Prefazione a
Memorie di una schiava – Mary Prince
Se questa storia fosse la sceneggiatura di un film, inizierebbe non dico dalla fine, ma quantomeno dal mezzo.
Nel novembre del 1828 il signor Thomas Pringle aveva trentanove anni e un lavoro come segretario a Londra, al numero 18 di Aldermanbury. Era originario di un piccolo borgo vicino a Kelso, in Scozia, ma nel 1820 era emigrato nell’attuale Sud Africa, dove gli Inglesi avevano costituito, con i territori strappati agli Olandesi, la Colonia del Capo di Buona Speranza, e cercavano di invogliare dei bianchi a popolarla tramite l’assegnazione di lotti di terra. Tuttavia, già pochi anni dopo, nel 1827 Pringle aveva deciso di lasciare l’Africa e tornare in Gran Bretagna. Troppo forte era stato il contatto con la realtà brutale del colonialismo: in breve tempo si era messo contro le autorità locali e aveva dovuto rinunciare sul nascere a certi suoi progetti culturali, come una scuola privata e un paio di periodici. Trasferitosi a Londra, le convinzioni maturate dall’altra parte del mondo lo avevano messo in contatto con un’associazione dal nome articolato di Society for the Mitigation and Gradual Abolition of Slavery Throughout the British Dominions (“Associazione per la mitigazione e la graduale abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche”), che tutti, per brevità, conoscevano semplicemente come Anti-Slavery Society. Poco tempo dopo ne era diventato il segretario. In seguito avrebbe lasciato il ricordo dei suoi anni africani in un’opera in due volumi intitolata Narrative of A Residence in South Africa. Ma non è quest’opera a interessarci adesso.
In quel periodo ospitava a casa un’amica più giovane, una venticinquenne proveniente dalle parti di Ipswich, anche lei convinta abolizionista, nonché aspirante scrittrice, di nome Susanna Strickland. Da ospite premuroso, non si era limitato a offrirle un tetto, ma anche a presentarle un suo amico, il veterano di guerra John Moodie, che alcuni anni dopo divenne suo marito. I due nel 1831 si trasferiranno in Canada, dove lei intraprenderà, col nome da signora di Susanna Moodie, una discreta carriera letteraria di romanzi e libri per bambini. La sua opera più famosa, Roughing it in the Bush, è il memoriale della sua emigrazione, che ne fa tuttora una delle scrittrici più famose della letteratura canadese. Ma non è neanche questo a interessarci. Al tempo in cui era ospite di Pringle aveva un altro cognome e forse non immaginava ancora di diventare canadese.
No, torniamo a quel novembre 1828. Oggi la zona di Aldermanbury, ricostruita dopo essere stata distrutta dai bombardamenti nazisti del 1940, ha un’architettura moderna, ma cerchiamo di immaginarla come doveva essere in quell’inizio ottocento. Figuriamoci uno stereotipo dickensiano, case di mattoni, freddo, umido, smog e gente indaffarata che cammina con cilindro e bastone. Da tutto quel grigiore spuntano due donne e fanno il loro ingresso presso la sede dell’Associazione. Una è inglese, bianca, una conoscente di Thomas Pringle, e si integra alla perfezione con il quadro che abbiamo dipinto. L’altra, invece, benché sia vestita come una londinese, ha una fisionomia all’epoca inconsueta in quella città, che le impedisce di sfuggire agli sguardi. È infatti una signora di colore di circa quarant’anni, mai vista prima. Sostiene di chiamarsi Mary, anche se molti la chiamano Molly. Il cognome, quello non è molto chiaro nemmeno a lei. Il padre si chiamava Prince, ma in tutti i documenti più recenti lei è registrata come Wood. Ma Wood non è il cognome della sua famiglia: è quello dei suoi padroni. Perché Mary è una schiava, di proprietà dei coniugi John e Margaret Wood, sudditi britannici residenti nell’isola di Antigua, nelle Antille.
Ha molte cose da chiedere e da raccontare ma, su tutte, una domanda le preme in modo particolare: lei, Mary Wood o Mary Prince o Molly, o in qualunque altro modo la si voglia chiamare, adesso che si trova a Londra può considerarsi a tutti gli effetti una persona libera, affrancata dalle catene?
