo passatempo preferito è seminare ziz­zania tra i conoscenti. Sembra di sentire quasi l’eco — in un contesto certamen­te più ragionato — dello spirito anticlericale di tanti romanzi d’appendice otto­centeschi, nei quali il prete è sempre meschino, doppiogiochista, avido della sof­ferenza altrui e volendo anche incestuoso.
Ma ciò che rende Don Blasco un personaggio interessante è un’altra caratte­ristica: De Roberto ha incarnato in lui una figura — ahinoi — tipica della nostra storia: il voltagabbana. All’inizio della vicenda, come abbiamo visto, il monaco è un arrabbiato sostenitore dei Borboni; un sorcio, come lo appellano i confratelli di vedute liberali; tanto estremo nella sua passione da invocare le forche pubbliche per repubblicani, mazziniani e camicie rosse. Eppure, all’in­domani dell’Unità d’Italia, quando il nuovo governo di Torino introduce il liberalismo, e inizia col sopprimere gli ordini ecclesiastici e gettare monaci e suore sulla strada, Don Blasco quatto quatto odora i vantaggi che può ricava­re dalla situazione; e nel giro di poco tempo lo ritroviamo perfettamente inse­rito nel nuovo ordine delle cose: un affarista che ha pienamente compreso quanto la elargita libertà possa significare, volendo, anche la libertà di sfrutta­re il prossimo per arricchirsi.

Il romanzo di De Roberto ha purtroppo avuto una fortuna postuma e tardi­va, altrimenti questo personaggio sarebbe potuto diventare molto più che topi­co; e forse oggi chiameremmo “un Don Blasco” chiunque cambia partito al primo alito di vento contrario, allo stesso modo in cui diamo del “Don Abbondio” ai pavidi. Purtroppo ce ne sarebbe stato bisogno: di simili figure è pieno il nostro passato.

Eppure non è andata sempre e in ogni caso a questo modo. In quegli anni controversi, non tutti i borbonici erano paranoici sanguinari come spesso ci piace pensare, né tutti salirono sul carro del vincitore dopo il 1861. Certo non lo fece l’autore del libro che presentiamo: Don Giuseppe Buttà.

Di lui abbiamo già parlato nella prefazione al Viaggio da Boccadifalco a Gaeta, pertanto riassumeremo per sommi capi la sua storia. Nato a Naso, in provincia di Messina, nel 1826, negli anni ’40 del XIX secolo prese i voti e, vincitore di alcuni concorsi pubblici, trovò impiego nel settore pubblico del Regno delle Due Sicilie, dapprima come sacerdote presso il Bagno Penale di Santo Stefano, successivamente come cappellano militare. In questa veste fu assegnato nel 1859 al IX Battaglione Cacciatori stanziato a Monreale e poté, suo malgrado, vivere dal vivo l’intera esperienza della campagna militare garibaldina, assisten­do di persona a molti avvenimenti storici, come racconta ampiamente nel Viaggio. L’epilogo della guerra lo vide rinchiuso nella fortezza di Gaeta assieme al suo Re, e va quindi annoverato fra gli ultimi sostenitori dei Borboni a capi­tolare: il che gli causò non pochi guai dopo l’unificazione. Più volte arrestato come sospetto cospiratore reazionario, fu costretto a percorrere la via dell’esilio nello Stato Pontificio, e soltanto dopo l’annessione di Roma gli fu permesso il ritorno nella sua Sicilia, dove si reinventò scrittore. Le sue opere, inizialmente pubblicate a puntate sul periodico La Discussione, furono successivamente rac­colte in volumi.

La prima, il già citato Viaggio da Boccadifalco a Gaeta, racconta la spedizione di Garibaldi dal punto di vista dell’esercito borbonico, alternando memorie per­sonali al taglio saggistico. Segue I Borboni di Napoli al cospetto di due secoli, monumentale storia del regno borbonico meridionale dall’insediamento di Carlo III alla vigilia dell’invasione garibaldina. Mancava un ultimo tassello, per completare un’opera omnia che alla resa dei conti costituisce una storia del Regno delle Due Sicilie molto più completa, come arco temporale, di quella coeva del De Sivo: mancava il dopo.

