Un galantuomo in parlamento

“Io sono diventato deputato senz’averlo voluto per mia iniziativa, e soprattutto senza meritarmi questo onore”. Iniziano così le memorie di Paolo Mantegazza da cui sono estratte le pagine che vi presentiamo.

Al giorno d’oggi, in un periodo storico in cui da più parti si invoca un rinnovamento della classe politica in contrapposizione a un sistema partitico percepito come un corpo estraneo alla cittadinanza – o una casta, secondo una definizione resa popolare da un recente successo editoriale – la figura dell’uomo comune in Parlamento ha preso una rinnovata attualità e viene spesso invocata come la principale soluzione alla crisi delle istituzioni.

Ma in fondo, secondo il vecchio motto dell’Ecclesiaste, non c’è niente di nuovo sotto il sole. Già agli albori della nostra democrazia rappresentativa, quando nemmeno esistevano veri e propri partiti, la figura del deputato era sentita come appannaggio esclusivo di una ristretta cerchia di professionisti e chiunque entrava da profano nel novero dei legislatori faceva notizia.

Uno di questi fu appunto Paolo Mantegazza. Nonostante un precoce attivismo politico (nel 1848, a soli sedici anni, aveva partecipato alle Cinque Giornate di Milano), il monzese aveva preferito dedicare le sue energie alla carriera scientifica. Divenne presto un tipico intellettuale d’età positivista, laico, liberale e dedito a un ampio ventaglio di discipline, molte delle quali di recente fondazione. Medico per studi, patologo per specializzazione, nel corso di diversi viaggi per il mondo aveva presto esteso i suoi interessi anche alla nascente etnologia (sarà infatti il primo titolare in Italia di una cattedra di antropologia) e anni dopo sarà uno dei primi a diffondere nel nostro paese le teorie darwiniane. Parallelamente coltivava studi di fisiologia, patologia, genetica e financo filosofia. Un caleidoscopio di conoscenze con un unico punto in comune: lo studio dell’essere umano da un punto di vista scientifico.

In tutto questo non mancava del tutto un risvolto politico, nel suo senso generico di interesse per le sorti della collettività. Le idee laiche sui rapporti tra Stato e Chiesa, diverse proposte in materia di profilassi erano prese di posizione che inevitabilmente, se applicate, avrebbero richiesto in diversi casi un intervento legislativo. Mai però il nostro aveva progettato di dedicarsi del tutto alla vita politica attiva, men che meno in qualità di rappresentante dei cittadini. Eppure fu proprio ciò che gli successe nel 1865 quando, candidato praticamente a sua insaputa, non seppe dire di no e vinse le elezioni nel collegio di Monza. A trentaquattro anni, un’età in cui ai tempi non si era più considerati giovani, Paolo Mantegazza diventava deputato del Regno d’Italia.

Erano altri tempi. Innanzitutto il suffragio universale era ancora di là da venire. All’epoca in cui fu eletto, a votare era poco più del 2% della popolazione: il diritto di voto era infatti ristretto ai maschi di età maggiore di 25 anni che sapessero leggere e scrivere e pagassero l’anno almeno 40 lire di tasse. Ne conseguiva che a rappresentare la cittadinanza fosse solo una ristretta cerchia scelta tra le classi più abbienti. Inoltre, non esisteva alcun indennizzo parlamentare. Quello dello stipendio dei parlamentari è uno dei temi più sentiti al giorno d’oggi, diretta conseguenza degli eccessi e degli sprechi a cui è arrivata tale pratica; bisognerebbe però ricordare che, quando in seguito fu introdotto, l’indennizzo aveva lo scopo di permettere a chiunque, povero o ricco che fosse, di esercitare il ruolo di legislatore. All’epoca di Mantegazza, infatti, i rappresentati del popolo non percepivano alcuno stipendio e dovevano provvedere da sé alle spese di vitto e alloggio necessarie per partecipare ai lavori parlamentari.

Fu così che nel novembre del 1865 il nostro prese il treno per recarsi a Firenze, da poco fatta capitale del Regno. Il biglietto del viaggio era gratuito, uno dei pochi privilegi allora concessi; una volta arrivato, però, dovette cercare un albergo a buon mercato, perché anche se apparteneva a quel 2% di privilegiati con il diritto di voto, alloggiare in un’altra città era ugualmente una spesa considerevole.