Non era una domanda dalla risposta facile, ma per capirlo dobbiamo approfondire cosa fosse l’istituto della schiavitù nella Gran Bretagna dell’epoca.
Sin dal xvi secolo, all’indomani della scoperta del Nuovo Mondo, le principali potenze coloniali si erano poste il problema di come sfruttare a buon mercato le risorse naturali dei nuovi territori, in termini di miniere, ma soprattutto di infiniti terreni coltivabili. [1] Su una cosa sembravano essere tutti d’accordo. Si sarebbe fatto ricorso a un istituto vecchio come la storia, ma apparentemente scomparso dai tempi dell’antica Roma: la manodopera di massa forzata, in una parola lo schiavismo. Sulle prime gli Spagnoli avevano d’istinto pensato di ridurre in servitù le popolazioni locali. Due problemi si erano frapposti. Da un lato i nativi delle Americhe, senza avere avuto per millenni alcun contatto con gli Europei, pativano l’assenza di anticorpi a contrastare le numerose malattie importate dal Vecchio Mondo; morivano a frotte per una banale influenza, non sembravano dunque sufficientemente forti per reggere i ritmi massacranti del lavoro forzato. Dall’altra parte ci si era messo di mezzo il Papa. Nel 1537 Paolo III emanò la bolla Sublimis Deus, con la quale riconosceva ai cosiddetti indiani delle Americhe lo stato di “uomini veri” e, in quanto tali, degni di ricevere la parola di Dio; gente dunque da convertire, non da ridurre in schiavitù, tant’è che proibiva assolutamente di asservirli, anche se ancora pagani. Nei due secoli successivi la Chiesa continuò a emanare disposizioni di questo tipo, arrivando nel xviii a minacciare di scomunica chiunque facesse traffico degli indios. No, i nativi non si potevano toccare. Questa bolla papale, però, come anche le successive, conteneva un curioso vuoto legislativo. Si limitava, infatti, a bandire la schiavitù nei confronti degli indios, ma niente diceva a proposito delle popolazioni che abitavano dall’altra parte dell’Atlantico. Si trattava di genti robuste, abituate ai lavori di fatica, e sufficientemente diverse dal punto di vista estetico che poteva avere buon gioco chi sostenesse, come giustificativo, il fatto che non fossero “uomini veri” come gli Amerindi. Vivevano inoltre in un contesto che già contemplava lo schiavismo, quindi non c’era nemmeno da sforzarsi troppo ad assoggettarli: ci avrebbero pensato degli imprenditori dello stesso continente, ben disposti a vendere o barattare quella merce umana direttamente sulle coste.
Ebbe così inizio la cosiddetta Tratta atlantica, una delle pagine più vergognose della storia moderna. Le sue origini ebbero luogo nel xvi secolo, il suo sviluppo nel xvii, ma nel xviii raggiunse il culmine, con l’aumentare delle potenze coloniali e la diffusione sempre maggiore delle coltivazioni estensive di tabacco, cotone e canna da zucchero. È ancora oggi difficile stabilirne le proporzioni, ma le stime più recenti oscillano tra i 7 e i 15 milioni di persone comprate in Africa e portate in servitù nelle varie colonie spagnole, portoghesi, britanniche, francesi, olandesi. Una deportazione di massa di cui si trovano pochi equivalenti nei secoli. Furono in particolare gli Inglesi, col tempo, a conquistare un ruolo predominante in questo commercio d’anime. Nel xviii secolo, al suo massimo, la tratta seguiva infatti una famosa rotta triangolare: le navi, opportunamente attrezzate per accogliere sotto coperta il maggior numero di esseri umani incatenati in spazi angusti, partivano dall’Inghilterra cariche di beni da barattare in cambio di schiavi, raggiungevano le coste occidentali dell’Africa, facevano rifornimento e portavano la merce nelle Indie Occidentali, soprattutto nelle isole caraibiche, che erano diventate il fulcro della coltivazione della canna da zucchero. Circa il 16% dei prigionieri moriva durante il trasporto, i sopravvissuti erano messi all’asta nelle stesse fiere in cui si vendeva il bestiame.