A questo scopo nel 1880, a ormai venti anni dall’unificazione italiana, Giuseppe Buttà licenziava un curioso volume intitolato Edoardo e Rosolina o le conseguenze del 1861.

Per raccontare le condizioni dell’Italia dopo la sua unificazione, Buttà si affi­da questa volta alla forma del romanzo, facendone però un uso disinvolto: per pagine e pagine la vicenda è soltanto la cornice per mettere in bocca ai perso­naggi delle lunghe digressioni dal taglio saggistico.

La storia si riassume in poche parole. Edoardo Desmet è il giovane rampollo di una nobile famiglia francese con dei forti legami di parentela nel meridione d’Italia. Nel 1866, accompagnato dallo zio Luigi visconte di Peiter, sbarca a Napoli per intraprendere il suo primo viaggio in Italia. Edoardo, provenendo da una famiglia nobile e tradizionalista, è stato educato presso i Gesuiti; ma a 19 anni è pieno di furore ribelle, frequenta con grande scandalo di famiglia circoli liberali e rivoluzionari, è gonfio di ammirazione per la figura di Giuseppe Garibaldi. Egli intende quindi il suo viaggio in Italia come l’omaggio a una terra da poco redenta dalle tenebre dell’assolutismo, ed è voglioso di partecipare al fermento rivoluzionario che già ha preso di mira il compimento dell’Unità attraverso la presa di Roma e Venezia.

Diverso l’atteggiamento dello zio, un anziano conservatore, cattolico prati­cante e monarchico. La famiglia ha affidato Edoardo a lui, e acconsentito al viaggio, nella speranza che la visita dell’Italia unita possa “aprire gli occhi” al ragazzo, mettendolo a confronto con una realtà ben diversa dalla sua immagi­nazione.

E infatti in Italia Edoardo sarà costretto a rapportarsi con una situazione più difficile delle sue previsioni. Diversi personaggi, astutamente presentatigli dallo zio, gli racconteranno per sommi capi le vicende italiane, soprattutto del­l’ex Regno delle Due Sicilie, dal 1861 al 1866: le malefatte dei vari luogote­nenti piemontesi succedutisi all’amministrazione del Meridione; l’oppressione fiscale dei nuovi governanti; la persecuzione dei dissidenti, e in particolar modo di quelli appartenenti al clero cattolico; il brigantaggio e la sua repres­sione. Gli avvenimenti successivi, fino alla presa di Roma del 1870, Edoardo li vedrà con i suoi propri occhi, maturando una lenta ma definitiva conversio­ne agli ideali conservatori della sua famiglia e dell’autore. E in questa avrà un suo ruolo la Rosolina citata nel titolo, fino a un colpo di scena finale degno di un’opera lirica.

Come si sarà intuito, siamo dalle parti del genere letterario dell’exemplum: l’autore, piuttosto che raccontare avvenimenti in tono compilativo, preferisce affidarsi alla narrazione di una vicenda che giura essere vera, di modo che il let­tore possa identificarsi nei personaggi e imparare dai loro errori. Questo costi­tuisce il grosso limite del romanzo, che sembra aspirare in certi momenti ad assumere dei toni manzoniani, senza tuttavia avere il respiro e la profondità di Manzoni. Edoardo e Rosolina, in fondo, sembrano a tratti una sorta di Renzo e Lucia mancati.

Ma c’è un altro paragone che, con un po’ di irriverenza, ci ha suscitato la let­tura di quest’opera, benché Buttà l’abbia pubblicata un paio di anni prima: Pinocchio. Da un certo punto di vista, la vicenda si potrebbe interpretare nel seguente modo: Pinocchio (Edoardo), nonostante le ripetute raccomandazioni del Grillo Parlante (il Visconte zio), preferisce dare credito ai cattivi consigli del Gatto e della Volpe (gli amici garibaldini), fino a quando non viene riportato sulla retta via dalla Fata Turchina (Rosolina).

