Intrappolato nel tempo

Prefazione a
La Grande Guerra in diretta – Luigi Barzini

“Non esistono argomenti noiosi,
esistono solo scrittori noiosi.”
Luigi Barzini

Ci sono stati nella storia uomini in lotta con il proprio tempo. Altri, che fossero geni, benefattori o criminali, il proprio tempo hanno contribuito a crearlo. E infine alcuni uomini, benché notevoli ai contemporanei e ai posteri, nel proprio tempo sono rimasti intrappolati come nella tela di un ragno, subendone loro malgrado le luci e le ombre.

Questo ci sembra il destino di Luigi Barzini, personaggio dalla vita intensa, capace di raccogliere in sé tanti pregi e contraddizioni del ’900.

Nell’epoca in cui visse era popolarissimo, una fama quasi da rockstar ante litteram, al punto di fare del suo nome un’espressione comune. “Oggi tutti i giornali hanno il loro Barzini,” scrisse di lui Prezzolini; e il Mussolini direttore di giornale, nel 1912, si lamentò che il giornalismo italiano fosse “infetto di barzinismo”. Erano, queste, espressioni di critica, segno comunque della fama del personaggio. Ma si trattava di una celebrità effimera, che ha iniziato a declinare in vita e si è eclissata dopo la morte. Pesava troppo, nel dopoguerra, il suo rapporto stretto – anche se non del tutto ricambiato – con il fascismo, e soprattutto la scelta fatale di aderire alla repubblica di Salò. Eppure Barzini è stato l’ispirazione di molti giornalisti della generazione successiva. Indro Montanelli, in più occasioni, lo ha definito “il più grande maestro italiano del reportage”.

Come molti pionieri del mestiere, non era un predestinato. Quando un’arte è ai suoi inizi, è difficile che qualcuno la annoveri tra i sogni di bambino; più frequente che sia il caso a destinare una persona al mestiere. Barzini era figlio di un sarto di Orvieto e, poco più che ventenne, lavorava a Roma come disegnatore, e solo occasionalmente articolista, per il giornale satirico Fanfulla. Una pubblicazione minore e all’epoca in declino; tuttavia, sullo stesso pianerottolo si trovava la sede distaccata del Corriere della Sera, e grazie a questa coincidenza nel 1899 Barzini poté entrare in contatto con la direzione del quotidiano milanese.

Eugenio Torelli Viollier, fondatore e direttore del Corriere, restò colpito da uno scoop del giovane e mandò a Roma Luigi Albertini, al tempo segretario di redazione, a conoscerlo. Albertini, di lì a poco uno dei più celebri direttori nella storia del quotidiano, intuì le potenzialità del ragazzo e volle scommettere su di lui facendone un inviato all’estero. In un certo senso era un azzardo mandare a Londra un giovanotto ancora impacciato, inesperto e oltretutto digiuno della lingua. Ma il reporter ripagò la fiducia: in poco tempo imparò non soltanto l’inglese, ma anche gli usi e costumi del posto, e le sue corrispondenze si distinsero per asciuttezza e vivacità.

Superata la prova inglese, nel 1900 lo attendeva una sfida più grande: recarsi niente di meno che in Cina per riferire ai lettori della rivolta dei Boxer. Era il primo giornalista italiano a visitare il paese e non si trattava di una impresa agevole: soltanto il viaggio, con i mezzi dell’epoca, richiedeva un mese. In Cina Barzini poté dare sfoggio di tutta la sua spericolatezza giovanile, esponendosi a ogni pericolo pur di osservare (e di conseguenza descrivere ai lettori) gli avvenimenti. Conduceva una vita da soldato, saltava alla bisogna i pasti e il sonno. Al rientro a Milano era diventato una celebrità tale da essere fermato per strada dagli ammiratori.

La consacrazione avvenne nel 1904, come inviato nella guerra russo-giapponese. Ormai era diventato un pari grado dei più famosi reporter internazionali. Mentre si trovava ancora al fronte, apprese con stupore, da un collega appena giunto dall’Italia, di essere diventato in patria una sorta di eroe nazionale.