Al di là dell’evidente problema morale, tale istituzione poneva anche dei non trascurabili dilemmi di diritto. Come si poteva infatti conciliare il fatto che nelle colonie alcuni individui potessero essere privati arbitrariamente della libertà personale, quando nelle rispettive madrepatrie la stessa era per lo più tutelata, almeno in assenza di un crimine conclamato? Le istituzioni britanniche provarono con il tempo a regolamentare il fenomeno. Nel 1667 il Parlamento emanava l’Act to Regulate Negroes on British Plantations, un provvedimento che di fatto legittimava la schiavitù nelle colonie, lasciando allo stesso tempo libertà ai governi locali di dotarsi di una propria legislazione in merito. Restava il problema della madrepatria. Nel 1706 la sentenza di un processo in Inghilterra aveva stabilito che “la legge non contempla schiavi”; e nello stesso anno, sempre una sentenza analoga aveva chiarito che sul suolo inglese nessun uomo potesse essere proprietà di un altro. Una settantina di anni dopo, con il cosiddetto processo Somerset (1772), la legge era stata portata a decidere se un uomo in condizione di schiavitù in una colonia, una volta portato in Inghilterra, potesse essere soggetto alle stesse restrizioni della libertà. James Somerset era infatti il nome di uno schiavo portato con sé dal proprio padrone dalla Virginia a Londra; una volta lì era fuggito ed era stato catturato di nuovo come si sarebbe fatto in America. Il tribunale tuttavia stabilì che in Inghilterra ciò non fosse possibile e ne ordinò la liberazione.
Nonostante questi precedenti, la legge manteneva comunque una posizione ambigua. Ma c’è un altro elemento d’interesse in questa vicenda. Il processo Somerset non avrebbe potuto avere luogo, se non fosse stato per l’insistenza di una nuova categoria emergente di cittadini britannici: gli abolizionisti. Se lo schiavismo era ormai diventato un’abitudine per i residenti delle colonie, laddove svolgeva un ruolo importante per l’economia locale, in madrepatria iniziava invece a suscitare orrore, soprattutto in alcuni ambienti religiosi protestanti. Questo portò a pressioni sempre maggiori sul governo perché la schiavitù fosse abolita, nonostante le resistenze del potere politico, legate più che altro a conflitti d’interesse con le attività commerciali.
La figura più significativa di abolizionista fu senza dubbio William Wilberforce. [2] Dopo avere già intrapreso la carriera politica, una crisi religiosa lo portò ad avvicinarsi ad attivisti come Thomas Clarkson e divenire il portavoce delle loro istanze nel Parlamento inglese. A partire dal 1787 condusse una battaglia strenua contro lo schiavismo, che ottenne nel 1807 l’approvazione dello Slave Trade Act. Questo provvedimento proibiva finalmente la tratta degli schiavi. Non aboliva la schiavitù in sé: chi era già schiavo lo sarebbe rimasto (sempre e solo nelle colonie), e così i suoi figli, a meno che non fosse dichiaratamente affrancato dal proprio padrone. Tuttavia, la popolazione degli schiavi non poteva più essere alimentata con alcuna forma legale di commercio.
Si trattava soltanto di un primo passo, anche se importante e condiviso, in quegli anni, dalla maggior parte degli stati occidentali. Wilberforce, tuttavia, non si arrese, puntando all’abolizione totale e alla liberazione degli schiavi, e fu proprio lui, assieme a Clarkson, a fondare nel 1823 la Society for the Mitigation and Gradual Abolition of Slavery Throughout the British Dominions di cui Thomas Pringle era il segretario, e il cui nome, crediamo, adesso risulterà più chiaro al lettore.
Torniamo quindi a Mary Prince e alla sua domanda: poteva considerarsi una donna libera per il solo fatto di trovarsi a Londra?