Insomma, parlando più seriamente, l’opera pone al lettore i soliti dilemmi che suscitano le opere di Giuseppe Buttà. Come già ricordato nella prefazione al Viaggio, la sua figura qualche anno fa ha suscitato un gustoso scambio di battu­te tra Pier Giusto Jaeger e Leonardo Sciascia. Il primo, nella sua monografia dedicata all’assedio di Gaeta, lo definisce “uno storico di ineguagliabile parziali­tà”. Sciascia, scrivendo la prefazione all’edizione del Viaggio per Bompiani, ribatte che Buttà è sì parziale, ma non meno della media degli storici filo-gari­baldini come Abba, Banti e via dicendo, quelli cioè su cui si è modellato negli anni il ricordo popolare della spedizione dei Mille.

Certo, Buttà in Edoardo e Rosolina non va tanto per il sottile. Non solo non recede di un passo dalle sue idee conservatrici, monarchiche e ultra-cattoliche, confermando la sua natura di anti-Don Blasco di cui parlavamo al principio; ma a questo aggiunge il rincaro del sarcasmo già esibito nel Viaggio. Basti pensare all’ironia che getta a pioggia sulla figura di Garibaldi, contro cui aveva personal­mente combattuto nel 1860-61. Quello che per tutti è l’Eroe dei Due Mondi, viene da Buttà chiamato in successione: “eroe da commedia”, “fanfarone”, “Don Chisciotte”; dopo i fatti di Aspromonte e la celebre palla di fucile alla gamba, diventa “l’eroe zoppo” e più avanti “lo sciancato di Caprera”. Fino a una delle ultime pagine, dove addirittura lo definisce “peggio del colera”. Quando raccon­ta la disfatta di Mentana del 1867, l’ironia del prelato si scaglia contro il motto garibaldino “O Roma o morte“, che, a seguito della sconfitta e della fuga dell’Eroe, diventa per lui “Né Roma né morte“.
E il lettore, qualunque sia il suo pensiero, dovrà ammettere che questi passi sono i più efficaci.

Qui traspare anche il personale rancore del reduce, quale era l’autore, benché in veste di cappellano militare e non di soldato combattente. Eppure Buttà non è un volgare propagandista, tutto fuorché un disonesto. Le sue convinzioni non gli impediscono, ad esempio, di esprimere parole di ammirazione per Giuseppe Mazzini alla fine del capitolo XI: del capo rivoluzionario, nonostante l’abisso di vedute che li separa, ammira se non altro la profonda coerenza e l’onestà più volte dimostrata. E gli stessi garibaldini, benché talora rappresentati anche come mezzi delinquenti, sono per lui più che altro dei giovani ingenui mandati a morire da capipopolo ambiziosi e corrotti.

Il punto è che Buttà sapeva ciò di cui parlava; troppo facile sarebbe liquidare queste invettive come un cumulo di pregiudizi moralistici e faziosi; e se i rivo­luzionari rappresentati nel romanzo hanno talora le movenze di personaggi da operetta, le loro roboanti frasi sono invece tristemente verosimili, cariche di quella retorica polverosa e spesso vuota di significato che, nonostante spesso ce ne dimentichiamo, ha segnato l’intero Risorgimento. Una retorica fatta di Patria e Destini Incrollabili che — altra nota dolente — per buona parte è stata ispiratrice del vocabolario prima degli interventisti della Grande Guerra, infine — ahinoi — dei fascisti.