Occorre fare uno sforzo di immaginazione per calarsi nella realtà di quegli anni. In un mondo senza internet e televisione, le notizie arrivavano a volte a distanza di giorni o settimane, e chi voleva informarsi non aveva a disposizione la mole di immagini odierna. Tutto il lavoro di cronaca poggiava quindi sul potere della parola scritta. Barzini si inserì in questo contesto, apportando tuttavia degli aspetti all’avanguardia per l’epoca. Il suo stile essenziale derivava probabilmente dall’utilizzo del telegramma, nuova tecnologia grazie alla quale poteva spedire in tempi più rapidi il proprio lavoro alla redazione; tuttavia, aveva anche lo scopo di accattivare un pubblico più ampio. Ai lettori risparmiava le dotte disquisizioni dei suoi predecessori, preferiva un linguaggio semplice e una narrazione orientata agli aneddoti, ai personaggi. Il reportage diventava quindi accessibile ai più, al punto da far storcere il naso ai puristi. A volte lo accusavano di essere un cronachista troppo facile, ma ignoravano le grandi fatiche di documentazione e di labor limae nascoste dietro quelle parole. Un approccio, insomma, popolare, come ben espresso dall’autore stesso nella prefazione al volume che raccoglieva le corrispondenze dalla guerra russo-giapponese:

Un giornalista è quello che gl’Inglesi dicono the man in the street, cioè l’uomo che passa, il legittimo rappresentante della folla. Va per tutto, guarda tutto, parla di tutto.

A questo si aggiungeva l’amore per l’innovazione: il telegramma, s’è detto, la fotografia (altra arte di cui fu pioniere), l’automobile. A proposito di quest’ultima, la terza impresa che lo rese celebre tra i contemporanei fu la partecipazione al raid automobilistico Pechino-Parigi del 1907. Barzini si unì all’equipaggio del principe Scipione Borghese che, a bordo di una nuovissima vettura Itala, tagliò per primo il traguardo dopo un viaggio avventuroso di 16.000 chilometri. I suoi resoconti dalle tappe dell’impresa furono raccolti in un volume illustrato di grande successo.

C’è tanto del XX secolo in questa impresa. Il progresso tecnologico, l’avventura, l’ardimento, il desiderio di primato nazionale. Due anni più tardi Filippo Tommaso Marinetti avrebbe condensato molte di queste tendenze nel movimento futurista. Barzini, quasi inconsapevolmente, diventava l’emblema di un’epoca, e assieme portava alla ribalta il suo giornale, quel Corriere della Sera a cui sembrava indissolubilmente legato. Fu questo probabilmente il culmine del suo successo: di lì a poco sarebbero iniziati i problemi.

Le prime avvisaglie si ebbero in occasione della guerra libica, nel 1911. Barzini vi partecipò quasi in veste di star. Tutto sembrava promettere il meglio: il reportage dal fronte era, dopotutto, la sua specialità. In questo caso non si trattava, però, di un conflitto lontano in un paese esotico, ma di una guerra del proprio stesso paese: non era consentito ai giornalisti riferire tutto. Da una parte i comandi militari tendevano a non fornire informazioni troppo dettagliate o controproducenti; dall’altro, il senso del dovere spingeva spesso i giornalisti (e Barzini non faceva difetto) ad autocensurarsi per ragioni di patriottismo; anche quando non lo facevano, intervenivano i loro direttori a porre questo o quel veto.

Il nostro, però, non era un uomo di grande idealismo: era una persona brillante, capace, ma tutt’altro che dotata della vocazione al martirio. Se aveva un ideale, era quello del suo mestiere: raccontare sempre, raccontare bene e possibilmente per primo. Davanti a questa ambizione, il resto passava in secondo piano, dalle idee politiche ai rapporti umani. Il proprio tempo al massimo lo narrava ma, come abbiamo detto in apertura, non lottava contro. Si piegò dunque, pur covando nel segreto l’insoddisfazione. Da un lato i suoi articoli diventavano sempre più orientati alla pomposità e alla retorica nazionalista; dall’altro, in privato, si sfogava con amici e parenti, lamentandosi dei giornali ridotti a “uffici di propaganda di notizie attinte dai comandi militari, filtrate dalla censura, vagliate rigorosamente dai direttori in armonia con il loro orientamento politico”.