La donna raccontò la propria storia. Narrò di come, figlia di schiavi, era nata schiava ella stessa, sin dalla culla. Di come, cresciuta a Gran Bermuda, la maggiore isola dell’omonimo arcipelago, era passata di padrone in padrone, di lavoro in lavoro, fino a trasferirsi nelle Antille inglesi, in un crescendo di soprusi, violenze, umiliazioni. Descrisse le sensazioni provate quando, ancora bambina, era stata messa in vendita a un’asta pubblica; i maltrattamenti e le punizioni corporali subìte da parte di vari padroni; la terribile esperienza di alcuni anni passati a lavorare nelle saline dell’isola di Grand Turk. I suoi ultimi padroni, i coniugi Wood, con i quali viveva ad Antigua, l’avevano portata con sé a Londra perché si occupasse dei lavori domestici durante una loro permanenza temporanea. Una volta in Inghilterra i rapporti già tesi tra i padroni e la schiava si erano acuiti ulteriormente, fino a una rottura totale. Tuttavia, il signor Wood era consapevole che in quel territorio Mary fosse formalmente libera: non poteva trattarla come una schiava, non poteva rinchiuderla, né sottoporla a punizioni corporali, né ad alcuna forma di coercizione. L’aveva, dunque, semplicemente cacciata di casa, forse nella speranza che, priva di mezzi di sussistenza in un paese straniero, sarebbe tornata con la coda tra le gambe a chiedere perdono.
Mary, invece, aveva cercato l’aiuto della chiesa moraviana, cui si era affiliata nel suo paese, e aveva ottenuto non soltanto assistenza materiale, ma anche il consiglio di rivolgersi all’Associazione contro la Schiavitù. Desiderava infatti tornare ad Antigua, dove aveva lasciato un marito cui voleva ricongiungersi, ma voleva rassicurazioni sul fatto che la libertà conquistata arrivando in Inghilterra potesse considerarsi definitiva in qualunque parte del mondo.
Thomas Pringle sottopose il caso di Mary a un avvocato. Il responso non fu però confortante: stando alle leggi correnti, la donna poteva considerarsi libera soltanto finché fosse rimasta in Inghilterra; se fosse tornata ad Antigua avrebbe automaticamente riacquisito lo status di schiava di proprietà dei signori Wood. Era l’ambiguità legislativa cui accennavamo in precedenza: la donna si trovava pertanto davanti a una scelta drammatica, tra la propria famiglia e la libertà.
Pringle non si arrese e cercò in più modi di ottenere la definitiva affrancatura di Mary, ma senza esito. I coniugi Wood, per ripicca, non intendevano in alcun modo dare l’assenso a che fosse liberata, e cercarono in tutti i modi di diffamarla, dipingendola come una dissoluta e un’ingrata. Il segretario dell’associazione decise allora di giocare la carta di sollevare l’opinione pubblica: la storia di Mary Prince doveva essere conosciuta dal pubblico inglese. Bisognava pubblicare un libro.
Ma ci voleva un ghost writer, e forse anche un editor. Mary, pur avendo ricevuto una rudimentale educazione ed essendo in grado, con qualche difficoltà, di leggere e scrivere, non ne sarebbe stata capace da sola. Ma tornate all’inizio di questa prefazione: chi era in quel periodo ospite di Pringle? Bravi: Susanna, l’aspirante scrittrice di Ipswich. La squadra era allora composta: Mary avrebbe raccontato la sua storia, Susanna l’avrebbe trascritta e adattata, Thomas avrebbe fatto l’ultima revisione e aggiunto un’appendice. Un autentico lavoro a sei mani, il cui obiettivo era far conoscere al maggior numero di Inglesi i soprusi che i loro concittadini compivano su altri esseri umani nei domini d’oltremare.
Fu così che nel 1831 usciva per i tipi di Westley e Davis un opuscolo dal titolo, lunghissimo come si usava all’epoca, di The History of Mary Prince, a West Indian slave, related by herself – with a supplement by the editor – to which is added The Narrative of Asa-Asa, a captured African. Il volume era infatti composto di tre parti: nella prima parlava Mary in prima persona, raccontando la sua vita a partire dalla nascita in schiavitù a Bermuda fino alle sue vicende di donna finalmente libera a Londra; la seconda parte era firmata da Pringle e descriveva i suoi sforzi per ottenere la liberazione della donna da parte dei suoi padroni; la terza parte riportava un’altra storia di schiavitù in prima persona, questa volta relativa al caso di un uomo catturato in Africa.
Il libro fu un tale successo da essere ristampato due volte nel solo 1831. Pringle sosteneva di averlo scritto a titolo personale e non a nome dell’Associazione, tant’è che tutto il ricavato sarebbe andato a Mary. Tuttavia, era evidente che l’opuscolo si inserisse nel quadro più ampio della causa abolizionista, a cui dette un contributo non indifferente.
