Di libri e mappe di viaggio

Prefazione a
Storia di Napoleone – Paul-Mathieu Laurent de l’Ardeche

È possibile scrivere la prefazione di un’opera parlando pochissimo del suo argomento e del suo autore?

È possibile, è possibile. Un libro, tanto più se è la riedizione di un volume di un paio di secoli fa, non è soltanto la somma delle parole che vi sono contenute, ma racchiude in sé una catena di storie, una mappa di viaggio nel tempo e nello spazio che passa attraverso chi l’ha pensato, chi l’ha realizzato, coinvolge una singola copia tra le tante stampate e le poche o molte mani che se la sono tramandata.

Quella che avete davanti è una biografia di Napoleone Bonaparte, una delle prime mai scritte. Eppure, la storia di come si sia arrivati dal manoscritto dell’autore alla copia che state leggendo in questo momento è una vicenda dalle molte sfaccettature, non tutte chiare, non tutte lineari, la quale coinvolge – citando in ordine sparso – Place de Clichy a Parigi, 221 Baker Street a Londra, l’assedio di Tarragona del 1811, un misterioso biglietto di carrozza del 1870, la stazione ferroviaria di Morbegno, Palazzo Foresti Papadopoli a Venezia.

“E più che in ogni altro luogo i collegati trovarono il duro intoppo alla barriera di Clichy. Il decano de’ soldati della Francia, il venerando Moncey, era là insiem con suo figlio e il capo dello stato maggiore, Allent; e alcuni famosi artisti, alcuni segnalati scrittori li circondavano esposti ai medesimi pericoli”. Così scrive Paul-Mathieu Laurent al capitolo XLIX di questo libro. È il 30 marzo 1814 e gli Alleati russi, prussiani e austriaci marciano su Parigi. Tuttavia, alla Barriera di Clichy, uno dei punti di accesso alla città, è organizzata una disperata resistenza, che per qualche tempo fa sperare di poter respingere l’avanzata dei cosacchi. Si tratta di illusioni: il giorno dopo sarà firmato l’armistizio che permetterà agli Alleati di entrare a Parigi, decretando la prima caduta di Napoleone.

L’episodio è rappresentato in un famoso dipinto esposto al Museo del Louvre. Nell’opera la battaglia è sullo sfondo, in parte offuscata dal fumo delle polveri, mentre in primo piano spiccano i soldati della Guardia Nazionale parigina, molti dei quali feriti. Un ufficiale a cavallo, probabilmente Moncey, detta gli ordini.

Il dipinto, del 1820, ci interessa non soltanto per la sua celebrità o perché tratta un episodio raccontato da Laurent, ma anche per un altro motivo. Lo storico racconta infatti di molti artisti e scrittori impegnati a difendere la città nelle fila della Guardia; ebbene, tra questi c’era Horace Vernet, autore non soltanto del dipinto, ma soprattutto delle incisioni che decorano il libro che avete in mano. E difatti, al citato capitolo XLIX, è presente un’illustrazione che rappresenta, ovviamente semplificato, lo stesso episodio.

Paul-Mathieu Laurent de l’Ardèche, l’autore, e Horace Vernet, l’illustratore, si passavano pochi anni, erano praticamente coetanei. All’epoca dei fatti di Clichy il primo aveva ventuno anni e il secondo venticinque. Entrambi, al ritorno di Napoleone in Francia dopo l’esilio all’Isola d’Elba, si erano messi a disposizione dell’Imperatore e al momento della Restaurazione ebbero i loro fastidi per il ruolo, pur marginale, svolto nei Cento Giorni. Laurent dovette scontare alcuni mesi di prigione come sospetto cospiratore contro il rinato governo borbonico; Vernet, da parte sua, si vide inizialmente rifiutare l’esposizione del dipinto, per il tema dichiaratamente filonapoleonico. In seguito, man mano che la storia della Francia ottocentesca muoveva avanti e parlare di Napoleone diventava sempre meno un tabù, i due costituirono il sodalizio che portò nel 1839 l’editore Dubochet a stampare la monumentale Histoire de l’empereur Napoléon, una delle prime mai scritte e di successo. Da un certo punto di vista una delle opere che più hanno contribuito a costruire il mito napoleonico. Lo stesso anno era stampata a Torino anche una traduzione italiana, quella che vi apprestate a leggere.