E proprio al fascismo ci viene da pensare leggendo uno dei brani più inquie­tanti dell’opera, nell’ultimo capitolo. A poche righe dal commiato – che costi­tuisce non solo la conclusione del libro ma dell’intera carriera letteraria dell’au­tore, morto di lì a pochi anni – Giuseppe Buttà scaglia il suo anatema, si rein­venta Nostradamus e con una preveggenza che fa sobbalzare sulla sedia intuisce con quarant’anni di anticipo l’avvento della dittatura fascista.

Lo spunto gli è dato dal discorso di un deputato del Regno che — ironia della sorte — si chiama Musolino. Costui, davanti ai mali che affliggono l’Italia unita, la corruzione, l’ingovernabilità, la crescente povertà, invoca l’avvento di un Uomo Forte e la costituzione di una Dittatura alla maniera degli antichi romani.

La reazione di Buttà è al solito un misto di sdegno e sarcasmo. Lui, fautore di un sistema di monarchia assoluta di tipo paternalistico come quella del vecchio re Ferdinando II di Borbone, perseguitato per anni a causa di ciò da parte dei sostenitori della libertà, indipendenza, progresso, si sente adesso proporre da parte degli stessi l’ipotesi di una dittatura, quindi un governo altrettanto asso­luto di quello passato ma maggiormente costretto, dalle circostanze e dalla man­canza di legittimazione, all’uso della forza e della repressione.
Buttà va con la mente alla Rivoluzione Francese, ricorda dell’esempio del gia­cobinismo prima e di Napoleone poi; ripensa probabilmente anche a Napoleone III e ad altri esempi del passato, e ne consegue che la storia si ripe­te: dopo una rivoluzione, è inevitabile che arrivi una dittatura, e come al solito questa dittatura divorerà proprio coloro i quali hanno compiuto la rivoluzione.

E valeva la pena di fare la rivoluzione del 1860, per gettarci a capo fitto nel mare magnum di tanti mali da voi stesso rivelati, per venirci poi a proporre la Dittatura? La Dittatura, senza che voi la invochiate, giunge­rà in un tempo forse non lontano; essendo, come ho detto, una neces­saria evoluzione di tutte le rivoluzioni; e se volete accertarvene guarda­te Montecitorio nell’anno di grazia 1881.
Sappiate però che la Dittatura tratterà tutti duramente e con particola­rità gli ex ministri, gli ex senatori e gli ex deputati, la Storia è là che ce l’apprende. Voi, sig. Musolino, che non siete nè affarista, nè un azioni­sta della banca nazionale, nè un monopolista, nè un saccheggiabanche, insomma che non siete un così detto galantuomo, che cosa potevate spe­rare da una rivoluzione liberticida, compiuta a furia d’inganni e di tradimenti?

Con questa predizione Giuseppe Buttà saluta i lettori e il mondo. Morirà nel 1886 nella sua amata Sicilia, lasciando tre opere destinate a finire presto nel dimenticatoio, salvo un rinnovato interesse sviluppatosi solo in tempi recenti. Da questo punto di vista, Edoardo e Rosolina è quella meno conosciuta. Se negli ultimi 150 anni del Viaggio da Boccadifalco a Gaeta e dei Borboni di Napoli al cospetto di due secoli si sono prodotte, pur con qualche difficoltà, alcune ristam­pe, Edoardo e Rosolina è rimasta ai margini, quasi sconosciuta e disponibile solo in poche copie ottocentesche nelle biblioteche italiane. Per questo siamo parti­colarmente lieti di offrire ai lettori la presente edizione, e in questo modo con­tinuare a contribuire, come ci piace, a uno studio più ricco di sfumature delle vicende che hanno portato alla nascita della nazione in cui viviamo.

Sempre più convinti che la storia di quel periodo debba iniziare a recuperare anche la memorialistica degli sconfitti; perché, come recitava l’antico motto del diritto medioevale, ispirato a un versetto del Deuteronomio: unus testis, nullus testis.

Una sola testimonianza è come dire nessuna testimonianza.

Edoardo e Rosolina, Giuseppe Buttà
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