Quel che è peggio, le invidie dovute al successo e il crescente fastidio verso i toni patriottici dei suoi articoli iniziarono ad attirargli più di una antipatia. È a questo periodo che risalgono gli sprezzanti commenti di Prezzolini e Mussolini citati in apertura. In particolare, il futuro dittatore, all’epoca a sua volta un collega, additò Barzini a simbolo di tutto ciò che non dovesse essere il giornalismo. Era il 1912 e Mussolini era il giovane agitatore dell’ala massimalista del socialismo, pacifista e sabotatore delle forze armate. Nel giro di un decennio cambierà idea praticamente su ogni cosa, ma non gli passerà mai del tutto l’antipatia per Barzini.

Tutte queste contraddizioni esplosero in occasione della Prima Guerra Mondiale, materia di questo volume.

Era naturale che il quotidiano affidasse le corrispondenze di un evento così importante alla sua firma più prestigiosa. Finché l’Italia si tenne neutrale, il compito non era nemmeno così gravoso: il Corriere aveva adottato una linea interventista favorevole all’Intesa e Barzini, inviato in Belgio e in Francia, si allineò senza troppo sforzo al racconto ostile agli Imperi Centrali che accomunava buona parte del giornalismo internazionale. Come in passato, riuscì a conquistare in più occasioni la gloria dello scoop.

Quando, però, nel 1915 l’Italia entrò finalmente in guerra contro l’Austria-Ungheria, la musica cambiò, riportando a galla, ma molto amplificati, i problemi avuti in Libia.

La stampa era imbavagliata dallo Stato Maggiore e, tolta la narrazione dei fatti, l’unica cosa a essere incoraggiata era una retorica nazionale sempre più stantìa e lontana dalle evidenze. Nel 1916 Barzini scriveva ad Albertini “Non posso dare notizie, perché è proibito, non posso dare impressioni e dettagli.” E in un’altra lettera al direttore: “Il lavoro giornalistico è reso difficile sempre più […] dalla proibizione di dire più di quanto non dica il bollettino, di fare nomi che il bollettino non faccia, di modo che non si può dare un’idea esatta dell’azione e il pittoresco non offre che ripetizioni”.

Barzini aveva occhi per vedere le inefficienze dei nostri alti comandi e le sofferenze dei soldati al fronte, ma non poteva scrivere a riguardo. Continuava pertanto, senza esserne convinto, a infiorettare racconti su imprese eroiche e fanti che vanno incontro alla morte col sorriso. Il tutto mentre la guerra si rivelava un quotidiano massacro senza risultati e nell’esercito serpeggiava il malcontento. In breve tempo divenne uno degli uomini più odiati nelle trincee. “Se vedo Barzino lo sparo,” si sussurrava tra i soldati, e gli arrivarono persino delle minacce di morte. Dopo barzinismo, si coniò l’altro neologismo barzinate, a indicare delle deliberate bugie: l’affronto forse peggiore che si possa rivolgere a un cronista.

Scrive così il capitano Frescura nelle sue memorie, ben rappresentando lo sdegno che la lettura dei quotidiani provocava nelle truppe:

Alcuni giornali ci portano le relazioni dei loro corrispondenti di guerra. Quanta retorica e quante storie, per falsare la Storia!
Non è tollerabile fare della retorica su chi si batte così duramente.
Non è lecito scrivere che i feriti non si preoccupano delle proprie ferite!
[…]
Luigi Barzini.
È il maestro dei corrispondenti retorici di guerra.

All’indomani della disfatta di Caporetto, all’ostilità dei soldati si aggiunse quella dell’opinione pubblica. Agli occhi dei civili finirono sotto accusa non soltanto gli alti comandi militari, ma anche la stampa che aveva illuso gli Italiani tacendo i problemi delle forze armate e imbastendo tanti bei racconti in stile tutto va ben, madama la marchesa.