Il libro nasceva dunque con il dichiarato scopo di smuovere le coscienze e preparare il terreno per ulteriori azioni a favore dell’abolizione. Si trattava, possiamo dirlo, di un’opera di propaganda, sempre che accettiamo il fatto che possa esistere anche una propaganda a fin di bene. Questo ci porta, però, a una domanda essenziale: visto l’obiettivo della pubblicazione e il fatto che, oltre all’autrice ufficiale, ci avevano messo mano almeno altre due persone, quanto era attendibile il racconto di Mary?
Recenti studi hanno trovato numerosi riscontri alle vicende narrate. [3] Non soltanto è stato possibile risalire al vero nome di alcuni personaggi che Pringle aveva deciso di lasciare anonimi, ma anche correggere la grafia errata del nome di altri. I vari padroni di Mary risultano così persone realmente presenti in quel periodo e in quei luoghi, e si sono potute individuare, ancora esistenti, le case in cui la sventurata donna era stata costretta a servire. Anche di numerosi altri schiavi da lei citati, come i genitori o un certo Daniel da lei conosciuto sotto uno dei tanti padroni, è rimasta traccia in alcuni registri che elencavano le proprietà degli abitanti di Gran Bermuda. La stessa Mary compare, con il nome di Molly Wood, in un registro del 1817, come schiava, appunto, della famiglia Wood. Senza dilungarci oltre, possiamo concludere che di quasi tutte le persone citate nelle sue memorie è dimostrabile la reale esistenza.
Stabilito ciò, si potrebbe dubitare del fatto che la donna avesse subìto per davvero tutte le violenze che elenca. È un dubbio che si posero anche alcuni contemporanei. Per dovere di cronaca dobbiamo riferire che nel 1833 Thomas Pringle perse una causa per diffamazione intentatagli dai coniugi Wood, offesi dal ritratto a tinte fosche che si faceva di loro nel libro. Ma è lo stesso Pringle, nell’Appendice, a rispondere all’obiezione. Innanzitutto, i racconti di Mary sulle punizioni corporali e in generale sul trattamento subìto dagli schiavi nelle Americhe sono coerenti con molte altre testimonianze dell’epoca. Sono dunque qualcosa che destava poca meraviglia in chiunque avesse anche una vaga conoscenza della vita nelle colonie d’oltremare. Ma, anche ammettendo che la donna o chi scrivesse per lei avesse esagerato la narrazione, anche immaginando che tutti i suoi padroni fossero state persone benevole e compassionevoli, questo non spostava di un millimetro il nocciolo della questione, e cioè l’idea stessa che un essere umano potesse avere un padrone, per quanto buono. Fine della questione.
In realtà il sospetto è che la storia di Mary Prince, più che delle inesattezze, presenti alcune omissioni, soprattutto su aspetti che potevano risultare scandalosi alle orecchie perbeniste del pubblico inglese. Pringle lo ammette in parte nell’Appendice, laddove cita brevemente un episodio non presente nel racconto della donna, a proposito di una sua relazione extraconiugale con un uomo bianco; qualcosa che a noi contemporanei desterebbe tutt’altro che scandalo, ma che doveva risultare pruriginosa per l’epoca. Ancora, si rifiuta di riportare un altro episodio raccontato in una lettera privata dal signor Wood allo scopo di dimostrare la dissolutezza della donna; purtroppo non sapremo mai a cosa si riferisse. Alla luce di ciò, appaiono inquietanti alcune allusioni che Mary fa nel suo racconto, soprattutto nella parte relativa alla sua servitù presso il “signor D***”: l’impressione è che dal racconto siano stati espunti episodi ancora più gravi di abusi, questa volta di natura sessuale. Anche in questo caso, niente che fosse estraneo alle consuetudini dello schiavismo. [4] Il racconto di Mary Prince era senz’altro duro, concepito allo scopo di colpire l’immaginazione pubblica, eppure al giorno d’oggi lascia la sensazione che la realtà dovesse essere, se possibile, anche peggiore.