E questo ci porta a parlare di un terzo attore di questa storia, e per introdurlo dobbiamo andare leggermente indietro nel tempo, nello spazio e nelle pagine del libro. Dal capitolo xlix andiamo al XXXIV, dove troviamo un’altra incisione di Vernet, questa volta relativa a un episodio delle guerre di Spagna. Alcuni fanti francesi, aperta una breccia in un muro difensivo, si lanciano all’assalto, e il primo della fila cade sotto i colpi nemici. Siamo in Catalogna tra il maggio e il giugno del 1811. Scrive Laurent: “Suchet tornò incontanente in Catalogna alle porte di Tarragona. Questa città era l’uno de’ baluardi della generale sollevazione nel settentrione della Penisola; e la difendevano ottomila combattenti, che il mare forniva a dovizia di ogni vettovaglia e bisogno al vivere e al guerreggiare. Il generale Suchet vi pose l’assedio guidando seco quarantamila uomini, e in capo a due mesi la pigliò per assalto, il dì 21 del giugno 1811”.

Il traduttore italiano del libro si sente in dovere di aggiungere una lunga nota per fare alcune precisazioni sul numero dei soldati coinvolti e sulla data di termine dell’assedio: il 28, non il 21 di giugno. Il motivo della sua pignoleria è comprensibile: Antonio Lissoni, questo il suo nome, era presente a quell’episodio in qualità di ufficiale di cavalleria.

Ecco dunque un altro testimone oculare tra gli autori di questa pubblicazione. Lissoni era nato nel 1787, era dunque il più anziano dei tre. Originario di Milano, apparteneva a quegli italiani che avevano intrapreso la carriera militare nell’esercito del Regno d’Italia fondato da Napoleone nel 1805. In quanto parte dell’Impero Francese, tali contingenti erano spesso stati aggregati anche a campagne in giro per l’Europa. Lissoni, per esempio, in altra nota allude alla sua partecipazione anche alla battaglia di Lipsia del 1813.

Ne consegue che la sua è qualcosa di più di una semplice traduzione, tant’è vero che il titolo stesso dell’opera cambia in: “Storia di Napoleone di P. M. Laurent de l’Ardèche, illustrata da Orazio Vernet, voltata in italiano da Antonio Lissoni, antico uffiziale di cavalleria, e da esso cresciuta delle imprese militari delle soldatesche italiane”.

Lissoni si prende, infatti, più di qualche libertà nel volgere in italiano la storia di de l’Ardèche. L’esempio più vistoso è al capitolo vi, al termine del quale Napoleone, conclusa la Campagna d’Italia, parte per la spedizione in Egitto. L’ufficiale italiano sospende per un momento la traduzione e aggiunge di suo pugno numerose pagine sul contributo dei soldati italiani alle imprese del generale côrso. Questo resterà un episodio isolato, nel senso che nel prosieguo dell’opera Lissoni preferirà aggiungere le sue considerazioni in nota, anziché intervenire direttamente nel testo. Non cambia tuttavia lo scopo ultimo del suo intervento: l’obiettivo di fondo è polemizzare con l’autore francese, accusato di sminuire o tacere del tutto i meriti degli italiani a favore della gloria di Napoleone. La tirata d’orecchi si estende in generale a tutti gli storici che fino ad allora hanno trattato l’argomento: “[…] tutti gli storici francesi, nessuno dei quali, specialmente nel racconto di quelle prime guerre, avvisò essere da parlare delle italiane soldatesche, quantunque dall’un confine all’altro dell’Italia esse abbiano adoperato in pro della Francia molto più in là di quello che non pure non è voluto concedere e confessare da’ Francesi […]”.

Il libro diventa perciò una sorta di dialogo continuo tra Laurent de l’Ardèche che fornisce la sua versione dei fatti e Lissoni che o la smentisce, o si preoccupa di integrare, puntualizzare, correggere in difesa dell’onore militare della sua gente. Come, per fare un altro esempio, nel caso della battaglia di Austerlitz, al capitolo xx. Arrivati al celebre episodio, di recente immortalato anche nel peraltro discutibile film di Ridley Scott, in cui i fanti russi fuggono sul lago ghiacciato e muoiono annegati perché l’artiglieria francese ne bombarda la superficie, Lissoni ci tiene a precisare che era stata un’artiglieria italiana a fare fuoco sui Russi in fuga, comandata da un certo tenente Fortis.