L’aria che tirava era pesante. Barzini arrivò a chiedere di poter non firmare gli articoli. Nel 1918 Albertini, per tutelarlo, lo mandò lontano, come corrispondente dal fronte franco-tedesco. Tornò giusto in tempo per descrivere la fase finale della nostra guerra e lo scontro decisivo di Vittorio Veneto. Ma molto era cambiato nel frattempo: non era più la star, i colleghi in sua assenza avevano iniziato a smorzare i toni, il barzinismo era in declino.

Il nostro preferì cambiare aria e nel 1921 si trasferì negli Stati Uniti, dove provò senza troppo successo a mettersi in proprio con la fondazione del Corriere d’America, un giornale dalla vita breve. Da lontano prese a corteggiare l’emergente fascismo e questo scavò un solco ancora più profondo tra lui e Albertini, che invece osteggiava il nuovo regime. I fascisti, da parte loro, iniziarono a plaudire Barzini, illudendolo forse che la vecchia ruggine con Mussolini fosse superata. Si trattava più probabilmente di una mossa tattica.

Barzini tornò in Italia nel 1931, convinto forse d’essere accolto a braccia aperte dal regime. Si sbagliava. Era dai più considerato un relitto della vecchia élite liberale e la sua adesione al nuovo ordine giudicata insincera e interessata. Ancora qualche anno prima, in un discorso pubblico, Mussolini aveva utilizzato nuovamente il termine barzinismo in senso dispregiativo. Grazie all’appoggio di alcuni fascisti moderati, riuscì a ottenere la direzione del Mattino di Napoli, ma ne fu allontanato dopo un anno perché ritenuto – a torto – l’anonimo giornalista che aveva rilasciato delle dichiarazioni contro il regime a una testata francese.

Passò dunque un decennio a elemosinare scampoli di visibilità. Ottenne il titolo di Senatore del Regno, in un periodo dittatoriale in cui era poco più di una onorificenza senza molta sostanza; fu chiamato a collaborare con Il Popolo d’Italia, per il quale scrisse nuove corrispondenze dall’estero, ma in condizioni insoddisfacenti e sottoposto a una censura dieci volte peggiore di prima. Poté seguire, anche se privo della visibilità di un tempo, i nuovi conflitti: inviato in Belgio nel 1940, in Russia nel 1942.

Dopo l’8 settembre 1943, come per molti italiani, la storia di Barzini si tramuta in tragedia. Uno dei suoi figli, Ettore, divenne partigiano nei GAP e nel dicembre di quell’anno fu catturato dai repubblichini. Nel marzo del 1944 Barzini accettò il posto, rimasto vacante, di direttore dell’Agenzia di stampa Stefani per conto della Repubblica di Salò. Sperava forse di sfruttare questa posizione di potere e intercedere per la liberazione del figlio. Cercò infatti di ottenere notizie e richiederne ai tedeschi la scarcerazione, ma Ettore nel frattempo era stato già deportato a Mauthausen. Quando seppe che il figlio era morto nel campo di concentramento, Barzini rassegnò le dimissioni.

Il tentativo era stato inutile, con l’unico risultato di comprometterlo definitivamente agli occhi dei vincitori. Dopo la Liberazione, fu espulso dall’ordine dei giornalisti e gli fu interdetta la professione.

Rimasto solo, senza mezzi di sussistenza e roso dai sensi di colpa per non aver potuto salvare il figlio, il 6 settembre 1947 morì a Milano in seguito a una ingestione di sonniferi su cui aleggiò il sospetto del suicidio. In pochi parteciparono ai funerali di un uomo un tempo adulato come un eroe nazionale.