È indubbio che si trattasse dell’adattamento letterario di una testimonianza orale: nessuno ne fece mai mistero, era più volte sottolineato nel volume. La voce di Mary Prince era dunque filtrata attraverso la penna di una colta inglese bianca, che inevitabilmente aveva apportato correzioni, cambiato parole, sintetizzato qua e là. Per non parlare del redattore che, come abbiamo visto, era intervenuto a cancellare dei nomi o dei fatti. L’impressione, però, è che le parti più autentiche siano proprio quelle più adatte alla causa per cui il volume era stato pensato. Ogni volta che Mary si spinge a delle riflessioni sulla vita degli schiavi, o nella parte finale in cui si rivolge direttamente al pubblico inglese per convincerlo a sposare l’abolizionismo, ecco, lì sentiamo una voce sincera, senza filtri, anche solo per la semplicità delle parole utilizzate. Negli ultimi paragrafi l’autrice si lamenta del fatto che in Inghilterra non si abbia un’esatta percezione delle condizioni degli schiavi. Gli Inglesi, dice, credono a quello che i coloni raccontano loro, e cioè che gli schiavi siano trattati bene e tutto sommato non aspirino alla libertà. Questo è falso, afferma indignata. «Nascondono la verità. Non è così. Ogni schiavo desidera la libertà: è così dolce essere liberi.»
Il libro raggiunse alla perfezione il suo scopo. Appena due anni dopo l’Associazione lanciava una petizione per l’abolizione della schiavitù e raccoglieva un milione e mezzo di firme. A seguito di ciò, il 28 agosto 1833 il Parlamento inglese approvava lo Slavery Abolition Act. Esso sanciva che a partire dal 1° agosto 1834, con un percorso graduale di sei anni (poi ridotti a quattro), tutti gli schiavi di qualunque possedimento britannico avrebbero acquistato la libertà. L’Associazione aveva vinto: la schiavitù era stata definitivamente abolita in tutto l’Impero.
Siamo così arrivati ai titoli di coda e, nella migliore tradizione, dobbiamo chiederci che fine abbiano fatto i protagonisti del nostro film.
Thomas Pringle fece appena in tempo a godere il successo delle sue iniziative: nella migliore tradizione ottocentesca, si ammalò di tubercolosi e morì a fine 1834, lo stesso anno in cui entrava in vigore l’abolizione. Aveva solo 45 anni. A Wilberforce era andata anche peggio: si era spento nel luglio 1833, una settimana dopo il primo passaggio alla Camera della proposta di legge, e non poté mai vederne l’esito. Di Susanna Strickland si è detto: sposatasi Moodie, si trasferì in Canada, dove visse fino alla morte nel 1885.
Paradossalmente, si sa invece molto poco della restante vita dell’eroina di questa vicenda. Dopo la sua autobiografia, di Mary Prince si perdono via via le tracce. Era spuntata quasi dal nulla, emergendo dalle nebbie di Londra nell’ufficio dell’Associazione contro la Schiavitù, e nel nulla parve ritornare subito dopo averci lasciato la propria storia. Non esiste un suo ritratto. Se non ci fossero dei riscontri documentali al suo racconto, potremmo anche dubitare della sua esistenza. Oppure immaginarla come un personaggio di certe fiabe, una creatura soprannaturale che si materializza da un giorno all’altro e, una volta assolto il suo compito a favore dell’umanità, scompare.
Tutto quello che sappiamo è che negli anni successivi era ancora a Londra, dove fu chiamata a testimoniare in due processi in cui Pringle era stato coinvolto a seguito del libro. Dopo di questo, la storia tace. E a noi, ai suoi lettori, agli studiosi che hanno indagato la sua vita, a tutti insomma, piace pensare che, dopo tanto penare, in quegli anni ’30 del xix secolo abbia intrapreso l’ultimo viaggio della sua vita sventurata, questa volta per tornare a casa, da persona libera.
Al giorno d’oggi Gran Bermuda, l’isola in mezzo all’Atlantico in cui è nata, è famosa per essere un paradiso fiscale, oltre che tropicale, e una meta turistica. La maggior parte della popolazione è costituita dai discendenti degli schiavi liberati in quegli anni. Dal 2020 il fine settimana che precede l’inizio di agosto l’isola si ferma. Quel venerdì non si lavora, e gli abitanti di solito vanno a vedere l’annuale incontro di cricket tra le due squadre locali. È festa nazionale: si celebra il Mary Prince Day.
Marcello Donativi