Per dare un ulteriore tocco di italianità alla sua versione, il traduttore si permette anche di aggiungere un’appendice. Si tratta di un’ode in onore di Napoleone, della quale lì per lì non riporta l’autore. Bisogna andare all’indice per essere informati che quel componimento, intitolato Il cinque maggio, è opera di un certo Alessandro Manzoni.

* * *

In apertura abbiamo citato un indirizzo di Londra. Spostiamoci allora ancora nel tempo e nello spazio e rechiamoci al civico 221 di Baker Street, nel 1894. All’interno di un appartamento due gentiluomini inglesi stanno assolvendo l’immancabile rito del tè pomeridiano. Iniziano a conversare sul seguente quesito: le qualità dell’individuo sono dovute più ai caratteri ereditari o all’impegno della persona nello svilupparle? Il primo signore, lo stimato dottor John H. Watson, sostiene che le incredibili doti deduttive del suo amico siano da attribuire più che altro all’allenamento. Il suo interlocutore, mister Sherlock Holmes, risponde che ciò è vero solo in parte: per un verso ha ereditato il genio da sua nonna, che era la sorella di Vernet, il pittore francese.

Ebbene sì, l’investigatore Sherlock Holmes era un discendente dell’illustratore di questo libro.

Ovviamente niente di tutto questo è avvenuto nella realtà. Si tratta infatti della scena di un racconto di fantasia intitolato The Greek Interpreter, scritto da Arthur Conan Doyle e incluso nella raccolta Memoirs of Sherlock Holmes. Inutile specificare che l’investigatore sia un personaggio inventato: tuttavia il suo autore decise di nobilitarne il sangue attribuendogli una parentela con un reale personaggio storico.

Stiamo divagando? È possibile. Eppure le doti di Sherlock Holmes potrebbero essere utili da questo momento in poi, quando ci apprestiamo ad addentrarci nell’indagine non più sull’origine dell’opera, ma della copia fisica che abbiamo utilizzato per produrre questa ristampa.

Le uniche informazioni sicure sono due estremi spazio-temporali. La copia nasce sicuramente a Torino nel 1839, nella stamperia di tale Alessandro Fontana, e intorno al 1970 viene portata in un appartamento di Brindisi. Ma cosa accade nel mezzo? Quasi certamente è passata per alcune tappe intermedie.

Dobbiamo fare l’ennesimo passo indietro. Spostiamoci in provincia di Sondrio, nella bassa Valtellina. Siamo nella metà del xix secolo e il neonato Regno d’Italia è impegnato in un’incessante opera di ammodernamento dei trasporti, il cui simbolo più rilevante è la ferrovia. La penisola è incisa da nord a sud da nuove strade ferrate, e stazioni ferroviarie spuntano come funghi: il secolo del progresso, del ferro, del vapore ridisegna senza sosta il nostro paesaggio. Nel 1885 è inaugurata una nuova tratta per collegare Lecco e Sondrio. In questo ambito, costruiscono anche una stazione ferroviaria nel comune di Morbegno.

Perché è rilevante per la nostra storia? In un anno imprecisato tra il 1885 e il 1894 un ferroviere di nome Amerigo, di origine toscana, è assegnato alla stazione di Morbegno. Porta con sé la moglie Argia. A dicembre 1894 Argia, sventuratamente, muore di parto nel dare alla luce due gemelli. Sono un maschio e una femmina: lui è battezzato Jefferson, lei Renata. Sarà proprio Renata, circa ottanta anni dopo, a portare il libro in quell’appartamento di Brindisi.

Ma come ne era venuta in possesso? È quasi certo che non fosse del padre. Quella copia della Storia di Napoleone, con tutta probabilità, in quel momento si trovava a Venezia.

Vedremo tra poco il motivo per cui questa collocazione è più che sicura. Divertiamoci intanto a fare gli investigatori.