Presa posizione tra i banchi di Palazzo Vecchio, provò un certo moto di orgoglio all’idea di essere lì in rappresentanza di 40.000 cittadini. L’euforia passò presto. Appena sedutosi, dalla sinistra gli si avvicinò Angelo Brofferio. Il piemontese era ormai un veterano, avendo iniziato nel 1848 nel primo parlamento del Regno di Sardegna, e manifestò a Mantegazza il suo dispiacere di vederlo deputato. Era troppo galantuomo, disse, per sedere lì e aggiunse: “Ti conosco e so che in questo luogo tu non troverai che grandi amarezze.”

Erano parole profetiche, ed ebbero un riscontro il giorno in cui per la prima volta Mantegazza chiese la parola per esprimere il proprio parere. Da professore e conferenziere, era abituato a parlare in pubblico ricevendo attenzione e rispetto; grande fu invece la sua meraviglia quando fu accolto con mormorii di disapprovazione. Certo, abituati oggi alle invereconde scene che ci presentano i nostri rappresentanti parlamentari, tra gente che agita cartelli, urla, cerca di impedire all’altro di parlare e a volta arriva anche alle mani, lo sgomento di Mantegazza di fronte a qualche mugugno può fare anche tenerezza; ma, per quelli che erano gli standard dell’epoca in materia di buona educazione, dovette essere un duro colpo.

Il nostro non si fece scoraggiare da quella prima esperienza. Nel corso degli anni intervenne più volte in aula per sostenere le sue battaglie, ad esempio in materia di istruzione o di rapporti tra Stato e Chiesa, cercando di portare nell’esperienza politica le idee positiviste che animavano la sua vita professionale. Ne ricevette ora lode, ora critiche, a volte qualche minaccia. Le esigenze partitiche poco si addicevano a uno spirito libero come il suo. Ne ebbe una amara prova il giorno in cui, nel 1868, votò contro l’introduzione della tassa sul macinato caldeggiata dalla destra storica cui apparteneva. Mentre pronunciava la sua intenzione (il voto era palese ed espresso a voce) dalla sinistra, cioè dall’opposizione, si levarono grida di approvazione. Mantegazza, nella sua ingenuità, se ne compiacque, contento che qualcuno appoggiassse il suo punto di vista. I suoi compagni di partito lo presero invece come un tradimento e qualcuno gli tolse persino il saluto.

Pian piano perse progressivamente interesse e passione per la vita politica.
Nel 1875 annotava nel suo diario: “La vita politica non mi piace, che quando è chiusa la Camera!” Di lì a poco avrebbe maturato la decisione di non presentare più la sua candidatura.

Sull’esperienza ritornò però alcuni anni dopo, quando svolse il racconto dei suoi dieci anni alla Camera in un volume intitolato Ricordi politici di un fantaccino del Parlamento Italiano. Ed è da questa opera che abbiamo estratto i capitoli finali, i quali costituiscono una sorta di saggio a sé stante. Astraendosi dalla propria esperienza personale, Mantegazza prova ad applicare al mondo parlamentare il metodo scientifico già utilizzato per studiare e classificare le piante, gli animali o le etnie. Studioso degli uomini, applica il suo metodo a quella particolare categoria di uomini chiamati politici, come se si trattasse degli abitanti di un’isola tropicale. Prova dunque a fornire una risposta ad alcune domande. Quali sono le qualità che distinguono l’uomo politico dagli altri? In quante e quali categorie si potrebbero dividere i deputati? E, soprattutto, il Parlamento rappresentativo – all’epoca una novità assoluta per l’Italia – è un’esperienza fallimentare da superare in qualche modo o un buon punto di partenza per successive migliorìe?

Quali siano le risposte, lo lasciamo volentieri scoprire al lettore. Se però a più di centocinquanta anni di distanza siamo ancora lì a porci domande simili, questo ha probabilmente un suo significato.

Antropologia del parlamento italiano, Paolo Mantegazza
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