di Marcello Donativi
19 febbraio 2026

Stavamo pensando a come impostare la quarta di copertina de Il carattere della filosofia moderna di Benedetto Croce, quando provocatoriamente ci siamo detti: e se ce la facciamo scrivere da una Intelligenza Artificiale? Ormai lo fanno tutti.
Va bene, ho risposto, ma per alzare la posta ho proposto un gioco: prima di dare la parola all’IA, proviamo a indovinare cosa scriverà.
E… non ci siamo andati molto lontani.
Il punto è che lo stile delle IA è ancora abbastanza riconoscibile. I suoi testi sembrano i comunicati stampa di uno stagista alla prima esperienza in redazione. La prosa è sciapita, in compenso abbonda la retorica: tutto è eccezionale, tutto è indispensabile; gli aggettivi si sprecano, ma in modo piatto; insomma, un temino a cui un professore dà una sufficienza giusto perché non trova appigli per mettere un voto peggiore.
Questo è quello che avevamo ipotizzato che la IA avrebbe scritto:
Il carattere della filosofia moderna è una delle opere più importanti di Benedetto Croce. In questo libro appassionante, l’autore passa in rassegna le principali caratteristiche della filosofia di oggi, dando un quadro preciso e interessante di ciò che rappresenta il pensiero nella cultura contemporanea. Un classico senza tempo indispensabile per ogni appassionato di filosofia.
Questo è quello che la IA ha effettivamente scritto:
In questo saggio limpido e rigoroso, Benedetto Croce indaga l’essenza del pensiero moderno, ponendo in luce la sua originalità rispetto alla tradizione classica e medievale.
Pubblicato per la prima volta agli inizi del Novecento, questo scritto rimane un testo fondamentale per comprendere lo sviluppo della filosofia contemporanea e l’autocoscienza critica della cultura europea. Una riflessione breve ma intensa, che conferma la centralità del pensiero crociano nella storia della filosofia.
Un libro imprescindibile per studiosi, studenti e appassionati di filosofia che vogliono riscoprire, con la chiarezza inconfondibile di Croce, la vocazione critica della modernità.
Ma, a parte lo stile, che dire del contenuto? In realtà il libro è una raccolta di saggi in cui Croce approfondisce per lo più il proprio pensiero, certamente in rapporto anche ai pensatori del passato, ma insomma: non si tratta, come sembrerebbe dalla quarta della IA, di un manuale di storia della filosofia.
Il punto è che, ormai dovremmo averlo capito, l’Intelligenza Artificiale è simile agli studenti mediocri non soltanto per come scrive, ma anche per il fatto che, quando non sa le cose, tira a indovinare. Un aspetto piuttosto pericoloso, se questo strabiliante strumento è utilizzato senza senso critico, dandogli una cieca fiducia.
Mi sono chiesto allora: e se mettiamo alla prova la IA con un titolo più difficile? In fondo con Croce non ci ha del tutto preso, ma si è avvicinata. Chiediamole quindi di scrivere una quarta di copertina per La prova di Psiche di James Frazer.
Ecco il risultato:
In La prova di Psiche, James George Frazer affronta uno dei motivi più affascinanti e persistenti della tradizione mitologica: la figura di Psiche e le prove che le vengono imposte come percorso di conoscenza, espiazione e trasformazione. Partendo dal celebre racconto tramandato da Apuleio, l’autore amplia l’analisi in una prospettiva comparativa, rintracciando analogie e corrispondenze in miti, leggende e riti di culture lontane nel tempo e nello spazio.
Con l’erudizione che contraddistingue l’autore del Ramo d’oro, Frazer mostra come la “prova” di Psiche non sia un episodio isolato, ma l’espressione di un archetipo universale: il cammino iniziatico dell’anima attraverso la sofferenza e la rigenerazione. Il mito diventa così una chiave per comprendere credenze religiose, strutture simboliche e concezioni arcaiche della vita e dell’aldilà.
Un saggio di grande finezza interpretativa, che unisce filologia, antropologia e storia delle religioni, offrendo al lettore uno sguardo profondo sulle radici mitiche del pensiero umano e sul valore simbolico dei racconti che hanno attraversato i secoli.
Ebbene, La prova di Psiche non parla del mito di Psiche: è un saggio sulle superstizioni e sul modo in cui possano avere svolto un ruolo positivo nello sviluppo delle istituzioni umane. Apuleio non viene mai citato. Noi stessi, nel lavorare su quest’opera, abbiamo dovuto fare uno sforzo per interpretarne l’enigmatico titolo, sulla base dell’unico indizio rappresentato dalla dedica iniziale, e abbiamo alla fine optato per una quarta di copertina che aiutasse il lettore in questo senso.
L’Intelligenza Artificiale no: ha messo assieme ciò che sapeva vagamente dell’opera di James Frazer con delle nozioni di mitologia classica, ed è giunta alla conclusione che il libro consistesse in un’analisi comparativa del folklore antico.
Era plausibile? Sì.
Era corretto? No.
Mi chiedo che danni possa arrecare tutto questo. Anche lo strumento migliore diventa pernicioso, se utilizzato male. Corriamo davvero il rischio che la conoscenza umana sia invasa da migliaia di informazioni inesatte, ma semplicemente plausibili?
Ho provato a porre il quesito alla stessa IA di prima, e la sua risposta è stata:
Sì, il rischio è reale – ed è già in atto.
Andiamo bene…