Tra le pagine del libro abbiamo trovato un paio di biglietti. Uno è un piccolo tesserino bianco, su carta rigida, con inciso un nome e un cognome a rilievo. Sembrerebbe una specie di biglietto da visita, se non fosse che non riporta alcuna informazione oltre il nome, né un indirizzo, né una qualifica del personaggio. Si trattava probabilmente di un biglietto stampato con l’idea di essere completato con qualche messaggio da lasciare alla residenza del destinatario, come si usava all’epoca.

Il nome inciso è di tale Alexandre Aumüller. Difficile risalire con esattezza alla sua identità, ma possiamo fare qualche ipotesi. A quanto pare il cognome Aumüller, anche in alcune varianti come Aumiller o d’Aumiller, apparteneva a quelle famiglie di funzionari di origine austriaca residenti nelle regioni italiane controllate dall’autorità asburgica.

Partiamo dal presupposto che all’epoca con i nomi proprio non si andasse troppo per il sottile, nel senso che spesso li si traduceva in questa o quella lingua, secondo le abitudini o le convenienze. L’uomo del biglietto si firma Alexandre, alla francese; data la sua origine tedesca, è probabile che in realtà si chiamasse Alexander; tuttavia, niente esclude che in certe occasioni si facesse chiamare Alessandro, in italiano. E allora si potrebbe identificare con un paio di personaggi di cui la storia ha registrato una minima traccia.

Di un Alessandro Aumiller abbiamo notizia in un albero genealogico, che ne segnala la nascita nel 1838 in provincia di Cremona e la morte a Venezia nel 1914, di professione “commendatore e prefetto”.

Un altro indizio è presente in alcuni documenti di argomento… musicale. Ci è arrivato il libretto di un’opera lirica intitolata I figli di Cosimo, rappresentata al Teatro Apollo di Venezia durante il carnevale 1857-58. Il libretto era opera di un certo Ferdinando Garbini, la musica è invece attribuita a un compositore di nome Alessandro Aumüller, stavolta con il cognome esatto. Secondo una fonte non verificabile sarebbe nato nel 1837. Si tratterebbe dunque di un compositore dimenticato, di cui, oltre al libretto citato, ci sono arrivati anche alcuni spartiti e titoli di opere, che fanno pensare comunque che vivesse a Venezia. Per esempio, esiste uno spartito con la seguente intestazione:

Polka,
componirt und allen Gönnerinnen der Damen Zeitung “Iris”
gewidmet von
Alex. Aumüller in Venedig.

Cioè: Polka, composta e dedicata a tutte le sostenitrici del giornale femminile “Iris” da Alex. Aumüller a Venezia.

Era il possessore originario del libro? Soltanto un conoscente di cui il possessore ha conservato il biglietto? Quello che conta è l’idea che prima di quel fatidico 1894 il libro si trovasse nella città lagunare.

Il secondo foglio è un biglietto dei trasporti. Non ferroviario, però, ma di una carrozza. Si tratta di un biglietto prestampato da completare a mano con i dati di viaggio. Proprio questa parte manuale, a causa della grafia, è di difficile interpretazione, ma possiamo azzardare una lettura:

N.1 ore 3 pomeridiane
VETTURA PUBBLICA GIORNALIERA
li 7 8.bre 1870
Ha pagato il Sig. N. N. It. L. 2
da Belluno a Feltre
Con diritto di bagaglio Kil. 15.
A. BENINCÀ

La partenza sembra essere proprio Belluno, la destinazione si legge male e Feltre è soltanto un’ipotesi. Siamo comunque nel Veneto. D’altra parte Benincà, il cognome del proprietario della ditta (probabilmente una piccola agenzia di carrozze, o semplicemente il proprietario di una singola vettura) è diffuso più che altro tra le province di Treviso e Belluno.

Non abbiamo il nome del viaggiatore: N. N., è scritto. Non sapremo mai chi fosse e a quale scopo dovesse compiere quello spostamento. Ma ci piace pensare che avesse il libro con sé.

Sia come sia, due indizi fanno una prova: la copia del volume, nella seconda metà del xix secolo, si trovava in Veneto, e più precisamente a Venezia. Ma, come dicevamo, non è soltanto questo gioco da indagatori da strapazzo a portarci a tale conclusione. Altri elementi ci portano a identificare non solo la città in cui il libro si trovava in quel 1894, ma anche il punto esatto.