In questo volume abbiamo raccolto una selezione di corrispondenze di Luigi Barzini dai fronti della Prima Guerra Mondiale, soprattutto da quello italiano. Come abbiamo visto, non si tratta dell’apice del suo successo ma, semmai, dell’inizio del declino. Eppure, nonostante tutte le difficoltà di cui abbiamo parlato, indispensabili per la corretta comprensione di questi articoli, non ne esce sostanzialmente alterata la sua arte.

A rileggere oggi queste cronache, comprendiamo le ragioni del loro vasto successo di pubblico e anche i motivi per cui qualcuno storcesse il naso. Si tratta di un reportage di tipo “narrativo”, come se l’articolo fosse uno dei capitoli di un libro di memorie ancora in fieri. Barzini non scrive “è scoppiata la guerra”, ma racconta di come ha appreso la notizia in nave, mentre viaggiava dal Messico alla Spagna; non si limita a descrivere ciò che ha visto nel Belgio occupato, ma racconta come è arrivato a esserne testimone, le persone che ha incontrato, i pericoli a cui si è sottoposto. Frequenti sono i dialoghi, alla stregua di un romanzo. Poi magari l’attenzione si concentra su un’analisi più generale, ma lo spunto di partenza è quasi sempre un episodio singolo preso a esempio di un fenomeno più vasto.

Si capirà come questo potesse piacere al più vasto pubblico e spiacere, invece, a una ristretta cerchia di pedanti. Ma si capirà anche come questa prosa iniziò a risultare monca, nel momento in cui la censura militare e un distorto senso di patriottismo privarono l’autore della possibilità di raccontare i fatti. “Il pittoresco non offre che ripetizioni,” scrive l’autore, come abbiamo visto, in una lettera privata: in effetti, limitata la possibilità di narrare la realtà, spesso restava soltanto una retorica nazionale che finì per ritorcersi contro la stessa fama dell’inviato.

Quando, invece, gli argomenti c’erano, Barzini era un cronista insuperabile per i tempi. L’altro elemento di interesse è infatti costituito dalla volontà di raccontare ai suoi contemporanei le molte innovazioni che questa tragica guerra portava con sé. La novità della guerra di trincea, l’utilizzo degli aerei in combattimento, lo sviluppo dei sommergibili, la guerra batteriologica, nelle mani di un prosatore così vivace diventano tante occasioni per fare divulgazione, e offrono a noi la possibilità di vedere in diretta, con gli occhi delle persone dell’epoca, ciò che è usuale per noi e non era per loro.

Ma anche le barzinate hanno il loro motivo di interesse. Dovutamente calata nel suo contesto, riletta con l’occhio dei posteri che già conoscono gli eventi successivi, la menzogna o mezza verità è un elemento della storia che merita di essere approfondito. Leggere la descrizione dell’ospedale militare pieno di soldati quasi felici di essere stati feriti, oppure l’articolo scritto alla vigilia di Caporetto, con le sue ottimistiche spacconate sulla prossima sconfitta del nemico, tutto questo è parte integrante – e non un mero dettaglio – della tragedia della guerra.

Ecco alcune delle ragioni per cui ci è sembrato il caso di rimettere mano alle corrispondenze di Luigi Barzini durante la Grande Guerra. Quando ci si imbatte in un articolo sulla sua figura, raramente capita di averne una visione a 360 gradi. Molte rievocazioni postume lo glorificano omettendo più di metà della sua vita, come se la sua carriera si fosse fermata nel 1907 con la Pechino-Parigi; altri scritti lo nominano soltanto per le polemiche del periodo bellico, tratteggiando quasi solo un propagandista e non una delle firme più prestigiose del giornalismo nostrano.

Luigi Barzini è stato, più probabilmente, tutto questo insieme. È stato, in fondo, nient’altro che un uomo, come la maggior parte di noi, intrappolato nel proprio tempo, senza il genio per cambiarlo, senza l’ambizione di combatterlo, piuttosto con il vizio di inciamparci e restare incagliato. Salito rapidamente ai più alti onori, altrettanto velocemente disceso nella polvere, in una vita fatta di lampi di intuizione e tragici errori, e in quanto tale degna rappresentante della storia italiana del XX secolo.

Marcello Donativi