Chi arriva oggi a Venezia via terra ha come prima tappa obbligata Piazzale Roma. È infatti l’ultimo avamposto della mobilità a motore: da quel punto in poi, che sia l’autobus, l’automobile, il tram o il treno, si è costretti a scendere e proseguire a piedi. Solitamente, per entrare in città, la fiumana dei turisti, passato un piccolo ponte, supera un cancello nei pressi di un’edicola e attraversa un giardino oggi pubblico e un tempo privato. Sullo sfondo si intravede l’Hotel Papadopoli; in primo piano, invece, vi è un altro palazzo signorile, risalente al xvi secolo, per tanti anni sede della Polizia Municipale.

Si tratta del Palazzo Foresti Papadopoli. Ebbene, abbiamo ragione di credere che a fine ottocento il libro fosse conservato lì.

In quel dicembre del 1894, mentre Argia moriva a Morbegno, il palazzo Foresti Papadopoli era di proprietà di Giuseppe e Paola, una coppia di nobili veneziani, imparentati alla lontana con la sventurata madre. Amerigo, il padre dei gemelli, rimasto vedovo, non se la sentì di occuparsi di entrambi i figli e tenne con sé il maschio; Renata fu affidata proprio alle cure dei coniugi, che non avevano figli. Pur senza mai adottarla in modo formale, di fatto la crebbero loro, portandola con sé nel palazzo di cui abbiamo parlato.

E Renata cresce a Venezia e lì resta fino all’incirca al primo dopoguerra. In quegli anni accade che i genitori quasi-adottivi muoiono nominandola unica erede. Non molto tempo dopo vende il palazzo Foresti Papadopoli al Comune di Venezia, che apre al pubblico il giardino e trasforma l’edificio in una scuola pubblica.

La cessione dei beni immobiliari non è casuale: Renata ha deciso di lasciare Venezia e raggiungere il padre, Amerigo, che nel frattempo è stato nominato capostazione di Brindisi. Attraversa tutta l’Italia portando con sé diversi cimeli veneziani: mobili, tappeti, quadri e una grande quantità di libri antichi. Non potendoli tenere tutti, ne dona la maggior parte alla locale biblioteca dell’Arcivescovado. Ecco perché, ancora oggi, in quella biblioteca di Brindisi si possono consultare diversi testi sulla storia di Venezia. Ne conserva però alcuni.

Un’altra traccia, molto labile, certifica questo passaggio al sud. All’interno della copertina sono appuntati a matita un nome e un indirizzo: Giuseppina Cinieri, via Mazzini 79. Chi era costei? Non sappiamo. Cinieri è un cognome diffuso per lo più in provincia di Brindisi, soprattutto in paesi come Francavilla Fontana, Latiano, Carovigno. Di vie Mazzini ne esistono in qualunque comune italiano, tuttavia dev’essere una strada sufficientemente lunga per avere questo civico. A Brindisi, via Mazzini al giorno d’oggi si ferma al civico 77, ma non è detto che la numerazione fosse la stessa più di cento anni fa.

Nei decenni successivi Renata mette su famiglia, ha dei figli che a loro volta si sposano, cambia un paio di volte casa e finalmente, all’alba degli anni ’70, si trasferisce in un appartamento all’ultimo piano di un nuovo palazzo costruito nella (a quei tempi) periferia di Brindisi. E porta con sé diversi libri ereditati dalla famiglia adottiva, tra i quali la Storia di Napoleone di P. M. Laurent de l’Ardèche, illustrata da Orazio Vernet, voltata in italiano da Antonio Lissoni, antico uffiziale di cavalleria.

Morirà nel novembre del 1980.

Come faccio a sapere tutto questo?

Lo ammetto: ho barato. Non si è trattato di una difficile ricerca di archivio. La verità è molto più semplice: Renata era mia nonna e il palazzo di Brindisi quello in cui sono nato e cresciuto. Quel libro l’ho sempre avuto sotto gli occhi. Soltanto in età adulta mi sono deciso ad aprirlo, leggerlo e condividerlo, oggi, con voi.

Buona lettura.

Marcello Donativi